Italia, Francia e Germania: una storiografia a confronto

 

 

 

1. Premessa 1.1. Boccaccio 2. Il modulo 2.1. Le cause prossime 2.2. La fenomenologia 2.2.1. Provenienza 2.2.2. Modo di trasmissione 2.2.3. I sintomi 2.2.4. Ampiezza di diffusione 2.2.5. Caratteristiche della malattia 2.2.6. Durata 2.2.7. Effetti 2.2.7.1. Tasso di mortalitˆ 2.2.7.2. Qualitˆ delle perdite 2.2.7.3. Le vittime illustri 2.2.7.4. Impotenza dei medici 2.2.7.5. SullÕeconomia-societˆ 2.2.7.6. Reazioni 2.2.7.6.1. Comportamenti 2.2.7.6.2. Provvedimenti presi 2.3.La colpa 3. Italia 3.1. Michele da Piazza 3.2. Cronaca senese 3.3. Matteo Villani 3.4. Marchionne 3.5. Marco Battagli 4. Francia 4.1. Breve Chronicon Flandriae 4.2. Gilles li Muisit 4.3. Jean le Bel 4.4. Froissart 5.Germania 5.1. Konrad von Megenberg 5.2. Annales Frisacenses 5.3. Continuatio Novimontensis 5.4. La cronaca di Colonia 5.5. La cronaca di Erfurt 5.6. Francesco da Praga 6. Conclusioni

 

 

 

1.    Premessa

LÕanno 1348 si era aperto, nel ricordo dellÕautore del Chronicon Estense, come per tanti dellÕetˆ immediatamente successiva, nel segno della peste: ÇPer totum orbem maxima pestis mortalitatis fuitÈ [1]. Del turbamento generale che ne segu“ si trova segno, perfino materiale, nelle carte che ci riportano le cronache coeve [2]. Per quel che riguarda latamente il regno di Germania Rolf Sprandel ha rilevato una vera e propria spaccatura storiografica, tante sono le cronache interrotte nei fatidici anni 1348-50 [3]. La grande peste, la peste nera: nella antica storiografia la ÒmisuraÓ, la pietra di paragone su cui saggiare le epidemie successive [4]; nella moderna il simbolo pi� abusato della grande, epocale ÒcrisiÓ del XIV secolo [5], culmine e coronamento di un decennio di calamitˆ scrupolosamente, seppur con un certo disordine, registrate dai cronisti: cavallette, inondazioni, carestie, sbandamenti morali degli uomini come del consueto andamento dei prezzi, inasprimenti fiscali dovunque, furia di tutti gli elementi naturali ed umani, avvertimenti straordinari dal cielo e dalla terra. NellÕanno terribile, infine, riassunto ed amplificazione del decennio, non solo terremoto e peste ÒuniversaliÓ, ma Çinfinita disturbiaÈ, con conseguenze traumatiche [6]. Molti credettero prossima quella fine del mondo descritta in Mt 24,7: ÇÉ et erunt pestilentiae et fames et terraemotus per locaÈ, e che giˆ Giovanni Villani aveva visto vicina [7].

Su questo tempo eccezionale di epidemie e carestie puntano quasi esclusivamente lÕattenzione gli storici moderni della ÒcrisiÓ, Çcome se solo questi fossero stati gli interventi della natura capaci di scuotere i contemporanei e di modificarne le condizioni di vitaÈ, nota del tutto opportunamente Arno Borst [8]. Appropriatamente, perchŽ, se non � dubbio che la dimensione e la ÒqualitˆÓ del flagello si siano imposte con prepotenza allÕattenzione dei contemporanei, tanto da sollecitare molti a redigere apposite postille ed aggiunte a cronache giˆ ÒconcluseÓ [9], � dÕaltra parte estremamente raro trovare opere dedicate esclusivamente alla peste. Konrad von Megenberg e Gabriele de Mussi consacrarono espressamente ed autonomamente alla peste un lavoro, il primo di carattere storico-filosofico-letterario, il secondo pi� geografico-medico [10]; i due meriterebbero da soli, e singolarmente, una relazione. Ma normalmente la descrizione del morbo nelle opere di storia si integra in un discorso pi� complesso, e generalmente non incentrato su di esso; al massimo si riserva uno spazio ben preciso, pi� o meno ampio, una rubrica, un paragrafo, un capitolo, nellÕunico caso di Matteo Villani pi� capitoli.

DÕaltra parte � sicuro che lÕepidemia non attir˜ su di sŽ lÕinteresse esclusivo dei contemporanei, basti pensare agli eloquenti silenzi delle prime fasi. Per quanto rapida, la diffusione della malattia non avvenne di colpo; le notizie giungevano a grande distanza: Francesco da Praga racconta come gli studenti boemi che tornavano da Bologna in patria riferivano degli effetti dellÕepidemia in Italia e Francia [11]. Potrebbe quindi risultare sorprendente che nella stragrande maggioranza delle cronache di cittˆ non ancora toccate dal male non si trovi alcun cenno allÕepidemia che infuria lontano; non si tratta di uno stilema storiografico, perchŽ conferma di questo disinteresse si constata anche nellÕattivitˆ legislativa ed amministrativa. La Carpentier vede un Çquelque chose de tragiqueÈ [12] in questo vivere normalmente, senza prendere alcun provvedimento. Ma in realtˆ la spiegazione di questo assurdo, per lo storico moderno, comportamento da struzzo, risiede nel fatto che nessuno allora nŽ conosceva nŽ poteva immaginare lÕestrema facilitˆ del contagio, ed in particolare la pericolositˆ estrema di quel flagello. Le cronache tutte, italiane ed europee, concordano sul fatto che quel tipo di malattia era fino ad allora totalmente ignoto.

Tuttavia rimane indubbiamente una sorta di rimozione pi� o meno consapevole [13]. Certo colpisce che un simile atteggiamento si ritrovi in cronisti che scrivono dopo quegli anni terribili, quando le cose erano divenute tragicamente pi� chiare. Eppure � cos“: il cronista orvietano non sente affatto la necessitˆ di menzionare nei primi mesi del 1348 lÕinfuriare della malattia in Sicilia, od a Genova od a Pisa. La lezione della peste non aveva ancora dato alcun frutto. Ma di nuovo non � alcuna ragione di meraviglia; � ancora troppo presto: anche i provvedimenti sanitari in merito devono fare molta strada. Nonostante quella tremenda lezione i pellegrini continuarono ad affluire, in vista dellÕanno giubilare 1350, in gruppi numerosi ad Orvieto, dove si rinunci˜ quasi sempre a chiudere le porte di notte per facilitare il loro passaggio, e dove un gran numero dÕorvietani si un“ ai romei [14].

In effetti, a conferma di quanto riportato sopra circa lÕopinione di Arno Borst, non la peste da sola, ma il dittico peste-terremoto, o terremoto-peste, � corrente [15]; frequentissimo quello carestia-peste [16]. Anzi proprio questo � uno dei motivi cardine della presentazione del male. Numerosi sono i cronisti che risalgono alle difficili condizioni climatiche dei due anni precedenti: Giovanni Villani descrive le calamitˆ provocate dalla grande carestia della primavera del 1347, di cui soffrono particolarmente Çi poveri e impotentiÈ, tanto che malattie e morti si contano numerose: entro lÕestate si registrarono pi� di 4000 vittime, Çil pi� in povere gentiÈ [17]. LÕenfasi � significativa, visto che pare assodato che non si trattasse di nulla di eccezionale [18]. A Pistoia un cronista locale parla di carestia per tutta la cristianitˆ [19], e, se proprio non nel mondo intero, conferme per quanto riguarda Italia, Provenza e Francia sono state reperite in abbondanza; pare se ne debba vedere la ragione in condizioni climatiche molto difficili, caratterizzate da grande abbondanza di precipitazioni [20]. Dopo lÕinclemenza del tempo, ed a causa di quella, lo scarso raccolto del 1347 fu la causa di gravissimi problemi per diverse cittˆ, Orvieto, Firenze e Bologna in particolare [21].

Ricorre anche il trittico alluvioni-carestia-peste, per non dire della pala complessa guerra-alluvione-carestia-fame-peste [22]. E volendo si potrebbe complicare ulteriormente, ma si correrebbe unicamente il rischio di frantumare lÕargomento. Ma va detto chiaramente che stabilire un rapporto di dipendenza tra vicende climatiche, guerra e peste, � fatto da imputare alla storiografia successiva [23], non alla cronistica coeva, che registra quei fatti senza attribuirvi meccaniche conseguenze. E quellÕinterpretazione storiografica ha avuto di recente un forte e meditato contraddittore sul piano generale, proprio e di metodo, nella persona di Carlo Maria Cipolla, comÕ� noto [24].

Queste prime avvertenze per dire che � necessario attribuire una importanza relativa allÕepidemia - poichŽ cos“ risulta nellÕattenzione dei contemporanei, naturalmente, visto che di questo solo ci occupiamo -, guardare con attenzione alla gerarchia di importanza dei fatti riportati: per lÕanonimo domenicano che fece lÕaggiunta agli annali del suo convento di Friesach, ad esempio, � stato pi� rilevante il terremoto della peste; al primo dedica una decina di righe, nellÕedizione dei Monumenta, al secondo, - che viene neppure immediatamente dopo, ma preceduto dalla menzione di Çtonitrua magna de celoÈ - solamente la metˆ dello spazio che ha riservato al sisma [25]. LÕanonima Cronaca Senese dedica 35 righe ad illustrare la rubrica Della grande moria. 1348: ma solo una riga e mezza riguardano propriamente, e genericamente, lÕepidemia; il resto � riservato alle ben pi� avvincenti avventure del capitano Erbanera, Çvalentissimo uomo e grande e di bella presenzaÈ [26].

Ancora unÕosservazione preliminare si impone: la grande mortalitˆ, causata dal terremoto o dalla peste, si inserisce generalmente in una serie di eventi di pari dignitˆ, tutti giudicati egualmente degni di menzione, si tratti di fatti politici o naturali. Non solo non cÕ� - se non rarissimamente, come accennato - unÕautonoma trattazione della pandemia, ma soprattutto non � possibile riscontrare mai - neppure in chi riserva ad essa uno spazio particolare - quella caratteristica ÒcatastroficaÓ che � cos“ frequente invece leggere attribuita alla peste in tanti contributi di studiosi di oggi. Se Jean de Venette parla di una Çnova aetasÈ, allude ad un rinnovamento delle persone, non ad un cambiamento di tendenza; anzi i ÒnuoviÓ sono peggiori dei ÒvecchiÓ [27]; nonostante il tremendo segno divino le cose ben presto tornano come prima: � un atteggiamento diffuso [28]. Che manchi la prospettiva di lunga durata nei cronisti contemporanei, che non sanno quello che sappiamo noi, � osservazione banale; meno banale � la constatazione che le tanto vituperate esagerazioni imputate dallo studioso moderno al cronista antico, riguardo ad esempio al tasso di mortalitˆ, non devono poi aver pesato pi� di tanto nella valutazione complessiva, per dir cos“ cronologico-geografico-contestuale, del fenomeno nei cronisti coevi. E non mi pare neppure si possa dire che le conseguenze psicologiche fossero veramente ÇdevastantiÈ [29], visto che gli eccessi di reazione sono sempre rilevati a livello di aneddoto, mai in chiave generale, e che quindi si possono ragionevolmente supporre come frutto della mente e della psiche meno equilibrata, comunque al limite della norma. Per dire, insomma, che per gli osservatori del tempo ÒcontavanoÓ tanto le vicende dei principi, quanto quelle della natura, senza alcuna prevaricazione delle seconde sulle prime. Basti leggere a titolo esemplificativo questa introduzione allÕanno 1349 della Continuatio Novimontensis [30]:

A. D. 1349 reges et principes in finibus nostris, licet prius discordes, tamen cuncti amicabiliter confederati sunt. Item inundacio aquarum permaxima ubique exorta dampnum intulit copiosum. Pesti vero contagiosa predictaÉ

 

LÕunica grande eccezione � rappresentata da Petrarca, che si rese conto, con sensibilitˆ unica, dei cambiamenti in atto alla metˆ del suo secolo [31]; ma anche Petrarca ci conferma che non certo la peste o il terremoto furono le ragioni della ÒcrisiÓ, semmai ne furono un evidenziatore. Le reazioni degli uomini mostravano solo assuefazione, apatia, non avevano imparato nulla dalla storia, non si sentivano spronati a grandi cose. La mancanza di cultura, o lÕobnubilamento di essa, segnavano i tempi bui del presente [32].

Con tutto questo � generalmente indubbio che il terribile male suscitasse una reazione universale e fortemente marcata. Ci fu chi, come Petrarca, svilupp˜ personali e complesse meditazioni sulla caducitˆ della vita umana, trovando una ragione finale in un ideale di vita semplice e tutta dedita al bene sommo della cultura, ripreso dallÕantichitˆ che tanto amava [33], e chi, come il Boccaccio, colse lÕoccasione per la costruzione di un capolavoro. Sono i personaggi emblematici di quellÕumanesimo che giusto con loro era nato e con loro conosceva la prima crisi. Secondo il Baron segnata dai fallimenti di Cola di Rienzo, delle grandi banche fiorentine e dalla peste [34]; Alessandro Barbero vi ha aggiunto anche la morte di Roberto dÕAngi˜ [35].

Se si tratta di personaggi eccezionali, la norma volle che di quel male le cronache fossero, comÕ� notorio, i testimoni principali, anche se non unici [36]. Una letteratura ormai imponente, cresciuta rapidamente a partire dalle primissime ricerche degli inizi del secolo scorso fino ai giorni nostri, ha assodato vie di approccio, metodi via via pi� raffinati di lettura, possibilitˆ di collegamento e di verifica mediante il ricorso ad altro tipo di fonti. Noi procederemo, se non del tutto estranei a questa tradizione di studi, tuttavia per una strada diversa. Tra le possibili prospettive di lettura sceglieremo quella che sulla peste ci indichi non i ÇdatiÈ, che interessano ora al medico [37], ora al demografo [38], allo storico dellÕeconomia ed a quello della mentalitˆ [39], ma il ÇsensoÈ che la peste ha nellÕopera di alcuni cronisti coevi. Non ci faremo, insomma, nessuna delle domande che ƒlisabeth Carpentier elencava efficacemente nellÕintroduzione al suo studio del fenomeno ad Orvieto [40]. Non essendo un medico, un demografo, nŽ uno storico dellÕeconomia o della mentalitˆ, mi porr˜ anzi agli antipodi di chi considera la peste del 1348 un fenomeno che va visto esattamente collocato in un insieme politico, sociale ed economico, punto di partenza per lo studio delle condizioni di vita di allora invece che bersaglio - � proprio la posizione della Carpentier [41] -; mirer˜ invece a considerare lÕargomento ÇpesteÈ nello squisito campo storiografico, interessandomi della ÒveridicitˆÓ dei dati forniti dai cronisti solo ed in quanto funzionali alla restituzione del mondo storiografico - a riguardo della peste, naturalmente - della cronaca che correda con quei dati il suo ricordo della malattia. Non mi interessa qui mettere in parallelo la descrizione dei sintomi e del decorso della peste, su cui del resto cÕ� una pressochŽ totale concordanza nelle fonti, tale per˜ da non fugare i nostri dubbi [42], quanto rilevare il quadro in cui il fenomeno si colloca nella prospettiva dei singoli o di un gruppo di cronisti; poichŽ non certo lÕaspetto ÒmedicoÓ � quello che pi� ci pu˜ dire sullÕimpatto che il morbo - e il ricordo pi� o meno immediato di essa - ebbe sui contemporanei, mentre invece i segni che preannunciano ed accompagnano lÕepidemia, i provvedimenti presi, il comportamento generale ed individuale, le reazioni dirette ed indirette, e soprattutto il significato ultimo del male restituito dalle cronache, costituiscono il nostro obiettivo.

Abbiamo detto ÇalcuniÈ cronisti, poichŽ non tutto naturalmente ci � pervenuto - � il caso, ad esempio, del capitolo relativo dellÕanonimo autore della vita di Cola di Rienzo, che � andato perduto -, e dÕaltra parte non � neppure pensabile render conto di tutti coloro che ricordano la peste, pena annegare nel mare magnum, visto che il fenomeno colp“ a tal punto che non cÕ� quasi chi non la ricordi, seppure fugacemente. E neppure � pensabile che il ristretto arco di attivitˆ di un singolo cronista possa in qualche modo rispondere a quelle domande Çdi lungo periodoÈ che tanto sono state coltivate in maniera privilegiata qualche decennio fa [43]. NŽ, infine, ci si chieda di illustrare la ÒfortunaÓ del tema della peste, visto lo spazio a nostra disposizione.

 

1.1.        Boccaccio

E partiamo con lo sgombrare il campo da quello che a noi pare un equivoco. Tra le descrizioni della peste la pi� impressionante, la pi� letterariamente compiuta, in una parola la pi� ÒbellaÓ, e ben presto ripresa [44], si sa, � quella che apre il Decameron di Giovanni Boccaccio, su cui, ovviamente, si � esercitata, dal Petrarca ad oggi, la migliore critica. Ma varrˆ la pena soffermarsi un poco non sul valore e la finalitˆ letteraria di quella introduzione nellÕeconomia dellÕopera, che lasceremo giustamente agli italianisti, quanto piuttosto sui moduli adoperati dal grande narratore, con occhio particolarmente attento al quadro complessivamente fornito dai cronisti contemporanei, nellÕintento di cogliere quanto la ÒcostruzioneÓ letteraria debba agli stilemi pi� propri di quel tipo di cultura.

Se � infatti ormai indubbio che lÕintroduzione vada vista come estremamente funzionale, ÒnecessariaÓ in ÇquellÕunitˆ ideale e fantastica del Decameron, che solo in questi ultimi tempi abbiamo ritrovato con gioioso stuporeÈ, come si esprimeva qualche anno addietro Vittore Branca [45], nessuno pu˜ negare che - non suoni scandalo - quella descrizione � una pura pagina di cronaca: si provi ad immaginarla proprio come composizione a sŽ, e lo si constaterˆ agevolmente; ed ancora nessuno pu˜ negare che il Boccaccio avesse sul tema dei modelli. Il Decameron sarˆ la risposta allÕÇuniversale dissolvimento della vita civile nella Firenze divorata dallÕaviditˆ e dallÕegoismoÈ, nellÕÇonestˆÈ dei giovani che si ritirano nella villa fiesolana [46], ma ci˜ non toglie che alla domanda principe, il perchŽ della pestilenza, il Boccaccio risponda, alla fin fine, del tutto convenzionalmente, che si trattava della manifestazione della collera divina di fronte alla iniquitˆ umana: ÇÉ lÕira di Dio a punire le iniquitˆ degli uomini con quella pistolenzaÉÈ, dando, fra lÕaltro, il suo contributo - ed anche in questo caso niente affatto originale - ad una discussione, per dir cos“, Òdi modaÓ allora [47]. Se � indubitabile che si tratti di una Çimpostazione particolarmente coerente allÕidea centrale dellÕopera e alle convinzioni poetiche che ne regolano lÕattuazioneÈ [48], � altrettanto indubitabile che la medesima risposta avevano dato tanti fra i cronisti coevi. La peste fiorentina sarˆ una Çoccasione emblematicaÈ, scelta letteraria consapevole e meditata, ma, innegabilmente, anche drasticamente imposta dalla storia. Discorso analogo si pu˜ fare a proposito dellÕinsistenza del Boccaccio sulla desolazione del paesaggio, in cittˆ ed in campagna, e soprattutto sul manifestarsi di quegli atti disumani che tanto colpirono i contemporanei, non solo fiorentini, o toscani, non solo dellÕItalia, dalla Sicilia a Milano, ma dellÕintera Europa, dalla Spagna alla Boemia. Se Çsono questi spettacoli di disumanitˆ, di rinnegamento di ogni viver civile che il Boccaccio osserva come estremi sintomi di depravazione, come segni fatali di un ritorno alla squallida condizione dellÕÒhomo homini lupusÓÈ [49], sono pur sempre i medesimi segni che moltissimi in Europa colsero come organicamente legati al diffondersi del contagio. Se noi intendiamo la descrizione boccaccesca della peste come manifestazione artistica della consapevolezza dellÕautore dellÕÇuniversale dissolvimentoÈ [50], su questa base dovremmo riconoscere la medesima consapevolezza, magari meno ÒartisticamenteÓ compiuta, in moltissimi dei contemporanei, che usano le identiche espressioni.

Tra i modelli su cui si impegn˜, nella sua imitatio, il Boccaccio sono state variamente indicate le pagine sulla peste di Tucidide o di Lucrezio - che in realtˆ sembra impossibile che il certaldese conoscesse direttamente -, di Isidoro di Siviglia, e poi di Virgilio, Ovidio, Livio, Seneca, Lucano [51]; ma quello che ha avuto maggior fortuna, perchŽ autorevolmente additato per primo dal Branca, � la descrizione di Paolo Diacono nella Historia Langobardorum II, 4. Francamente colpisce non tanto lÕaccostamento, pienamente giustificato dalla sicura conoscenza che di quellÕopera aveva il Boccaccio, quanto il favore generale che lÕha contraddistinto: a me, confesso, risulta incomprensibile il confronto tra il brano del Decameron I, Introduzione 27 [52] che dice:

É lÕun fratello lÕaltro abbandonava e il zio il nepote, e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e, che maggior cosa � e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di vi­sitare e di servire schi­favanoÉ

 

a Paolo Diacono nel luogo citato [53]:

Fugiebant filii, cadavera insepulta parentum relinquentes, parentes obliti pietatis viscera natos relinquebant aestuantes,

 

quando possiamo leggere nella cronaca senese attribuita ad Agnolo di Tura [54]:

É ognuno era inpaurito che lÕuno non volea aiu­tare lÕaltro, el padre abandonava el figliuolo, el figliuolo abandonava el padre e la madre eÕ fra­telli, e la moglie el ma­ritoÉ;

 

in Matteo Villani [55]:

É le madri eÕ padri abbandonavano i figliuoli, e i figliuoli le madri eÕ padri, e lÕuno fratello lÕaltro e gli altri con­giunti.

 

in Marchionne [56]:

Lo figliuolo abbandonava il padre, lo marito la moglie, la moglie il ma­rito, lÕuno fratello lÕal­tro, lÕuna sirocchia lÕal­tra;

 

in Marco Battagli [57]:

É pater po­stea infirmum filium evitabat, frater fratrem, uxor virumÉ;

 

nella Chronica abreviata di Parma [58]:

É pater et mater vitabat filium, et uxor maritum, et filius patrem et matremÉ;

 

nelle Storie Pistoresi [59]:

É lo padre abbandonava li figliuoli, eÕ figliuoli lo padre e la madre, e lÕuno fratello lÕaltroÉ;

 

in Pietro Azario [60]:

É vidi patrem de filio et filium e contra de patre, fratrem de frate, amicum de amico, vicinumque de vicino penitus non cu­rareÉ;

 

in Giovanni da Parma [61]:

Christiani evitabant se invicem, tamquam lepus leonem, vel sanus leprosum, et dico tam de patre vel de matre contra filium, et e converso, vel de sorore contra fratrem, et e converso, vel de propinquo contra propinquum, quam de illis qui non noverant se;

 

nel Breve Chronicon Flandriae, ben lontano dallÕItalia [62]:

É nec pater visitat filium, nec mater filiam, nec frater fratrem, nec filius patrem, nec amicus amicum, nec notus notum, nec quicunque quemcumque alteri coniunctus sit sanguineÉ;

 

e perfino in una iscrizione veneziana [63]:

É el pare no volea andar dal fio ne Õl fio dal pareÉ;

 

e potremmo continuare molto a lungo. Dobbiamo vedere la ripetizione del modello offerto da Paolo Diacono anche in tutti quanti gli altri? Come credere a quella suggestione antica, quando lÕuniformitˆ della descrizione, e la ripetitivitˆ fra un cronista e lÕaltro non possono che far pensare ad un modello diffuso, al quale tutti ricorrono perch� consacrato ormai dalla consuetudine, e perch� in realtˆ nessuno di questi cronisti se la sentiva di negare credibilitˆ a quello che era divenuto subito un luogo comune, soprattutto nella convinzione che, se non si era stati testimoni diretti (anche la presenza di Boccaccio a Firenze nel 1348 � dubbia), altrove la cosa si era sicuramente verificata, visto che lo ripetevano tutti. Quando ci sono da raccontare fatti pi� singolari, lo si fa, come Marchionne, che moltiplica gli aneddoti.

NŽ si tratta solo di questo misero passo, perchŽ sarebbe estremamente agevole scomporre analogamente lÕintera introduzione del Boccaccio, frase per frase, parola per parola, dallÕinizio alla fine. Diamo un saggio, tra diversi possibili, partendo proprio dalle prime battute:


Boccaccio

 

Dico adunque che giˆ erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquaran­totto, quando nella egregia cittˆ di Fiorenza pervenne la mortifera pestilen­za: la quale, per operazion deÕ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mor­tali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle dÕinumera­bile quantitˆ deÕ viventi avendo private, senza ristare dÕun luogo in uno altro conti­nuandosi, verso lÕOccidente miserabil­mente sÕera ampliata.


Cronache

 

É negli anni di Cristo, dalla sua salutevole incarnazioneÉ (M. Villani) É MCCCXLVIII fu nella cittˆ di Firenze (Marchionne) É pistilenziosa mortalita­deÉ (Storie Pistoresi) É la congiunzione di tre superiori pianetiÉ (M. Villani) É huma­na iniquitasÉ iusta Dei sententiaÉ (M. Battagli)É ad correctionem humani gene­risÉ (Cortusi) É preteritis vero proximis annisÉ (Kšlner Weltchronik) É Cominciossi nelle parti dÕOrienteÉ (M. Villani) É cum innumerabili mortalium cedeÉ (Liber regiminum Padue) É nec ces­savit frequenti discursu diversas nunc has nunc illas pervagans regionesÉ (Kšlner Weltchronik) E venendoÉ aggiunse alle parti vicineÉ (M. Villani) É versus ociden­temÉ (M. Battagli).

 


E, insisto, si potrebbe continuare passo passo, fino alla fine. PerchŽ non concludere allora, semplicemente, che il Boccaccio fonde sapientemente, da par suo, materiali diversi che discorsi e scritti dei contemporanei gli fornivano a dismisura [64], rinunciando a rintracciare un modello unico, soprattutto nellÕantichitˆ, visto che il tempo presente era sovrabbondante nel fornire esempi, luoghi comuni giˆ elaborati, tesi a commuovere od inorridire, e altro alla bisogna; in una parola un ÒgenereÓ ben definito?

 

2.    Il modulo

Un genere con una sua tipologia, forse esemplato per primo da Giovanni Villani [65], comunque impostosi presto, perfino in versi [66] con una struttura schematica precisa e sviluppo di alcuni motivi cardine; tipologia che varrˆ la pena di delineare rapidamente, al fine di assodare il quadro generale, nel quale, successivamente, indicheremo alcune posizioni rilevate. Il modulo corrente affronta in successione il tema delle cause prossime, quindi della fenomenologia del male, da ultimo, eventualmente, della sua ragione profonda.

 

2.1.        Le cause prossime

Un grande fuoco dal cielo, registrato solo dubitativamente da Matteo Villani, � per molti, un anonimo cronista svizzero, come per il Chronicon Estense, la causa vera della peste; tra le cause per altri [67].

Pi� o meno lo stesso per la pioggia di serpenti avvenuta in Oriente, verificatasi dopo il fuoco di cui sopra per alcuni, prima per altri [68].

La congiunzione astrale di Saturno, Giove e Marte, considerata nefasta generalmente tra i dotti come tra i cronisti, � ritenuta non determinante dai colti di medicina, tra gli altri Pierre de Damousy, che scrive a Reims poco prima dellÕarrivo della peste, e da Gentile da Foligno a Perugia, ma comunque da entrambi citata tra le cause del male [69]. La spiegazione di un evento con la posizione degli astri era comune, soprattutto in Italia [70]. Konrad von Megenberg la giudica una concausa, che pu˜ favorire i sommovimenti del mondo, non certo la causa prima ed agente [71]. Determinante pare invece nella Chronica de Ducibus Bavariae [72]; in altri variamente, ma comunque un segno premonitore [73].

Pi� occasionali sono i cenni ad altre cause prossime. Jean de Venette nota che la peste � cominciata a Parigi, alla fine di agosto, contemporaneamente allÕapparizione di una cometa [74], come giˆ Giovanni Villani [75]; ma si trattava in quel caso di un atteggiamento secolare, che lÕintendeva come preannuncio, pi� che causa. Pierre de Damousy a Reims accusa i venti caldi del Mezzogiorno che portano lÕumiditˆ di debilitare i corpi e di predisporli al contagio [76], ed allÕinizio dÕagosto 1348, quando Parigi attende la peste nellÕangoscia, osserva che il vaiuolo, che compariva allora a Reims, � considerato come un segno precursore della grande epidemia [77].

Alcuni indicano la corruzione dellÕaria [78]. Gabriele de Musssi, che descrive con tanti dettagli il ritorno da Caffa delle galere genovesi portatrici della peste, o Gentile di Foligno a Perugia, o Guy de Chauliac e Chalin de Vinario ad Avignone, credono agli astri ed allÕaria impestata, ma pi� ancora al contagio per ammorbamento dellÕaria, come del resto anche Jean de Venette [79].

Anche i terremoti risultano tra le concause della peste, quando non la causa [80]; cos“ a Orvieto, poco dopo lÕepidemia, il 9 settembre 1349 un grave terremoto atterrisce tanto gli abitanti, come segno premonitore di un ritorno del male, che tutti si danno ad esercizi pii per scongiurarlo [81].

Infine cÕ� anche chi onestamente ammette che non se ne conoscevano affatto le cause [82].

 

2.2.        La fenomenologia

Quando si tratta di descrivere propriamente il male di solito si comincia con lÕindicarne lÕorigine geografica, quindi i modi di trasmissione, i sintomi, lÕampiezza di diffusione, le caratteristiche peculiari, la durata, gli effetti; questi ultimi a loro volta illustrati accennando al tasso di mortalitˆ, alla qualitˆ delle perdite, alle vittime illustri, allÕimpotenza dei medici, alle conseguenze economiche; infine le reazioni, i comportamenti indotti ed i provvedimenti presi per affrontare lÕepidemia.

 

2.2.1.        Provenienza

Concordemente la provenienza del morbo � indicata nellÕOriente, dove � attiva per un periodo pi� o meno lungo, prima di passare in Occidente. Il piacentino Gabriele de Mussi � uno dei pi� informati - e, pare, molto prossimo alla veritˆ dei fatti [83] - sui momenti della trasmissione del contagio: furono i Genovesi a portarla dalle colonie italiane pi� orientali, dai porti del Don ed intorno al Mar Nero, da Tana e Caffa, nei territori propri bizantini (a Costantinopoli lÕepidemia infuri˜ alla metˆ del 1347) [84]. Giovanni Villani sapeva che pi� o meno nello stesso periodo ne era colpita Trebisonda [85]. Per il Chronicon Estense  la peste giunse dal lontanissimo ÇCaptayÈ in Persia; due galee genovesi la portarono a Costantinopoli ed a Pera, quindi a Messina, in Sardegna, ed infine a Genova; poi lÕautore del Chronicon sapeva che aveva colpito Marsiglia e quindi la regione intorno a Parigi. La Chronica abreviata riferisce che da Genova la moria si � diffusa rapidamente (Çpost paucos diesÈ) in Lombardia, Toscana, Marche, Puglia, ma che soprattutto era risultata particolarmente attiva nelle regioni oltremontane, in Provenza, Francia, Aragona, Spagna, Inghilterra, Germania, Boemia ed Ungheria [86]. La Chronica de Ducibus Bavariae, meno informata, genericamente riporta che la peste ha regnato per otto anni prima di raggiungere la Baviera, vale a dire dal 1341, Çin partibus primo transmarinis, deinde GallicanisÈ [87].

 

2.2.2.        Modo di trasmissione

Sono i mercanti a portarla in Occidente, prima in Grecia, poi in Italia, e quindi alle regioni contermini [88]. LÕestrema facilitˆ del contagio � sottolineata universalmente [89].

 

2.2.3.        I sintomi

Di solito la comparsa dei primi segni della peste - i bubboni alle ghiandole linfatiche - si accompagna a febbri e dolori; il segno ultimo � lÕespettorazione sanguigna [90]. La cronaca di Saint-Aubin di Angers dice dei bubboni come casi particolari: alcuni avevano degli ascessi o dei noduli allÕano o sotto le ascelle, e di quelli qualcuno scampava; altri avevano sui corpi delle macchie rosse o branastre, ed alcuni sputavano sangue: per costoro non era alcuna speranza [91].

La grande frequenza delle morti improvvise, o sopravvenenti qualche ora dopo i primi segni, � uno dei sintomi pi� caratteristici e gravi della peste. Ogni decesso un poÕ rapido � allora sospetto e, se ne avvengono altri nei dintorni del defunto, la paura si impadronisce di tutti i circostanti. Le morti subitanee sono numerosissime allÕinizio dellÕepidemia; quasi nessuno sopravvive al quarto giorno [92].

 

2.2.4.        Ampiezza di diffusione

Oltre la nota ÒtecnicaÓ, non iperbolica,

Fuit generalis mortalitas maxima [93],

 

che indica come ormai la malattia sia diffusa ovunque, non pi� solo in alcune zone circoscritte [94], cÕ� chi distingue tra cittˆ e campagna, tra classi elevate e basse, tra ricchi e poveri, tra giovani e vecchi [95].

 

2.2.5.        Caratteristiche della malattia

Peculiari della peste furono la repentinitˆ ed ineluttabilitˆ del male [96], con caratteristiche di eccezione [97], fino ad allora ignote [98]. NellÕuniformitˆ generale Jean de Venette � uno dei pochi a notare conseguenze diverse in diversi luoghi [99]. Un t˜pos largamente diffuso � lÕincapacitˆ a descrivere la terribilitˆ del morbo [100].

 

2.2.6.        Durata

LÕepidemia dura normalmente dai tre ai sei mesi [101].

 

2.2.7.        Effetti

2.2.7.1.           Tasso di mortalitˆ

LÕentitˆ percentuale delle morti varia tra il 33 e lÕ80% [102]. Il Chronicon Estense riferisce quello che si era saputo in Valle Padana: a Costantinopoli le vittime della peste erano lÕ89% dellÕintera popolazione, 530.000 erano stati i morti in Sicilia, in particolare a Messina; a Trapani nessuno si era salvato; in Sardegna era scomparso il 90% degli abitanti; a Genova le vittime erano 40.000; Marsiglia era un deserto; a Parigi in un solo giorno di marzo si erano sepolti 1.328 morti, e non era il conto totale; nella cittˆ di ÇNobelleseÈ di 2.000 uomini dÕarme non erano rimasti in vita che 200; unÕaltra cittˆ, ÇAvarexeÈ, era deserta, cos“ come molte altre per la massima parte devastate [103]. In marzo lÕepidemia aveva colpito Napoli, e in due mesi si era portata via 84.000 persone. In aprile Venezia e Chioggia, causando 600 decessi al giorno; contemporaneamente dallÕaltra parte della penisola non diversamente Pisa soffriva per il medesimo morbo [104].

Inutile discutere ancora su questi numeri, generalmente inverosimili [105]: la violenza dellÕepidemia divenne ben presto leggendaria, cos“ che le cifre comunemente fornite dai cronisti hanno valore pi� letterario che documentario [106]; non si pu˜ che considerare il loro valore esclamativo, non essendoci consentito un controllo statistico accettabile [107], e non potendo noi estendere a tutti i cronisti una osservazione di Arsenio Frugoni circa un passo di Giovanni Villani, a proposito di una ÒinterpretazioneÓ della storia di Firenze [108]. Rimarchevole che la piccola cronaca di Saint-Aubin-dÕAngers, con una obiettivitˆ rara per lÕepoca, e tanto pi� meritoria in quanto il convento aveva perduto poco pi� della metˆ dei suoi abitanti, compreso lÕabate, riconosca che la peste non infuri˜ ugualmente in tutti i paesi, poichŽ in certi luoghi sopravvisse un decimo del totale, in altri un sesto, in altri un terzo, in altri un quarto [109].

 

2.2.7.2.           Qualitˆ delle perdite

Come per il numero delle vittime, anche la valutazione sulla qualitˆ delle perdite varia notevolmente. CÕ� concordia nel rilevare che molte famiglie si estinsero totalmente [110], ma poi chi insiste sul fatto che scomparvero i pi� rappresentativi, tanto fra i nobili quanto tra i popolani [111], e chi al contrario, come Guglielmo Cortusi, che ÇmirabileÈ la peste non uccise nŽ un re, nŽ un principe, nŽ un Çdominus civitatisÈ [112]. Chi nota che prima erano colpiti i fanciulli, poi quelli di costituzione pi� robusta [113], e chi allÕopposto che la mortalitˆ era Çin personis validis et iuvenibus magis quam in senibus et debillibusÈ [114]. Per il monaco della Continuatio Novimontensis monaci e monache furono tra le vittime pi� numerose [115], ma anche per Giovanni da Parma Çfratres et sacerdotes in Tridento quasi omnes sunt mortuiÈ [116]; curiosamente Guy de Chauliac ad Avignone nel 1361 dice che la peste ha fatto poche vittime tra le donne, e non � detto non facesse un confronto con quella del 1348 [117]; per Agnolo di Tura e gli Annales Mellicenses infuri˜ pi� nel contado che nelle cittˆ [118]. Ad Orvieto la peste arriva ai primi di maggio, cominciando dai quartieri poveri e cresce rapidamente di gravitˆ fino a luglio, quando raggiunge i quartieri ricchi e quando - testimonia il Discorso historico - in un giorno solo morirono 500 persone, Çgrandi et piccoli, et maschi et femmineÈ. Ancora il cronista del Discorso historico attribuisce la morte improvvisa in gran parte alla paura: ÇEt era si grande la mortalitˆ et lo sbigotimento delle genti, che morivano di subitoÈ [119]. La varietˆ di valutazione � grande, e se sarˆ da ammettere in generale che gli strati socialmente pi� deboli fossero maggiormente falcidiati dalla peste [120], non � per˜ affatto possibile, sulla base delle relazioni cronistiche, concludere unilateralmente col Mollat che ÇLa Peste Nera decim˜ i poveri, ma non annient˜ la povertˆÈ, o che ÇFurono decimati tutti i livelli dÕetˆÈ [121]: dÕaltra parte i cronisti inglesi, Guy de Chauliac ad Avignone e Jean de Venette a Parigi, notano nel 1361 che bambini ed adolescenti sono i pi� colpiti, mentre la peste del 1348 aveva falcidiato tutte le etˆ [122].

Qualcuno, come Marchionne, nota che la malattia colpiva anche gli animali domestici [123].

 

2.2.7.3.           Le vittime illustri

Non frequentissima, la registrazione dei personaggi di rilievo che furono vittime della peste � comunque uno dei motivi ricorrenti: un elenco di personalitˆ ragguardevoli � fornito da Agnolo di Tura [124]; di peste era morto a Firenze Giovanni Villani, dice Matteo; Giovanni dÕAndrea � naturalmente ricordato a Bologna [125]; la morte dellÕabate dal Chronicon Sublacense [126].

 

2.2.7.4.           Impotenza dei medici

LÕincapacitˆ dei medici a porre un qualche rimedio si accompagna al loro terrore di fronte ai malati [127]; e ci furono anche medici improvvisati per aviditˆ [128]. Guy de Chauliac, medico di papa Clemente VI ad Avignone, nota che lÕepidemia si risolse nella vergogna pi� totale: ÇEd io, per evitare lÕinfamia, non osavo allontanarmi, ma con continua paura mi curavoÉÈ [129].

 

2.2.7.5.           SullÕeconomia-societˆ

Le conseguenze sulle attivitˆ artigianali e commerciali normali furono impressionanti, soprattutto in Italia [130]. A Firenze in particolare la vita economica sub“ un fierissimo colpo; ma i pi� intraprendenti si riebbero presto: giˆ il 22 marzo 1349 il diario della famiglia Alberti registra uno stato buono della famiglia ed ancora migliori prospettive future [131]. Altrove per˜ pare che non si possano registrare gravi conseguenze, eccetto che sul piano demografico [132]. Generalmente i cronisti sono concordi nel rilevare lÕabnorme crescita dei salari successiva alla peste, ma non la stessa cosa si pu˜ dire dei prezzi [133].

 

2.2.7.6.           Reazioni
2.2.7.6.1.   Comportamenti

La prima difesa, comÕ� comprensibile, fu la fuga dalla cittˆ in preda al contagio; dovunque, ad Orvieto come a Siena e Firenze, a Venezia come ad Avignone e Vienna [134].

A Firenze nel 1348, malgrado lÕinterdizione degli assembramenti, eccezionali processioni vengono organizzate per implorare quella Vergine [135], la cui immagine si vede il 16 agosto 1348 a Tournai piangere di compassione per le sofferenze degli uomini [136]. A Vienna il medesimo anno, in un grande slancio di contrizione e di mortificazione, tutti i partecipanti, clero in testa, si tolgono le calzature e seguono a piedi nudi le processioni. Per converso, tuttavia, come a Orvieto, non per timore di favorire il contagio, sembra, ma per la disorganizzazione del clero in seguito alla violenza dellÕepidemia, anche processioni abituali, come quella di S. Giovanni il 24 giugno, sono rimandate di sei giorni, e quella dellÕAssunzione, il 14 agosto, non ebbe luogo [137].

I preti, alla pari dei medici, sembrano dimentichi dei loro doveri di assistenza, e comunque risultano insufficienti [138]. Marchionne dice che a Firenze si erano scandalosamente arricchiti facendo pagare salatissimi i loro servizi e visitando con debite precauzioni [139].

Jean de Venette, Michele da Piazza in Sicilia, Pierre de Damousy a Reims, Gilles li Muisit a Tournai notano tutti come il clero intero � colpito dai suoi obblighi, ed il clero regolare pi� ancora del secolare, perchŽ i suoi membri non solo portano il soccorso materiale e spirituale a domicilio, ma aggiungono a questo rischio anche quello della vita in comunitˆ [140].

Le sepolture si facevano a fatica [141]; cimiteri e fosse comuni fuori cittˆ si moltiplicarono [142]. Nel 1349 a Tournay [143] si proibisce di seppellire dentro e nei pressi delle chiese ed i magistrati fanno costruire due nuovi cimiteri in cittˆ, ma questa misura, considerata allÕepoca come necessaria per la salubritˆ degli agglomerati, urta con il desiderio dei fedeli di riposare in terra consacrata, o nella chiesa, per essere pi� prossimi al Santo Sacramento o alle reliquie dei santi di cui cercano lÕintercessione, ed anche per evitare le profanazioni.

Ci fu anche la tentazione di abbandonare del tutto le cittˆ colpite [144], e non mancarono gli sciacalli [145]:

Ovunque regnava lÕavvilimento, unÕatmosfera angosciosa [146]. Eppure Matteo Villani ricorda lÕindulgenza concessa da Clemente VI, ed i molti che muniti dei sacramenti, cristianamente rassegnati, si disponevano alla morte, e la Chronica de Ducibus Bavariae insiste nella descrizione delle morti serene dei molti che con i conforti religiosi si apprestavano allÕestremo passo, Çquasi gaudia celestis patrie pregustarentÈ [147].

Il Langer [148] ha riassunto gli elementi di psicologia religiosa, le forme pubbliche di penitenza, la crescita delle opere di caritˆ, le devozioni [149]; ma poi constata che questo apparente rinnovamento spirituale, dovuto allÕimpressione del castigo lasciata dalla peste e dal desiderio di quietare la collera divina, va di pari passo con una immoralitˆ crescente e si accompagna talvolta ad un malcontento nei confronti della Chiesa (� il secolo di Wyclif e Huss) ed un automatismo dei mezzi di salvezza (� anche lÕepoca del commercio delle indulgenze). E contemporaneamente il ricorso allÕastrologia, alla magia, al satanismo. Tutto ci˜ contribuisce alla creazione di uno stato dÕanimo tipico della fine del Medio Evo. Se ne trova unÕeco nei temi prediletti dagli artisti del tempo: la Passione, il Giudizio finale, lÕInferno, la Danza macabra [150]. In effetti sono molti i segni del crollo della moralitˆ pubblica e privata, ad esempio ad Orvieto [151]. Una legge generale sembra essere che la reazione di fronte al ripetersi dei disastri naturali � normalmente o di angoscia disperata o di sfrenata vitalitˆ [152].

Dopo il male i superstiti, dotati dei beni dei morti, dimentichi dellÕorrore trascorso, divennero pi� litigiosi di prima. LÕeccesso caratterizza il dopo-peste: Çintrepide metam excedebant et sine lege quam plures vivebantÈ [153].

LÕabbattimento degli spiriti causato dalla peste fu anche, in qualche caso, allÕorigine dellÕindebolimento della funzionalitˆ politica, e ci fu chi, come Francesco di Montemarte, mise in relazione con la peste la pacificazione tra le parti ad Orvieto e la soggezione della cittˆ a Perugia [154]. Un legame tra la peste e la riconciliazione tra i principi austriaci sembra di dover desumere anche nella Continuatio Novimontensis [155].

 

2.2.7.6.2.   Provvedimenti presi

In generale gli interventi delle autoritˆ non sono nŽ tempestivi nŽ massicci, e di conseguenza di scarsa efficacia [156]. Gli impedimenti per coloro che venivano da zone infette sono tra le prime misure di difesa adottate dalle cittˆ [157]; ma poi generalmente i forestieri, ed in particolare i mercanti, vengono respinti oltre le porte [158].

Non mancarono le rudimentali misure sanitarie per arginare lÕepidemia. Uno dei mezzi pi� antichi per isolare i malati consiste nel chiuderli dentro le loro case: il metodo riesce, si dice, a Milano dove, nel 1348 si evita la peste barricando porte e finestre di tre case infette e chiudendovi gli abitanti insieme ai malati [159]. In Italia lÕinfezione che i morti son creduti propagare fa prendere delle misure dÕigiene pi� varie. A Catania [160] nel 1347 si decide di bruciare i corpi dei rifugiati da Messina morti di peste, ed il patriarca per risparmiare ai cittadini la puzza dei roghi ordina che i corpi dei Messinesi siano bruciati in campagna [161]. Per il resto i consigli a carattere generalmente preventivo dei Çmedici di Parigi e tutto il loro collegio a riparo della mortalitˆÈ, riportati dalle Storie Pistoresi, risultano totalmente cervellotici, tanto che non siamo assolutamente in grado di riconoscere dove stia il discrimine fra buona volontˆ e mistificazione [162]

A Pistoia, nellÕaprile 1348, solo le vedove hanno il permesso di portare il lutto che � proibito ad ogni altro membro della famiglia dei defunti, proibizione di annunciare pubblicamente i funerali, di suonare le campane per i morti e le sepolture, di darsi a qualunque manifestazione esterna di dolore [163].

A partire dalla peste nera la frequenza degli orfani pone dei problemi alle autoritˆ locali [164].

 

2.3.        La colpa

Tutti i cronisti attribuiscono generalmente alla collera divina la causa prima delle epidemie [165], ma questo era scontato. Era stato cos“ da sempre: di fronte allÕinesplicabile il ricorso al divino � automatico. Il male viene dal peccato; la punizione, o lÕammonimento, da Dio [166], ed � procedimento non limitato ai secoli bui. Se sono sempre da evitare i paralleli improponibili e spesso ÇirritantiÈ tra lÕoggi ed il secolo XIV [167], come dimenticare che � stato indicato qualche anno fa il dilagare dellÕAIDS come conseguenza del disordine dei costumi sessuali, quindi niente altro che come giusta punizione divina che colpisce i reprobi? Il punto era, nel 1348, identificare di chi in particolare, in maniera precisa e concreta, era la colpa di aver suscitato lÕira divina, e di conseguenza la peste [168]. Volta a volta in passato si era accusato un principe, un popolo, e via via le colpe erano state indicate nei vizi capitali, lÕaviditˆ, la lussuria, la superbia, la crudeltˆ; nei cronisti coevi alla peste niente di nuovo, dunque, tanto pi� che la Bibbia, il modello per eccellenza di ogni narrazione, pi� volte offriva esempi di tal genere [169]; si pu˜ notare, solamente, che non viene registrata lÕopera della Fortuna, alla quale pure, come alla volontˆ di Dio, si ricorreva con una certa frequenza [170].

Il nesso peste-colpa, aspetto particolare del pi� generale tra calamitˆ e colpa, si manifest˜ nelle forme consuete: lo storico della povertˆ nota che furono accusati i poveri, quello dellÕeconomia ricorda soprattutto gli usurai, lo storico della mentalitˆ i ricchi [171]; ma certo le vittime pi� adatte erano gli Ebrei, i miscredenti, le prostitute [172], soprattutto gli Ebrei, spesso identificati pure come i responsabili delle povertˆ altrui. Con rara luciditˆ i cronisti strasburghesi scrivono che la ragione della accuse e delle persecuzioni violente stava nel fatto che essi erano semplicemente ricchi [173].

La tentazione di identificare i colpevoli tra i viventi dovette cominciare molto presto, ma � del tutto estranea allÕItalia. Le prime accuse di avvelenare le acque nei confronti di alcuni non meglio identificati homines miseri sono registrate ad Avignone; ne conseguono roghi continui [174]. Ma poi lÕaccusa diviene nelle regioni centrali dÕEuropa specifica nei confronti degli Ebrei, e cambia fondamentalmente il tipo della imputazione: non tanto colpevoli perchŽ fanno qualche cosa che facilita il contagio - del resto nessun cronista dellÕepoca dice una sola parola sulla possibilitˆ effettiva della trasmissione del contagio mediante gli artifici che a quello scopo si attribuivano agli Ebrei [175]-, quanto perchŽ sono fondamentalmente responsabili in quanto costituzionalmente rei. Il carattere scomposto di questo tipo di reazione risulta palmare dal fatto che lÕaccusa viene rivolta agli Ebrei in blocco: alcuni di loro possono essere costretti a confessare di avvelenare lÕacqua, ma i colpevoli sono tutti [176], conseguenza dellÕidea che si tratti di un blocco monolitico; lo dimostra ampiamente il fatto che le notizie in proposito sono in Germania, nella terra di elezione dei tormenti inflitti agli Ebrei, estremamente generiche; il solo Heinrich von Diessenhofen dˆ indicazioni precise sui pogrom antiebraici [177]. La punizione arriva al rogo ed alla distruzione delle case [178], e non � raro che si raccolgano diverse vittime in un luogo per procedere ad una esecuzione in massa [179]: come si faceva con gli eretici. Le azioni contro gli Ebrei, a differenza di quanto avviene nella gran parte dÕEuropa - dove sono accusati di diffondere ad arte il contagio, e perseguitati con un impegno totale, fino alla distruzione piena [180] o parallalemente al diffondersi delle notizie sullÕarrivo del male, o contemporaneamente allÕinfuriare della pestilenza, (e del resto ben oltre i limiti cronologici della peste nera [181]) -, in Italia sono molto modeste, si verificano solamente dopo che lÕepidemia ha infierito, e non riguardano affatto lÕaccusa di essere in qualsiasi maniera responsabili del male: ad Orvieto consistono nella riduzione ad un quarto della cifra che gli eredi dei debitori defunti per la malattia devono rimborsare ai prestatori ebrei, non sapendosi esattamente quanto gli scomparsi avevano giˆ corrisposto, e nellÕintento di evitare che si approfitti della situazione [182].

I Peccati

Ma la ragione profonda del male sta nel peccato: o meglio in un peccato particolare che si cerca volonterosamente di identificare. Per il cronista senese � colpa degli stessi cristiani, che si uccidono a vicenda, magari alleandosi con i nemici infedeli [183]:

Queste maledette galee deÕ Genovesi venivano e aveano aiutato aÕ Saraceni e al Turco a pigliare la cittˆ di Romania che era deÕ Cristiani e amazaro molti Cristiani e molte pi� crudeltˆ e uccisioni fŽro quelli Genovesi aÕ Cristiani che non fŽro i Turchi, e per questo si tenea che Dio avea mandato tanta mortalitˆ a i detti Genovesi e aÕ Cristiani e in Turchia, e mor“ in Saracina eÕ tre quarti e cos“ deÕ Cristiani.

 

Il Breve Chronicon Flandriae riporta lÕopinione diffusa ad Avignone [184]:

Quis finis vel quod principium, Deus scit; quidam tamen timent quod pro morte Andree regis, qui ita trucidatus fuit, Deus his malis mundum flagellat.

 

Per Guglielmo Cortusi la peste � solo la pi� tremenda delle punizioni divine, ma a scopo correttivo: Çad correctionem humani generisÈ [185]; la ragione sta nel perdurare di guerre dovunque [186]:

Hoc tempore Christianitas in quinque locis furebat in armis. Primo contra Turcos, iuxta Smirnas: et Rex Angliae contra Franciam: Rex Hungariae in Apuliam: Rex vero Boemiae, electus Imperator, contra Bavariam: Tribunus Romae oppressus a Patribus fugit in Apuliam.

 

In ogni caso al peccato bisogna porre rimedio. Diverse cronache riportano lÕepisodio di quel signore pagano che aveva manifestato lÕintenzione di farsi battezzare, ma che, dopo aver sentito che i cristiani erano ugualmente vessati dalla peste quanto i musulmani, aveva cambiato proposito [187]; doveva insegnare che la colpa della peste non era nel perdurare del paganesimo. Ci˜ nonostante si rivers˜ generalmente allÕesterno, sui non-cristiani, o sui cristiani troppo tiepidi, o sui peccatori pubblici, lÕaccusa di essere allÕorigine del male.

Dapprima, per˜, ci fu la grande ventata dei flagellanti, risorta grandiosamente giusto nel 1348 [188]; che per˜, seppure nata, - pare - ancora una volta, come nel 1260, in Italia, primo paese occidentale colpito dalla peste, non conobbe nella penisola gli eccessi che tanto colpirono invece i cronisti tedeschi e francesi nelle loro regioni, al punto che Frantisek Graus ha indicato nel nesso peste-flagellanti-persecuzioni ebraiche la cifra pi� appariscente della crisi europea della metˆ del secolo [189].

Persecuzioni ebraiche e penitenti pubblici impressionarono grandemente i contemporanei, non necessariamente in questÕordine; in molti casi si riferiscono prima le manifestazioni dei penitenti, quindi le persecuzioni, come negli Annales Mellicenses [190]. E molti, ad esempio la Continuatio Zwetlensis Quarta e Froissart, diedero maggiore rilievo al fenomeno dei flagellanti, pi� che alla peste che lÕaveva causato [191].

 

* * *

 

Su questa base tipologicamente comune si evidenziano, per una maggiormente caratterizzata posizione, alcuni cronisti. Procediamo di qui in avanti seguendo lÕitinerario geografico e, grosso modo, parallelamente cronologico, della peste in Europa. Non stupisca veder riservato maggiore spazio allÕItalia, che vide per prima il male e pi� ne sofferse: pi� ne parlarono i suoi cronisti.

 

3.    Italia

 

3.1.        Michele da Piazza

Il primo cronista di rilievo che incontriamo � il siculo Michele da Piazza. Il quadro dellÕepidemia da lui fornito [192] � particolarmente vivace. Poco incline alle ampie interpretazioni, Michele intende il tempo del flagello, alla pari di ogni altro evento da lui registrato, come Çrealtˆ viva di sua vitaÈ [193].

Lo scoppio della peste avviene in un quadro idilliaco:

Siculis vero de huiusmodi pace nimium congaudentibus, et sub pace existentibus tranquilla Deum collaudantibus de tam immenso dono, quod antiqui Reges Siculi hactenus obtinere minime potuerantÉ,

 

appena velato - Çnimium congaudentibusÈ - dalla deprecazione di un eccesso di fiducia nella felicitˆ dello stato presente. Ma ecco che allÕinizio di ottobre del 1347 dodici galee genovesi attraccano al porto di Messina. Su di loro pesava la collera divina:

É divinam fugientem ulcionem, quam Dominus noster pro eorum iniquitatibus desuper eis transmiseratÉ

 

Michele non dice le ragioni dello sfavore divino, che comunque riguarda i forestieri, non glÕincolpevoli siciliani. Il male � giˆ nei genovesi, Çossibus infixumÈ, e subito trasmesso, visto che bastava parlare loro, o toccare qualche oggetto loro appartenuto, per contrarre la malattia, al punto da non poterne scampare. I segni dellÕaffezione sono precisi ed inconfondibili: prostrazione totale e dolore per tutto il corpo, pustole sulle gambe o sulle braccia, quindi sputo di sangue che durava tre giorni, incessante, incurabile, fino alla morte. Resisisi conto del male portato dalle galee genovesi, i Messinesi li allontanano dal porto e dalla cittˆ con la massima celeritˆ. Le navi partirono, la malattia rimase.

Incapace, perchŽ fondamentalmente poco o nulla interessato, a trovare una spiegazione dellÕinfuriare del morbo, il cronista isolano risolve il tema in una casistica minuziosa ed accurata, tutta tesa al contrario a restituirne il carattere totalizzante. Il resto, la vita politica o amministrativa, i protagonisti della vita pubblica, tutto scompare; rimangono i rapporti personali, o meglio, la disgregazione di essi. Subito si innesca un crescendo pericolosamente orientato al completo annullamento dei legami umani, che va perfino oltre la volontˆ dei singoli: se il figlio si ammalava il padre ricusava di avvicinarsi a lui, e se osava farlo immediatamente contraeva il male e nel giro di tre giorni esalava lÕultimo respiro; e con lui morivano tutti i membri di quella famiglia, e gli animali domestici. Non solo i rapporti di naturale solidarietˆ familiare sono cos“ profondamente alterati, perchŽ allo stesso modo - oltre il volere personale, ripeto - entra in crisi anche la solidarietˆ religiosa, anche quella sacramentale, e quella civile che si esprime nel riconoscimento pubblico delle volontˆ ultime: molti ricorrevano ai sacerdoti per confessare i propri peccati, ai notai per fare testamento, e preti, giudici e notai non volevano entrare nelle loro case, e chi entrava non poteva evitare una morte rapida. I frati degli ordini mendicanti e gli altri regolari che erano assidui nelle confessioni e nellÕamministrazione dei sacramenti erano i pi� colpiti. I cadaveri rimanevano abbandonati nelle case: nessuno, prete, figlio, padre, parente aveva il coraggio di entrare, ma si ricorreva a carrettieri pagati non poco per portare le salme alla sepoltura. Le case rimanevano aperte, con tutto quello che contenevano, comprese le ricchezze: se qualcuno avesse voluto entrare niente glielo avrebbe impedito. LÕimprovvisa pestilenza si svilupp˜ al punto che prima non vi fu un numero sufficiente di persone in grado di fornire aiuto, ed in seguito non ve ne furono affatto.

Infine la cittˆ � devastata tanto da rischiare la fine. I cittadini decidono di abbandonarla, si vieta agli altri non di entrarvi, ma neppure di avvicinarsi ad essa. I Messinesi si rifugiano in campagna, in luoghi aerati ed in mezzo alle vigne ben oltre il limite dellÕabitato; un gran numero si dirige a Catania, fidando nellÕaiuto della vergine Agata; altri passano in Calabria, altri in diverse regioni della Sicilia.

Ed il crescendo aumenta di intensitˆ e di orizzonte. Che serve la fuga, se il male era nelle loro ossa e viaggiava con loro? I fuggitivi morivano nei campi, nelle strade, sulle spiagge, nei boschi, dovunque. Chi arriv˜ a Catania mor“ lˆ dove era stato ospitato, e la mortalitˆ portata dai Messinesi crebbe tanto che a richiesta dei cittadini catanesi il patriarca decret˜ sotto pena di scomunica di non seppellire alcun messinese in cittˆ, ma piuttosto fuori, in fosse molto profonde.

Dopo i congiunti che si evitavano vicendevolmente, i Catanesi che evitano i Messinesi. CÕera chi per terrore non parlava neppure con essi, ma fuggiva alla loro vista. Se qualcuno rivolgeva loro la parola, lo apostrofavano: Çnon mi parlari ca si MissinisiÈ. Non trovavano case dove risiedere, e se non ci fossero stati alcuni messinesi abitanti a Catania con le loro famiglie ad ospitarli di nascosto, sarebbe loro totalmente mancato ogni aiuto. Dopo Messina, Catania; dopo Catania lÕisola intera. Si disperdono i contagiati, e giungono a Siracusa, Sciacca, Agrigento, soprattutto Trapani, che quasi perdette la totalitˆ degli abitanti.

Disegnato il quadro generale Michele torna sugli individui martoriati, e descrive minutamente il decorso della malattia: non solo le pustole volgarmente chiamate antrachi, ma anche ghiandole crescevano in diverse parti del corpo, sul petto, alle gambe, alle braccia alla gola. AllÕinizio erano come nocciole, e venivano insieme ad un gran gelo, e prostraevano a tal punto che ci si poteva solo stendere, in preda ad una altissima febbre e ad una angoscia profonda. Poi crescevano come noci, come uova di gallina, di anatra, ed il dolore enorme e la corruzione degli umori interni costringevano a sputare sangue, e lo sputo, salendo dal polmone infetto alla gola, corrompeva il corpo intero, ed il corpo corrotto, non pi� sostenuto dagli umori, esalava lo spirito. La malattia durava tre giorni; nel quarto almeno il corpo era liberato dalle sofferenze di questo mondo.

LÕimpotenza dei rimedi lascia una sola speranza: quella di raggiungere il bene ultimo. Considerando il breve ciclo del male, i Catanesi, come erano preda del mal di capo e del freddo intenso per il corpo, subito si confessavano, quindi facevano testamento. Ma giudici e notai stanchi si rifiutavano di andare per i testamenti, e se si recavano da qualche ammalato, ne stavano ben lontani; i sacerdoti non si sottraevano al loro dovere, ma nŽ giudici e notai per i testamenti, nŽ sacerdoti per i sacramenti, erano sufficienti alla bisogna. Perci˜ il patriarca, volendo provvedere alle anime, concesse a qualunque prete la facoltˆ di assolvere dai peccati: tutti quindi guadagnarono certamente il luogo della salvezza eterna.

Quanto forte fosse stato il pericolo del totale annichilimento delle grandi cittˆ dellÕisola, e della sua vita civile, era stato evidente, ma per quanto terribile, per quanto segno tremendo della caducitˆ del benessere, non si trattava della fine del mondo, nŽ di un evento inesplicabile, in sede di bilancio finale. Il male era venuto da fuori, lo si era sub“to, non causato; se non si era stati in grado di combatterlo, si era comunque sopravvissuti. La peste in Sicilia era stata una prova grandiosa, ma in fondo assimilabile: niente pi� che un brusco cambio di velocitˆ, unÕaccelerazione inconsueta della parabola umana, una via rapida verso il destino ultimo dellÕuomo. Il tratto intermedio si era compresso, ma lÕalfa e lÕomega rimanevano inalterate.

 

3.2.        Cronaca senese

LÕautore della cronaca senese attribuita ad Agnolo di Tura [194], sa che a Natale la peste � in Dalmazia e giˆ a Genova [195], portatavi da alcune galee genovesi provenienti dal Mediterraneo orientale dove avevano combattuto:

Le galee deÕ Genovesi tornaro dÕoltramare e da la cittˆ di Romania a d“ ....di novenbre e tornaro con molta infermitˆ e corutione dÕaria la quale era oltremare, inpercoh� in quel paese dÕoltremare mor“ in questo tempo grande moltitudine di gente di morbo e pestilentia. Essendo gionte a Gienova le dette galee tenero per la Cicilia e lassorovi grande infermitˆ e mortalitˆ, che lÕuno non potea socorare lÕaltro: e cos“ gionti a Gienova di fatto vÕattacoro il morbo grandissimo e morivavi molta gente, e dur˜ questo pi� semane e continuo cresceva il detto morbo e per questo tutti quelli navili furono tutti cacciati di Genova, e cos“ si partiro quelle maledette galeeÉ

Cacciate da Genova le navi vanno a Pisa ad inaugurare il nuovo anno:

É e vennero a Pisa a d“....di gienaio, e come furono a Pisa nella piaza deÕ pesci e a qualunque favellavano subitamente amalavano di morbo e subito cadevano morti, e cos“ chi favellava a quelli amalati o tochasse alcuna di le loro cose, cos“ di subito amalavano e morivano, e cos“ si sparse per tutta Pisa, per modo che vi fu tal d“ che ne moriva 400É

 

Di qui, dice il cronista senese, lÕepidemia si sparse in tutto il mondo. Da Pisa con le Çmaledette galeeÈ a Piombino; nel febbraio a Lucca, a marzo a Firenze, tra aprile e maggio a Siena, Perugia, Orvieto, ed oltre lÕAppennino a Bologna e Modena [196].

Ma nonostante questo avvio di respiro ampio, almeno sul piano regionale, lÕorizzonte del cronista ben presto si restringe recisamente allÕambito cittadino. La descrizione propria della peste, dopo un avvio convenzionale [197], sembra prendere la via del ricordo personale: ÇE io Agnolo di Tura, detto il Grasso, sotterrai 5 miei figliuoli coÕ le mie maniÉÈ [198], tanto che il Larner rimanda a questa cronaca per esemplificare come si trattasse di un fenomeno dalle rilevanti conseguenze psicologiche [199]. Ma dopo questo breve cenno di carattere autobiografico, il cronista presenta invece una situazione generale, tipicamente cittadina; anzi tipicamente senese.

Non gli importa indagare le ragioni, terrene o divine che siano, del male, quanto piuttosto esclusivamente gli effetti che ebbe lÕepidemia nella vita della cittˆ. Ed ecco, nellÕordine, la sensibilitˆ dei governanti nel provvedere allÕassistenza degli indigenti, fino alla sepoltura, lÕinsistenza sulla decimazione della popolazione [200], lÕabbandono delle opere pubbliche [201] e delle cave dÕargento, oro e rame, lÕincapacitˆ ad impedire lo strazio dei cadaveri da parte delle bestie selvatiche, lÕelenco dei notabili vittime del male. Infine, Çrestata la pestilentiaÈ, il disordine della condotta dei sopravvissuti: Çognuno che scanp˜ atendevano a godere; frati, preti monache e secolari e donne tutti godevano, e non si curavano lo spendere e giocare, e a ognuno pareva essere richo, poich� era scanpato e riguadagnato al mondo, e nissuno si sapea assettare a far nienteÈ [202]. Si noti, oltre il rinvio ad un passo parallelo di Matteo Villani, su cui ha richiamato lÕattenzione il Mollat [203] - e numerosi altri potrebbero essere ricordati -, che la sensazione di riacquisto di vitalitˆ fosse per il cronista senese solo relativa - tutti si consideravano ricchi per il sempice fatto di essere sopravissuti -, mentre reale invece fu lÕinterruzione di un periodo di floridezza che aveva visto nella costruzione del nuovo duomo la sua manifestazione pi� appariscente. Il tempio moderno non si costru“ pi�, e non perchŽ i Senesi, superato il periodo angoscioso della peste, avessero perso la testa in un totale rilassamento morale:

E per cagione di detta moria si tralass˜ e non si segu“ pi� oltre per la poca gente che rimase in Siena, e anco per le malinconie e affanni che ebe chi rimase. E anco li maestri, che tolsero a fare detto lavorio, quasi tutti morirono. E similmente i cittadini che erano operai al detto lavoro moriro, il quale difitio si cominci˜ nel 1338, come indietro � detto [204].

 

Erano venute meno le forze morali e materiali che avevano spinto tempi addietro a quellÕopera grandiosa di celebrazione della opulenza della cittˆ. Se in seguito il cronista sembra di nuovo allineare i fatti degni di menzione per la vita cittadina, come se nulla fosse cambiato, non pu˜ esimersi dallo stilare un bilancio finale da cui emerge chiaramente, oltre il moralismo, che la societˆ senese nel breve volgere di un anno, � profondamente mutata:

1349. Doppo la gran pestilentia de lÕanno passato, ogni persona viveva sicondo il suo albitrio; e ogni persona tendeva a godere di mangiare e bere, cacciare, uccellare e giocare; e tutti li denari erano venuti a le mani di gente nuova [205].

 

Dove non conta tanto la deprecazione degli eccessi, quanto piuttosto la constatazione di un emergere di nuovi ricchi e potenti. Veramente qui la peste appare giocare un ruolo importante nella storia dello sviluppo della vita civile in Siena, e la valutazione dello storico moderno, ben pi� motivata, dialoga con quella dello storico antico [206].

 

3.3.        Matteo Villani

Matteo Villani inizia la sua continuazione della cronaca di Giovanni proprio dalla peste in cui il fratello maggiore era scomparso. Rivolgiamoci, accogliendo ancora una volta lÕesortazione di Arsenio Frugoni [207] a porre particolare attenzione ai prologhi, tanto fruttuosa - basterˆ ricordare quanto sul piano tipologico � servita a Bernard GuenŽe [208] -, e, per quel che ci interessa qui, particolarmente al prologo al capitolo primo, che � anche, e soprattutto, prologo allÕintera opera. In veritˆ molto � giˆ stato scritto circa i prologhi di Matteo [209], veri manifesti programmatici e riassunti icastici della sua Çconcezione del mondoÈ. Ora quel prologo � lÕillustrazione pi� piena di uno Çsfiduciato moralismoÈ [210], constatazione del caos che regna sovrano dovunque, sia per lÕazione umana, sia per lÕinfuriare delle forze della natura; ma, chiediamoci, � anche Çconsapevolezza lucida di una crisi del mondo presenteÈ, come vedeva proprio qui a Todi qualche anno fa Enrico Artifoni [211]? Se per Giovanni Aquilecchia il pessimismo di Matteo ha in questo punto la sua prima manifestazione Çdi stampo biblico-cristianoÈ [212], se per il Green quel pessimismo mostra di risolversi in una per dir cos“ dissoluzione storiografica [213], ci pare doveroso osservare che la presentazione dellÕopera si muove non allÕindietro, sul piano dellÕapocalisse, al pi� in rassegnata attesa del giudizio ultimo, ma su quello pi� propriamente positivo e propositivo tutto volto al futuro. Tanto pi� che, se Aquilecchia nota come tema tra i pi� ÇinteressantiÈ le tirate antiecclesiastiche di Matteo [214], che sembrerebbero rendere materiche nello scritto della cronaca le tensioni del tempo, tra Firenze ed Avignone, Artifoni ha mostrato come fossero presenti nel secondo Villani sincera ed appassionata fede repubblicana e - soprattutto, aggiungiamo noi - una Çintransigenza guelfaÈ [215] che, per quanto pi� reazione emotiva che meditazione politica, sono in un qualche modo quella risposta alternativa al disordine del mondo che Aquilecchia pensava arduo poter rintracciare nella cronaca Çal di lˆ dello sfiduciato senso del precarioÈ [216]. Per dire che se il prologo al primo libro � come allÕinizio della nona sinfonia beethoveniana, il segno del caos, si dovrebbe constatare che il resto del lavoro non � affatto lÕillustrazione del regno del caos; altrimenti non si capirebbe come subito dopo, per quanto sicuramente in omaggio ad un preciso schema retorico, si giustifichi quella fatica con la speranza - la parola appare esplicitamente - di giovare, in maniera tutta particolare a coloro che sono Çmeno spertiÈ, in modo che Çcon fatica e studio da poter venire a operazioni virtudioseÈ. Di pi�: teniamo conto che il quadro sconsolato del mondo - quadro sconsolato dellÕesistenza - si prolunga e si amplifica nei successivi capitoli, dal primo al quinto, che costituiscono proprio i limiti entro cui si iscrive la peste del 1348.

Consideriamo la partenza, giˆ a suo modo ambiziosa: si delinea immediatamente lÕimmane soffio della storia umana:

Trovasi nella santa ScritturaÉ

 

Il male che colpisce il mondo ha la sua prima motivazione nel male commesso dagli uomini; cos“ si leggeva nel prologo allÕopera,

É per la macchia del peccato la generazione umana tutta � sottoposta alle temporali calamitˆ e a molta miseria e a innumerabili maliÉ

 

ed allo stesso modo si prosegue qui: cos“ era stato al tempo del diluvio, quando il peccato aveva corrotto lÕumanitˆ intera:

É avendo il peccato corrotto ogni via della umana carneÉ [217].

 

In seguito, se non vi furono pi� diluvi universali, in accordo con la promessa divina a NoŽ, suggellata dallÕarcobaleno [218], che per˜ Matteo non ricorda affatto, si susseguirono Çdiluvi particolari, mortalitˆ, corruzioni e pistolenze, fami e molti altri mali che Iddio ha permesso venire sopra gli uomini per li loro peccatiÈ. Questa insistenza sui ÇdiluviÈ non pare affatto puramente topica, visto che i due anni precedenti erano proprio stati caratterizzati da unÕanomala abbondanza di piogge, come abbiamo ricordato sopra, e la stessa parola ÇdiluvioÈ, in volgare ed in latino, si trova largamente adoperata in proposito nei testi coevi, di cronisti e non [219]. Quindi Matteo dˆ un saggio di storia delle grandi epidemie, ovviamente per quel che sa. E sa - con qualche confusione - dellÕepidemia Çal tempo di Marco Aurelio Antonio [220] e Lucio Aurelio Commodo imperadoriÈ; poi di quella Çal tempo di Gallo Ostilio Augusto e Bolusseno suo figliuolo, occupatori dello imperio e gravi persecutori dei cristianiÈ [221]; continu˜ per i tre lustri successivi [222]. Ma poi pi� nulla; la sua cultura storica � troppo modesta per consentirgli di proseguire la rassegna, e subito viene al caso presente, che, naturalmente, non solo regge il paragone con le pestilenze antiche che ha ricordato, ma addirittura le sovrasta per lÕampiezza delle regioni colpite, Çuniversale giudicioÈ, perfino superiore incomparabilmente, se guardato dallÕentitˆ delle vittime, a quello del diluvio universale, che colp“ i pochi abitanti della terra di allora [223].

Ma � tempo per il Villani di entrare in argomento. LÕinizio proprio � a dir poco sconcertante: Matteo si propone di narrare Çlo sterminio della generazione umanaÈ, scandendone tempi e modi, fenomenologia e vastitˆ, e subito si stupisce non della terribilitˆ del male, ma piuttosto della Çmolta misericordiaÈ usata dalla Çdivina giustiziaÈ in quellÕoccasione, visto che lÕumanitˆ sarebbe stata invece degna Çper la corruzione del peccato di final giudizioÈ. Il peccato in questione non � certo quello originale, ma anzi il dilagare presente del peccato, giunto a tanto da meritare lÕestinzione estrema. Anche se poi il Villani non ci dice affatto in che consistano quei peccati talmente diffusi da causare la collera divina. In realtˆ � proprio questa indeterminatezza a chiarire di che si sostanzi e fino a che punto giunga il tanto conclamato scetticismo villaniano. Se il cronista senese giudicava lÕepidemia giusto castigo divino per il malvagio comportamento dei genovesi, esteso poi per riverbero a tutta la cristianitˆ [224], Matteo, che pure sa bene del modo preciso in cui il male � giunto in Occidente, ne incolpa lÕintera razza umana: per il senese il tramite furono le Çmaledette galee deÕ GenovesiÈ; per il fiorentino alcune Çgalee dÕItalianiÈ. Ugualmente in chiave cosmica, viene intesa la parabola complessiva del male. LÕavvio solenne, ÇVidesi negli anni di Cristo, dalla sua salutevole incarnazione, 1346ÉÈ, non � puro dato cronologico, ma afflato provvidenziale in cui situare esattamente il fenomeno. Cos“ la precisazione astrologica, su cui evidentemente molti avevano attirato (poi) lÕattenzione, per additarne un segno premonitore, viene riportata per dovere di cronaca [225], ma con la precisazione esplicita che non certo l“ sta la ragione profonda del male: a questa conclusione conducono una constatazione a metˆ tra lo scientifico ed il senso comune, e la convinzione religiosa:

É la congiunzione di tre superiori pianeti nel segno dellÕAquario, della quale congiunzione si disse per gli astrolaghi che Saturno fu signore: onde pronosticarono al mondo grandi e gravi novitadi; ma simile congiunzione per li tempi passati molte altre volte stata e mostrata, la influenza per altri particulari accidenti non parve cagione di questa, ma piuttosto divino giudicio secondo la disposizione dellÕassoluta volontˆ di Dio.

 

Matteo ripete qui quanto giˆ il fratello Giovanni aveva osservato a proposito della pestilenza del 1347 [226]; Boccaccio era stato apparentemente neutrale [227]:

É mortifera pestilenza, la quale o per operazione deÕ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortaliÉ

 

Ma la peste serviva al grande narratore per disegnare il suo contrario, lo scuro su cui tracciare i disegni chiari delle speranze e dei lieti conversari; per Matteo � invece il momento ammonitore dellÕapocalisse finale, il flagello che colpisce tutti, Çgli uomini dÕogni condizione di catuna etˆ e sessoÈ, prima in Oriente dove ha origine, e poi in Occidente. Anche la vastitˆ del quadro geografico,

CominciossiÉ inverso il Cattai e lÕIndia [228] superioreÉ si venne di tempo in tempo e di gente in gente apprendendo: compreseÉ la terza parte del mondo che si chiama AsiaÉ sÕaggiunse alle nazioni del Mare Maggiore e alle ripe del Mare Tirreno, nella Soria e Turchia, e in verso lo Egitto e la riviera del Mar Rosso, e dalla parte settentrionale la Rossia e la Grecia, e lÕErminia e lÕaltre conseguenti provincieÉ,

 

anche questo accumulo, dal generale (lÕAsiaÉ) alle regioni pi� particolari ed individuate, ma sempre con una riserva di mitico, lontano ed in fondo terrorizzante, situa lÕarrivo del male in un immane soffio divino che avvolge lÕumanitˆ. Di questa terribile grandiositˆ devono prendere coscienza i lettori, non i fiorentini, non gli Italiani, ma le Çnazioni che dopo noi seguirannoÈ; questa � la ragione precisa per cui scrive Matteo.

Le Çgalee dÕItalianiÈ venute dallÕOriente infettano la Sicilia, e quindi Pisa, e Genova. Quindi riprende vigore il grande respiro provvidenziale: Çconseguendo il tempo ordinato da DioÉÈ, parallelo apocalittico dellÕevangelico tempo della salvezza, la Çmortale pestilenzaÈ avvolge la Sicilia intera, e quindi lÕAfrica, il Tirreno e le sue isole e tutta Europa: lÕItalia, la Provenza, la Spagna fino allÕOceano, lÕIrlanda, lÕInghilterra, la Scozia, ed infine Çgli Alamanni e gli Ungheri, Frigia, Danesmarche, Gotti e Vandali e gli altri popoli settentrionaliÈ. Il panorama storico e geografico della peste si conclude cos“, tumultuosamente dilatandosi, e tutto avvolgendo, fin nelle brume pi� estreme del nord, come dalle leggendarie estremitˆ orientali si era mosso.

Sulla atrocitˆ dei comportamenti ingenerata dal terrore del male insiste anche il Villani, soprattutto nei confronti di chi pi� avrebbe avuto bisogno di aiuto. Tutti i cronisti sottolineano con analoghe parole, sappiamo, Çla crudeltˆ che era e modi dispiatatiÈ, come si esprime la cronaca senese [229], ad ogni livello, anche tra i parenti pi� intimi [230], ma Matteo � il solo a classificare come originariamente ÒbarbaraÓ quellÕÇinumanitˆ crudeleÈ, che pure si ritrov˜ in seguito anche fra i cristiani [231]. La sollecitudine reciproca poteva esser un rimedio, ma tutti evitavano i malati. Di contro allÕinsieme degli altri cronisti - notevole correzione ad un pessimismo rassegnato -, il solo Villani sostiene che chi si era giˆ disposto alla morte, volendo continuare a prestare soccorso a parenti ed amici infermi, pur contraendo il male non mor“, e potŽ continuare la sua opera, e la cosa incoraggi˜ altri a fare altrettanto, per cui molti, cos“ sollevati, poterono guarire [232].

Il tempo successivo alla peste pare il culmine del pessimismo villaniano. Il quarto capitolo, Come gli uomini furono peggiori che prima, esemplifica la norma che, scampato il pericolo, dopo i giorni del dolore, Çgli uomini trovandosi pochi e abbondanti per lÕereditˆ e successioni dei beni terreni, dimenticando le cose passate come state non fossono, si dierono alla pi� sconcia e disonesta vita che prima non aveano usataÈ. Senza limiti ci si diede ai piaceri, cibi, vesti, lussuria, senza freno, anzi nei modi pi� esasperati. Se Dante aveva poco dopo lÕinizio del secolo contrapposto gli eccessi di comportamento della Firenze di allora alla misura della Firenze di Cacciaguida, se Riccobaldo negli stessi anni aveva fatto pi� o meno lo stesso per la sua Ferrara [233], oltre mezzo secolo pi� tardi Matteo Villani non pu˜ giˆ pi� ripercorrere quel modello: esecrazione dei tempi presenti, s“, ma nessun ricordo di tempi pi� morigerati! Da troppo tempo Firenze viveva in un clima di benessere tale da avere fatto del tutto dimenticare lÕetˆ dei sobri costumi degli antenati. E Matteo scioglie la sua amarezza senza speranza in dimensioni universali: non si tratta della sola Firenze infatti, Çe cos“, e peggio, lÕaltre cittˆ e province del mondoÈ. La chiusa del capitolo � speculare allÕinizio del primo capitolo: lˆ si partiva dalla Scrittura, dal diluvio; qui si ammonisce che Çsecondo il profeta Isaia, non � abbreviato il furore dÕIddio, nŽ la sua mano stancaÈ. Cos“ si conclude lo spazio dedicato alla peste. Il capitolo successivo, Come si stim˜ dovizia, e segu“ carestia, serve egregiamente ad illustrare per Ruggiero Romano e John Day la crisi italiana della metˆ del Trecento [234], per il Mollat Çle conseguenze sociali e morali della pesteÈ [235]; sorprende che questi qualificati commentatori citino il brano a sostegno di interpretazioni offerte con scarsa problematicitˆ, quasi che le conseguenze dellÕepidemia non potessero essere naturalmente che quelle. Mentre invece � da rilevare che il fiorentino e sensibile agli ÒaffariÓ Matteo Villani, un ÒespertoÓ dÕallora, presenti quelle conseguenze come la negazione delle previsioni naturali. Un buon conoscitore delle leggi di mercato, come era Matteo, confessa che lui, e come lui tanti altri, non erano stati in grado di immaginare quello che sarebbe successo, anzi avevano supposto il contrario. Lo studioso di oggi sorride con compatimento di fronte ai lamenti moralistici di Matteo, mettendo in mostra la propria conoscenza delle leggi economiche, e dimenticando quello che oltre un secolo fa aveva notato Jakob Burckhardt: ÇUn fiorentino soltanto poteva lasciare scritto come tutti si aspettassero che, per la scarsezza degli abitanti, tutti i prezzi delle cose ribassassero, e come invece e viveri e mercedi siano rincarati del doppio; come il popolo in sulle prime non volesse pi� lavorare, ma darsi buon tempo; come nella cittˆ non potessero pi� aversi nŽ servi, nŽ fantesche se non a prezzi elevatissimi; come i contadini non volessero pi� coltivare che i terreni migliori, lasciando incolti gli altri e come gli enormi legati lasciati durante la peste a favore dei poveri apparissero dopo inutili affatto, perchŽ i poveri o erano morti o poveri pi� non eranoÈ [236]. PerchŽ condannare il moralismo, ricorrere al liberatorio passepartout della ÒmentalitˆÓ di un uomo del Medioevo, e non limitarsi alla constatazione che si trattava semplicemente di un fatto, registrato da altri, pi� o meno con le stesse modalitˆ, anche altrove, in Italia ed in Europa [237]? Se invece si trattava di un errore di valutazione dei contemporanei, in generale, non sarˆ inutile ricordare che ancora lÕÒespertoÓ moderno Robert Fossier ha dovuto avvertire che non sempre - anzi, quasi mai - i modelli ÒmoderniÓ funzionano per i secoli finali del Medioevo [238]. Anche la peste era stato un fatto, e quel che era seguito, insomma, appariva tale da vanificare le leggi economiche nelle quali una persona particolarmente versata per il mondo economico, come appunto Matteo Villani, credeva; si delineavano nuovi comportamenti, nuove leggi, un nuovo tempo, da comprender su basi diverse; del nuovo tempo, la peste era stata, per Matteo, la cifra iniziale.

Ma torniamo a chiederci quale sia lÕinsegnamento che i lettori devono trarre, quali siano Çil consiglio e Õl rimedio dellÕavversitˆÈ che il Villani si proponeva di indicare programmaticamente. La risposta ora � semplice e disarmante: niente pi� che la constatazione che qualunque catastrofe, per quanto enorme, non � dovuta al mal fare contingente; che non � ragione alcuna di trovare giustificazione allÕinfuriare di una forza naturale - incontrollabile -, nella cattiva condotta di questo o di quello, singoli o collettivitˆ. La ragione profonda � nella stessa natura dellÕesistenza, tutta ed esclusivamente nelle mani di Dio. NŽ angoscia inerte, nŽ presunzione quindi; nŽ scarico di responsabilitˆ, nŽ identificazione di colpevoli, perch� tutti, e da Adamo, siamo colpevoli; la ÒlezioneÓ della peste deve avere validitˆ al livello delle coscienze, deve spronare Ça operazioni virtudioseÈ, non per placare lÕira di un Dio irraggiungibile, ma per agevolare il tragitto terreno dellÕuomo. Cos“ essendo intesa la vita, limpido significato acquista allora il prologo:

É per la macchia del peccato la generazione umana tutta � sottoposta alle temporali calamitˆ e a molta miseria e a innumerabili mali i quali avvengono nel mondo per varie maniere e per diversi e strani movimenti e tempi, come sono inquietazioni di guerre, movimenti di battaglie, furore di popoli, mutamenti di reami, occupazioni di tiranni, pestilenzie, mortalitˆ e fame, diluvi, incendi, naufragi e altre gravi cose delle quali gli uomini neÕ cui tempi avvengono, quasi da ignoranza soppresi, pi� forte si maravigliano e meno comprendono il divino giudicio e poco conoscono il consiglio e Õl rimedio dellÕavversitˆ, se per memoria di simiglianti casi avvenuti neÕ tempi passati non hanno alcuno ammaestramento; e in quelle che la chiara faccia della prosperitˆ rapporta non sanno usare il debito temperamento, rischiudendo sotto lo scuro velo della ignoranza lÕuscimento cadevole e il fine dubbioso delle mortali coseÉ

 

Questa coscienza esistenziale, nŽ angosciosa nŽ eroica, sostanzia lo scopo per cui Matteo ha scritto la sua storia, il suo ÇammaestramentoÈ, in tempo di ÇavversitˆÈ come in tempo di ÇprosperitˆÈ; la ÇconsapevolezzaÈ di Matteo Villani veramente qui Çsi trasferisce sul piano del cosmoÈ [239] ed oltre, e dˆ un senso alla peste, a Firenze, allÕItalia ed al mondo, in breve alla vita umana. Meditando la storia della peste del 1348 si potrˆ in simili frangenti vivere consapevolmente: � la stessa importante ÒlezioneÓ che il nostro contemporaneo Arno Borst trae dallo studio del terremoto di quel medesimo anno [240]. Se le insicurezze sul mondo erano divenute in Giovanni Villani insicurezza della persona, come rilevava il Green [241], in Matteo la catastrofe della peste era possibilitˆ di esercitare quel rigore di concatenazione delle riflessioni che giˆ � stato notato sul piano letterario [242], e motivo per procedere oltre in un maggiore equilibrio dellÕanima.

 

3.4.        Marchionne

La ÒmutazioneÓ dei tempi, avvertita alla vigilia della peste da Giovanni Villani, e dopo il male resasi evidente agli occhi del cronista senese e di Matteo Villani, diviene pi� chiara in Marchionne fiorentino [243]. Tuttavia si potrebbe dire che la pagina della sua cronaca dedicata alla peste � un intermezzo del mutamento in atto, tra un prima in cui lÕorganismo cittadino sembra funzionare a fatica, ed un dopo in cui la direzione amministrativa della cittˆ si avvia a riacquistare una nuova ed efficace capacitˆ di intervento. La rubrica sulla Çmortalitˆ la quale fu nella cittˆ di Firenze, dove morirono molte personeÈ rappresenta una netta cesura del tessuto narrativo della cronaca, e si presenta con aspetti, per cos“ dire, ÒmistiÓ, visto che accosta tributi diversi a quello che abbiamo detto il modulo cronachistico convenzionale, a notazioni vivaci e popolaresche che hanno il fresco sapore della realtˆ, vissuta personalmente - Marchionne nel 1348 aveva dodici anni -, o comunque udita narrare da testimoni vicini cronologicamente e spazialmente, amici, conoscenti e familiari.

LÕorizzonte � ristretto: Marchionne ignora totalmente lÕepidemia al di fuori di Firenze, non dice come vi fosse portata o da chi; il male scoppia senza una riga di introduzione, improvviso, ingiustificato, non preceduto da segni premonitori, nŽ come coronamento di eventi calamitosi o comportamenti colpevoli, un hˆpax della storia di Firenze.

Il quadro � colorito, ma piuttosto disordinato [244], tutto intessuto sui particolari, spesso risolto in puri elenchi [245], ma anche con una tale abbondanza di aneddoti che, oltre allÕorrore, non possono che essere diretti ad intendere la vicenda con un certo distacco, fino a strappare un sorriso. Come quando racconta di quelli che al malato dicevano: ÇIo vo per lo medicoÈ, ed una volta guadagnato lÕuscio non si facevano pi� vedere; o degli altri che, con la scusa di evitare al malato la fatica di chiamare durante la notte, gli ponevano accanto al letto ci˜ che si pensava potesse essere dÕaiuto, pillole, vino, acqua, e dopo che il disgraziato aveva preso sonno si allontanavano; o quando riferisce dei cadaveri ricoperti con un leggero strato di terra, e quindi con altri cadaveri, ed altra terra, come si fa con le lasagne ed il formaggio.

Ma la somma dei particolari non fa una unitˆ. Gli elementi singoli rimangono a sŽ stanti, una lista di fatti unici, efficaci nel complesso a rendere una atmosfera, ma soprattutto orientati, crediamo, a restituire la disintegrazione della cittˆ nellÕatomismo del particolare e del negativo: ÇTutta la cittˆ non avea a fare altro che a portare morti a seppellireÈ [246]. Se non mancano gli interventi del pubblico - divieto di celebrazione dei funerali con suoni di campane, catafalchi ed annunci a voce; limitazione della partecipazione dei religiosi alle esequie; proibizione di importare in cittˆ frutti considerati nocivi - si tratta di provvedimenti, escluso lÕultimo, giusto diretti a confinare nellÕambito del privato quelle manifestazioni di lutto che, troppo perniciose al morale perchŽ cos“ numerose, non si giudicava opportuno ammettere come ordinarie. Quasi che impedirne il clamore potesse nasconderne la diffusione. Ci si trova per˜ ancora insieme, o nelle processioni Çgridando: ÒMisericordiaÓ, e facendo orazioniÈ, o Çin brigata a mangiare per pigliare qualche confortoÈ; ma anche i pranzi con gli amici sono unÕennesima occasione per constatare la mancanza dei convitati.

Solo la fine dellÕepidemia rimette in moto lÕapparato di governo, fino a quel momento solamente in grado di procedere alla conta dei decessi:

Nel detto anno, essendo ristata la mortalitˆ, era in Firenze trasandato gli uomini e le donne nel vestireÉ e fessi ordine sopra ci˜, e diessi bal“a a seguir gli ordini al giudice della grascia. Li sarti erano s“ forte smisuratiÉ Fu a loro posto ordine quello dovessero t™rre dÕogni cosa per s�. Li fanti e fante erano s“ spiacevoli con grandissimi prezzi che convenne farvi grosse pene a raffrenarle. Li lavoratori delle terre del contado volieno tali pattiÉ Di che fu fatto ordini gravi sopra ci˜É Missesi freno ancora nelle nozzeÉ [247]

 

Il controllo della situazione � ristabilito; la peste ha segnato un periodo di totale arresto della capacitˆ del comune a fronteggiare la situazione; ma ora tutto e passato. Il tempo si � fermato da marzo a settembre 1348; la storia di Firenze riprende a scorrere.

 

3.5.        Marco Battagli

Per Marco Battagli da Rimini, autore di una cronaca dal valore discusso [248], la peste [249] va intesa come evento del tutto provvidenziale. La chiave � tutta moralistica, ma grandiosa, di stampo biblico. Comincia anchÕegli nel ricordo del diluvio universale:

É humana iniquitas et cuiuscumque generis peccata tantum creverant super terram, quod eorum fetor et clamor ad iustas aures pervenit altissimi. Tunc iusta Dei sententia, similis diluvio Noe, cum ignea mortis acute plaga super omnem faciem terre irruit cum furore et quasi inquit, sicut fecit tempore diluvii: - Omnem creaturam delebo et propter eorum facinora finis universe carnis perveniat ad effectumÉ,

 

che riprende Gn.  6, 5-13:

Videns autem Deus quod multa malitia hominum esset in terra et cuncta cogitatio cordis intenta esset ad malum omni temporeÉ Delebo, inquit, hominem, quem creavi, a facie terraeÉ dixit ad Noe: Finis universae carnis venit coram meÉ

 

Opportunamente dimentica il Battagli, come Matteo Villani, la promessa divina di non pi� colpire il genere umano con un nuovo flagello ÒuniversaleÓ, e passa a descrivere i segni del male che ha visto da vicino: Çtestimonium perhibeoÈ. Il ricordo della congiunzione astrale sotto cui si � iniziata lÕepidemia, altrove oggetto di discussione, � in lui declassata a nota puramente cronologica, mentre lÕorigine prossima della malattia vien fatta discendere, come in altri, da un grande fuoco. Solo che in Battagli quel fuoco offre il destro per continuare il parallelo con la storia sacra, questa volta verso il tempo ultimo. Come allÕinizio della storia umana la malvagitˆ aveva causato il diluvio, cos“ oggi gli innumerevoli peccati hanno causato la peste; come il giudizio finale avverrˆ nel segno del fuoco, cos“ la peste di oggi, sorta dal fuoco, esemplifica e preannuncia il dies irae:

Hoc enim tale periculum Dei sententiam possumus appellare et quasi videtur esse et fuisse iudicium futurum per ignem, quod in Scripturis sanctissimis invenitur, quoniam illud infirmitatis iudicium processisse ab igne videtur.

 

In questo modo il flagello � posto al centro della parabola spirituale, e lo stesso Battagli, risparmiato miracolosamente - Çpro dei gratia ego evasiÈ -, �, nel dilagare della malvagitˆ, segno del rinnovarsi della figura di No�, segno del sopravvivere nellÕumanitˆ tralignata, di pochissimi buoni. Ma a questo punto ogni possibilitˆ di una rinnovata storia parallela a quella biblica cade bruscamente: non solo lÕira divina non ha colpito chi avrebbe dovuto colpire, ma le cose ora, dopo la peste, stanno peggio di prima:

Omnes autem formose domine et viri iusti omnes vite terminum assignaverunt et quasi iniqui et reprobi pro contrario remanserunt. Quod post mortalitatem in operibus patuit, quia in duplo peiores sumus, quoniam nullus de altero, si potest obesse, confidat, cur cupiditas et avaritia modo ad presens in omnibus est conserta: ergo quasi ab omni conversatione caveto.

 

LÕimpostazione iniziale del brano � profondamente turbata da questa conclusione; ma evidentemente il Battagli ha barato: partito come un predicatore ha mostrato alla fine il suo vero volto di pessimista politico. In realtˆ ci˜ che guida il suo giudizio - anche a riguardo della peste - � lÕantiguelfismo sconsolato e senza speranza di chi nel 1352 pu˜ solo concludere:

Modo solum ecclesia cum tyrannis in Ytalia dominatur et Romanorum imperium et iustitia obscure sepulta sunt et tyrannorum iniquitas et superbia cum Luciferi sequacibus, sicut in celo, ita modo in terra deviat rectum iter [250].

 

Allora si comprende come lÕÇhumana iniquitas et cuiuscumque peccataÈ, che hanno dato origine allÕintervento divino, sono quegli stessi mali, Çcupiditas et avaritiaÈ che si constatano regnare ancora, nonostante quellÕintervento; � lÕÇiniquitas et superbiaÈ dei tiranni e della chiesa, negazione del ÇRomanorum imperium et iustitiaÈ - unÕendiade! -, che regge e governa sovrana, parallelo terreno dellÕazione luciferina nei cieli. La peste non ha cambiato nulla; la sola consolazione, di chi non ha speranza di vedere un mutamento, � che alla fine, se Dio vuole, ci sarˆ un giudizio.

 

4.    Francia

 

4.1.        Breve Chronicon Flandriae

LÕanonimo chierico di Fiandra che scrive della peste [251] comincia con il riportare il contenuto di una lettera, spedita il 27 aprile 1348 da Avignone a Bruges, dal cantore e canonico di Saint-Donatien Louis Heiligen, o Sanctus, uno dei pi� cari amici del Petrarca, cui dedic˜ le familiari. Il resoconto � lungo e particolareggiato. Oltre le dicerie sugli straordinari fatti dÕOriente che hanno preannunciato lÕarrivo del male in Occidente - pioggia di animali repellenti e velenosi, tuoni, fulmini e grandine in misura eccezionale, fuoco dal cielo ed ammorbamento dellÕaria -, ritornano i vascelli maledetti di Genova, che in questo caso sono il veicolo esclusivo di propagazione della peste, perchŽ uno di essi, respinto da Genova, va verso Marsiglia, ed unÕaltro verso la Spagna. I sintomi della moria sembrano indicare tre tipi diversi di malattie, di cui due sembrano attagliarsi a quanto sappiamo della peste polmonare e di quella bubbonica, mentre la terza sembra solo una variante della seconda. Si diffonde ancora il canonico sulla facilitˆ del contagio, sulla entitˆ dei decessi, sullÕampiezza, per quanto sa allora, dellÕepidemia, oltre il Rodano e fino a Tolosa. Dopo altri particolari su quanto si fece ad Avignone, dˆ consigli per difendersi: mangiare e bere con misura, proteggersi dal freddo, evitare ogni eccesso, limitare al massimo i contatti umani, in conclusione chiudersi in casa ed aspettare che lÕepidemia si esaurisca: cos“ faceva anche il papa. Ma poi il Chronicon pare dimenticarsi della peste per dedicarsi ad altri fatti e fatterelli. Ma invece ritorna in due brevi paragrafi a rammentare che lÕepidemia avanza in Borgogna e Normandia. Quindi riprende ad occuparsi di tuttÕaltro: guerre, alleanze, miracoli, successioni. Fugacemente riferisce di molte migliaia di ebrei bruciati a Worms ed altre cittˆ, sotto lÕaccusa di aver avvelenato le acque - ma nessun cenno alla peste -, e passa per alcune pagine a descrivere i flagellanti; ma gran parte dello spazio loro dedicato � occupato dalla copia di una lettera del papa che li condanna senza eccezione. Poi pi� nulla, in proposito. La peste rimane dunque sullo sfondo, neppure angosciosa e incombente presenza che tutto condizioni, ma nulla pi� che elemento di una cornice, alla pari di altri. Lo stesso legame dei flagellanti con il senso di colpa suscitato dallÕepidemia � appena accennato: in realtˆ quello che preoccupa � la dimensione del fenomeno, le manifestazioni disordinate, il mancato inquadramento della devozione: Çquia sine auctoritate episcoporum vel pape faciebantÈ. Non si dice neppure esplicitamente se il morbo � giunto nelle Fiandre. In conclusione per il chierico autore del Chronicon si deve allineare quel male dopo e in mezzo ad altri fatti, pi� o meno memorandi, visto che non ha tali caratteri di eccezionalitˆ da esigere uno spazio compatto ed una trattazione analitica.

 

4.2.        Gilles li Muisit

Gilles li Muisit, abate di Saint-Martin-de-Tournai, ci ha lasciato una Nouvelle chronique che va dalla Pasqua del 1349 al marzo 1353 [252]. Uomo di cultura modesta, prevalentemente poetica e morale, tutto teso alle questioni pratiche, Gilles � tutto sommato Çun tŽmoine secondaire de son tempsÈ [253]. Ma si tratta degli anni cruciali della peste, che lo obbligano, con gli avvenimenti rilevanti ad essa collegati, a prendere una posizione piuttosto netta.

Per la veritˆ la peste lo occupa direttamente solo come conclusione di un periodo per lui piuttosto impegnativo. Comincia infatti col descrivere le persecuzioni contro gli ebrei nellÕaprile del 1349 a Colonia e nel Brabante [254], prosegue poi con lÕapparizione dei flagellanti nella regione ed in particolare a Tournai, ed infine con lÕarrivo della peste ed il suo sviluppo.

Pare che il morbo non colpisse la regione in maniera grave quanto nelle regioni circostanti [255]; in ogni caso essa precedette di poco lÕarrivo dei flagellanti allÕinizio dÕagosto, ma divenne grave solo in settembre.

Anche Gilles � particolarmente colpito dal fenomeno dei penitenti, come tanti altri suoi contemporanei, ma ben pi� degli altri spinge il suo interesse fino ad informarsi a fondo. Cos“ pu˜ fornire abbondanti dettagli sul movimento che, dice, ha ricavato da conversazioni con i loro capi; lo impressiona in particolare lÕeterogeneitˆ del reclutamento e nel contempo la capacitˆ di omogenizzazione:

Et cantantes et ordinati ibant cantando secundum suum ydioma, Flamingi in flamingo, illi de Brabantia in Theutonico, et Gallici in gallico.

Habebant cantilenam ordinatam secundum suum ydioma, quam cantilenam incipiebant cantores ordinati, ceteris una voce respondentibusÉ Surgebant et cantando de beata Virgine, juxta suum ydioma.

 

La pietˆ sincera e commovente fˆ s“ che sulle prime i flagellanti possano giungere a Tournai e fare le proprio opere di devozione con il benestare delle autoritˆ [256]. Ma la reazione non tarda: la religiositˆ popolare espropria il diritto-dovere di indirizzo e di guida proprio della dirigenza religiosa [257], che non pu˜ permettere alcuna alienazione in proposito, pena la perdita del proprio ruolo, in sede locale come al sommo vertice. Ed ecco il capitolo di Tournai opporre le proprie processioni, predicazioni e penitenze a quelle dei flagellanti [258]. Ma cÕ� di pi�: la mobilitazione spirituale si fa sempre pi� razionale e sistematica. Giˆ la liturgia era stata adattata alle circostanze dal papa Clemente VI, che aveva istituito un officio speciale per la peste. Gilles segue e si affianca: nella sua cronaca inserisce molte preghiere in francese, due delle quali indirizzate a S. Sebastiano, da recitare in tempo di peste [259]. Particolarmente insistita la descrizione dell'intervento delle autoritˆ laiche in quella occasione, anche in tema di processioni: � segno manifesto del positivo disciplinamento di tutte le attivitˆ cittadine [260].

AllÕepidemia in sŽ Gilles dedica una considerazione ovviamente particolare, ma ancora prevalentemente con lÕocchio dellÕamministratore pubblico. Racconta s“ qualche fatto eccezionale, come quello del pellegrino che tornava da S. Giacomo di Compostela e che dopo aver cenato una sera in una osteria con lÕoste, le sue due figlie ed un servo, il giorno seguente li trov˜ morti di peste tutti e quattro [261]; ma la tragedia quotidiana, pi� o meno uguale per tutti, non lo sollecita a nessuna descrizione puntuale. Perfino il rilievo che le vittime sono numerose tra i pi� indigenti [262], e nei villaggi con vicoli stretti, pi� che tra i maggiorenti e nelle cittˆ caratterizzate da spazi maggiormente aperti [263], sembra destinato a trasmettere la convinzione che lÕordine, la razionalitˆ civile, tipica di un luogo pubblicamente ben condotto, in qualche modo siano una garanzia contro il diffondersi del male dalle origini sconosciute. Racconta che allÕinizio i funerali si fanno con gran pompa, le campane suonano giorno e notte, ma che poi i magistrati cittadini si preoccupano delle conseguenze sul morale della popolazione, e prendono una serie di provvedimenti, che vanno dalla limitazione del suono delle campane alle sole messe domenicali, al divieto delle vesti nere, alla semplificazione delle sepolture, che devono essere simili per ricchi e poveri; importante lÕosservazione finale: la popolazione � unanime nel lodare queste misure che calmano gli spiriti, e quindi fanno indietreggiare il male [264]. La vigilanza e lÕoperativitˆ delle autoritˆ, civili ed ecclesiastiche, � non solo assolutamente necessaria per governare lÕinsostenibile situazione creata dalla peste, come nel caso dei flagellanti, ma ha anche indubbia validitˆ terapeutica preventiva [265].

La cronaca dellÕabate di Tournai sembra una vivace risposta, sul piano propositivo alle numerose pi� o meno esplicite, rimostranze circa lo stato del clero [266], testimoniateci da molti contemporanei, e per la veritˆ giˆ attestate prima della peste, ma che parvero acuirsi durante lÕepidemia, fino a spingersi allÕaccusa che proprio i chierici ne fossero in qualche misura responsabili [267].

 

4.3.        Jean le Bel

Per Jean le Bel, canonico di Saint-Lambert di Liegi, la peste in s� non ha grande rilevanza [268]: la liquida in poche righe, utilizzando argomenti del tutto convenzionali. Ben pi� importante � ci˜ che ne deriv˜: vista lÕimpossibilitˆ di trovare un qualche rimedio allÕepidemia si diffonde lÕidea che si tratti di un intervento soprannaturale, e molti si danno a penitenze e devozioni. Allora, in questo clima giˆ favorevole, monta la marea dei flagellanti partiti dalla Germania e giunti anche a Liegi. Vivamente impressionato Jean evoca con ampiezza di dettagli le marce ad ampio raggio dei penitenti, le processioni grandiose sulle quali campeggiano crocefissi, stendardi, palii dipinti, che � naturale immaginare gonfi di vento su quelle teste curve che Çaloient par les rues II et II chantant haultement chanchons de Dieu et de Nostre Dame rimŽes et dictŽesÈ, facendo loro ÇserymoniesÈ, e Çtoudis chantant leur chanchonsÈ [269]. Si tratta di un vasto quadro, ricco di colori e di movimento, che subito colpisce e commuove gli abitanti di Liegi accorsi immediatamente. E il fiume ingrossa e si scinde in mille rivoli; le vene si ampliano alle regioni vicine. Un immenso afflato di religiositˆ popolare molto, molto pi� importante della peste. Ma il canonico di Liegi non pu˜ concludere con lÕadesione al movimento. Si capisce che ha guardato con stupore e meraviglia al tumultuoso crescere dello spirito penitenziale e comunitario; ma poi in questo spirito comunitario � anche la radice della contestazione, o comunque del contrasto con ci˜ che � estraneo a questo spirito: Çceste grande affliction se converti en orgueil et en presumptionÈ. I penitenti, come tante volte si � visto nel Medioevo, assolutizzano la via di salvezza che percorrono, sono in contrasto con le devozioni ÒnormaliÓ perchŽ giudicano le loro Çplus dignesÈ, fanno violenza a preti e chierici, per impossessarsi dei loro beni e benefici, dice il canonico cadendo bruscamente di tono.

A questo punto cessa di colpo lÕinteresse di Jean per i penitenti, ed una osservazione finale introduce ad un nuovo argomento stimolante: in realtˆ i flagellanti non fecero cessare la pestilenza, e questo fece s“ che si spargesse la voce che la moria fosse causata dai Giudei. Bisogna notare che mentre nel caso dei flagellanti lÕorigine del morbo era in un atto volontario di Dio, mosso a vendetta dellÕumanitˆ peccatrice, gli Ebrei sono incolpati non di aver suscitato la collera divina, ma di aver dato principio materialmente al contagio, avvelenando pozzi e sorgenti. Si tratta di un mutamento di prospettiva notevole, ma sul quale Jean non insiste. Come non gli importa affatto esprimere un giudizio sulla cosa. Di nuovo � affascinato dalla descrizione di un nuovo evento straordinario: la furia popolare, i roghi, ma soprattutto i martiri ebrei che forti delle loro profezie, della loro fede, si danno volontariamente alle fiamme, con i piccoli in braccio, Çtrestout chantantÈ. Di nuovo i canti, questa volta a ritmare le urla di una folla inferocita, lÕansimare delle corse, lÕangoscia della caccia, e, per stupefacente converso, i gruppi di coloro che Çaloient morir tous dansans et chantans aussy joyeusement comme sÕilz alassent aux nocesÈ. Chi ricorda leggendo quelle pagine di Jean le Bel che tutto ha avuto origine dalla peste? Chi pensa che la peste sta ancora infuriando? Tutto preso dalla rievocazione di quegli eventi stupefacenti il canonico di Liegi ha relegato lÕepidemia ad occasione, casuale sorgente di ben altri drammi.

 

4.4.        Froissart

Le poche pagine che Froissart dedica alla peste [270] hanno un parallelo in Jean le Bel, sua fonte largamente privilegiata, comÕ� noto; eppure le differenze sono notevoli, segno esplicito di un ben diverso approccio al tema. Fin dalla rubrica del capitolo lÕinteresse dellÕautore si mostra inequivocabilmente: ÇLa peste et les FlagellantsÈ, elementi di un inscindibile binomio. Anzi, proseguendo la lettura ci si rende immediatamente conto che il vero argomento del capitolo sono solo i secondi:

En lÕan de grace Nostre Signour mille .CCC.XLIX, alerent li penantÉ

 

Froissart ne dice la provenienza, dalla Germania, spiega minuziosamente gli strumenti che adoperavano e come li impiegavano, i canti che accompagnavano gli atti penitenziali; riferisce particolari truculenti: alcune donne raccoglievano il loro sangue e lo usavano come rimedio miracoloso. Solo a questo punto sente la necessitˆ di spiegare che lo scopo era quello di far cessare lÕepidemia. Ma sulla peste dice ben poco: le morti improvvise che raggiunsero circa un terzo della popolazione. Poi subito riprende a parlare dei flagellanti che andavano di cittˆ in cittˆ per schiere ben differenziate dal colore dei loro ruvidi copricapi, con il proposito di non dormire in uno stesso luogo per pi� di una notte, ed il loro pellegrinaggio doveva durare 33 anni e mezzo, in ricordo degli anni di vita di Cristo. Insiste ancora sulla buona accoglienza che incontravano, sugli atteggiamenti umili che mostravano dovunque, sulle pacificazioni che favorirono. Senza mostrare alcun giudizio prosegue dicendo che non poterono entrare nel regno di Francia, poichŽ papa e cardinali decisero che quel tipo di penitenza pubblica ÇnÕestoit pas licite ne raisonnableÈ, scomunicarono loro e chi li affiancava, e privarono dei benefici ecclesiastici i chierici che li sostenevano. Combattuti dal papa e dal re di Francia il movimento si ridusse al nulla. Terminata la vicenda dei flagellanti, con una frase di passaggio, Froissart lega lÕargomento successivo: i pogrom antiebraici, non descritti comunque, solo accennati brevemente, ma piuttosto presentati come lÕavverarsi di una delle loro profezie. E con questo termina il capitolo. Per la peste sono rimaste poche righe, del tutto convenzionali; il cronista delle infinite battaglie anche nel morbo universale, intrinsecamente materia povera, ha trovato il mezzo per accentuare il movimento di grandi masse, per fissare gli occhi sul sangue che sprizza, sui massacri, sui roghi. Il lettore anche leggendo questo capitolo sarˆ soddisfatto: i fatti che veramente contano anche qui sono compiutamente descritti.

 

5.    Germania

 

5.1.        Konrad von Megenberg

La figura pi� dotata di indipendenza di giudizio, obiettivitˆ e spirito razionale � quella di Konrad von Megenberg. Contro le dicerie correnti, ad esempio, argomenta che gli ebrei a Vienna sono pi� numerosi che in alcunÕaltra cittˆ tedesca, che anche qui vi moiono in cos“ grande quantitˆ da dover ampliare il loro cimitero: � quindi assurdo pensare che fossero stati proprio loro a provocare il male [271].

A riguardo delle cause della peste esclude che si tratti del dispiegarsi nel mondo dellÕira divina, in base alla constatazione che nel periodo immeditamente precedente erano state falcidiate moltissime brave persone, mentre al contrario molti malvagi erano stati risparmiati. Se la provvidenza divina non cÕentra, allÕorigine delle recenti catastrofi, del terremoto e della peste, devono essere ragioni naturali. Se si tratta di cause naturali bisogna identificarle, cos“ che sia possibile agli uomini adottare alcune misure preventive. Ed ecco la spiegazione ipotizzata da Konrad, sulla scia di Aristotele e di Alberto Magno: allÕorigine sia dei terremoti sia della peste doveva essere lÕaccumulo di vapori sotterranei, che allÕimprovviso deflagravano [272].

Eppure, se queste sono le ragioni del naturalista, non deve mancare anche una qualche colpa dellÕumanitˆ, che ha messo in moto quella esplosione per la volontˆ suprema di Dio. E se cÕ� una umanitˆ colpevole non si tratterˆ certo del popolo anonimo. Chi � mancato al suo compito � chi sta in alto, la classe dirigente, responsabile della conduzione del popolo, in pace come in guerra. Sono loro, i governanti, che vengono meno al loro dovere, che non si comportano pi�, come in passato, mirando al bene comune. Sono loro ad aver richiamata su di sŽ e sui loro sottoposti la collera e la punizione divina, recentemente manifestata col terremoto e con la peste. Ad ogni livello della dirigenza politica ed amministrativa nessuno si comporta come dovrebbe, e persegue beni materiali. Perfino gli uomini di scienza si presentano gonfi di sapere, con vuote parole [273], ma in realtˆ non mirano affatto al bene supremo della veritˆ, quanto aspirano ad essere graditi e lodati. Solo se i governanti, e chi li attorniava ed aiutava, si fossero prefisso il raggiungimento dei valori supremi della giustizia e della veritˆ, il futuro sarebbe stato libero da simili pericoli [274].

 

5.2.        Annales Frisacenses

Per lÕAnonimo di Friesach [275] i disastri naturali vanno letti alla luce delle scritture, tanto il terremoto [276] quanto la peste: ÇÉ universaliter fere per totum mundum, egrediens a mari usque ad mareÉÈ, che non pu˜ non ricordare il versetto di un salmo messianico divulgatissimo, il 71,8: ÇEt dominabitur a mari usque ad mareÉÈ. Allusione al giudizio dellÕultimo giorno? Probabilmente, ma senza insistenza; meccanicamente, mi verrebbe fatto di dire, con lÕinerzia mentale di chi ha giˆ tutto classificato, anche lÕimprevisto ed il non ancora accaduto; in fondo la citazione serve a riaffermare la speranza che in quel tempo estremo il giudice divino Çsalvos faciet filios pauperumÈ, come recita il versetto 3 del medesimo salmo, e che quindi il giusto debba guardare con non eccessivo timore a questi preannunci del giorno ultimo [277].

 

5.3.        Continuatio Novimontensis

Nella Continuatio Novimontensis [278] lÕanno 1348 � interamente occupato dal terremoto e dalla peste; ma mentre il primo richiede al cronista lo spazio miserando di tre frasi, la seconda lo impegna lungamente. Non si verific˜ alcun altro evento, di qualsiasi natura, che fosse degno di ricordo per il monaco cronista. Il quadro generale dellÕepidemia non contiene grandi elementi di novitˆ rispetto alle descrizioni di altri, ma colpisce per lÕampiezza, la gradualitˆ e lÕaccuratezza, la lucida coerenza che governa il seguito delle notazioni. Inizia con la provenienza, la causa immediata, i protagonisti e le modalitˆ della trasmissione del contagio; prosegue con il terrore che colp“ le cittˆ, i provvedimenti presi per difendersi e per evitare lo sciacallaggio, la desolazione generale, lÕentitˆ delle morti. Quando poi il morbo raggiunge le terre circostanti, Carinzia e Stiria, le osservazioni si fanno pi� puntuali, ricche di particolari e capaci di rievocare la fosca atmosfera di quei giorni, Çita ut homines desperati incederent et quasi amentesÈ [279]. Quindi si innesca un processo razionale e consequenziario: i colti si chiesero il perchŽ di quel Çletalis annusÈ, e non trovando spiegazioni nŽ nel moto anomalo degli astri, nŽ nella corruzione dellÕaria, giudicarono che si fosse manifestato puramente il volere divino. Ed allora, per commuovere quel Dio, ecco le penitenze pubbliche di schiere numerose di cittadini e di villici, ecco le processioni di devoti seminudi che visitavano le chiese, cantilenando nella lingua materna della passione di Cristo, e flagellandosi a sangue; e le donne proseguivano la sera, al riparo delle mura, gli atti di mortificazione degli uomini di giorno allÕaperto. La penitenza pubblica dur˜ per poco pi� di un mese, da S. Michele (8 maggio) alla Pasqua (20 aprile). Alla devozione popolare, sorta spontaneamente, si accompagnano i riti dei sacerdoti, armati di reliquie e di litanie, ed anche il pontefice romano, che istitu“ una speciale liturgia, cos“ ricca e particolareggiata che il cronista rinuncia a ricordarla analiticamente. Ma non si ottiene nulla con gli atti devoti, anzi le morti aumentano; i medici sono impotenti; non resta che abbandonarsi totalmente, Çomnibus postpositisÈ, a quel Dio che non fa conoscere i suoi disegni. Passa quindi il nostro a parlare della sintomatologia della malattia: rigonfiamenti rossi variamente maculati allÕinguine o alle ascelle e, per quelli inevitabilmente condannati, espettorazioni di sangue. Chi visitava il malato o gli prestava un qualche aiuto veniva a sua volta colpito; spessissimo alla morte di uno seguiva quella di tutta la famiglia. Per la generale devastazione il bestiame vagava nei campi senza custodia, e perfino i ladri per il timore non osavano avvicinarsi, e perfino gli eredi evitavano come se fossero infetti i beni lasciati legittimamente per testamento. La malattia in prossimitˆ del novilunio incrudeliva. Infine verso metˆ novembre (per S. Martino) lÕepidemia cess˜, dopo essersi portata via molti monaci e molti coloni. LÕanno successivo la peste era giunta a Vienna, e quindi a tutti i confini della Germania. Una nota infine inconsueta di psicologia : gli scienziati del tempo avevano consigliato, al fine di evitare lÕangoscia di quei giorni, di favorire lieti incontri, per combattere la depressione, e si erano visti dovunque gioiosi conviti e feste di nozze, che avevano posto rimedio alla disperazione [280].

Il male terribile aveva imperversato senza che si potesse far nulla per impedirlo; ma gli uomini non si erano persi dÕanimo, ed avevano reagito vivacemente. Se non cÕerano spiegazioni naturali credibili, si era tentato con la devozione popolare e con quella diretta dalle istituzioni ecclesiastiche; solo riusciti inutili questi tentativi si era posta ogni fiducia nelle mani divine; esito di per sŽ non dissimile da quanto rilevato altrove, ma qui conclusione di un seguito di osservazioni che ci fa stimare lÕabbandono finale pi� scelta razionale che emotiva. Tanto pi� che se quello che allÕuomo era impossibile era stato alla fine lasciato alla veggenza divina, non si rimase inerti per quello che sul piano del morale era invece largamente possibile fare; non dunque negativa angosciosa rinuncia allÕazione, ma positiva volontˆ di sopravvivere.

 

5.4.        La cronaca di Colonia

La cronaca di Colonia [281] non contiene in assoluto alcun elemento di novitˆ circa la peste; la descrizione dellÕorigine orientale, dellÕavvento in Occidente, della gravitˆ del male e dei topici comportamenti inumani indotti, ed infine dei sintomi della malattia, � largamente convenzionale e di riporto. Da rimarcare piuttosto la collocazione dello spazio dedicato allÕepidemia. Sembra infatti di dover inserire la peste entro un ciclo di avvenimenti funesti, che si origina e conclude con la guerra franco-inglese, e che conosce come capitoli intermedi il fenomeno dei flagellanti, i pogrom ebraici e la pestilenza.

Che si debbano stabilire relazioni di dipendenza tra un argomento e lÕaltro non sembra di poter desumere; nŽ lÕanonimo autore fornisce un minimo segno che autorizzi a pensarlo. Ma certo la successione adottata fa riflettere. PoichŽ quello che governa non � un criterio strettamente cronologico: quegli avvenimenti sono pi� o meno contemporanei, e non � la griglia rigidamente annalistica che inquadra la presentazione di quei fatti: prima si fa cenno ad avvenimenti bellici del luglio ed agosto 1346, poi dellÕagosto 1347, di nuovo dellÕottobre 1346; quindi, con un passaggio generico, Çper idem tempusÈ, si passa ai flagellanti nel regno di Germania, di seguito, Çeisdem temporibusÈ, ai tumulti antiebraici, e quindi, Çcirca hec temporaÈ, alla peste [282], prima di tornare alla guerra, con la morte di re Filippo di Francia nel 1350. LÕordine sarebbe potuto essere diverso: i flagellanti potevano venir dopo la peste, cos“ come le persecuzioni degli Ebrei, o ancora diversamente, variamente combinando.

Ma se non � motivo che autorizzi a far dipendere un fatto dallÕaltro, nŽ per importanza, nŽ per rapporti di causa ed effetto, nŽ, come si � visto, per ragioni di cronologia, non si pu˜ concludere che gli argomenti, nella specola dellÕautore, si equivalgono. Sul fondo comune rappresentato dalla guerra tra Francia ed Inghilterra, il solo fatto di rilevanza ÒeuropeaÓ, si sono manifestate le processioni dei penitenti, sono stati uccisi diversi ebrei, � scoppiata la peste. Con tutto ci˜, se non cÕ� interrelazione, i tre argomenti non sono senza possibilitˆ di confronto, oltre quello di contiguitˆ.

Intanto le dimensioni: i penitenti pubblici dallÕUngheria trascorrono Çper totam GermaniamÈ; i tumulti contro gli Ebrei avvengono Çper universum regnum GermanieÈ; la peste Çorbem afflixit generaliter universumÈ, ed in Gallia e Germania ÇvehementerÈ. In secondo luogo la capillaritˆ: flagellanti si videro ovunque, Çnon erat civitas, non villa, non municipiumÈ dove non fossero presenti; la violenza contro gli Ebrei si manifest˜ Çin omnibus civitatibus, opidis et municipiisÈ; la mortalitˆ fece s“ che intere famiglie fossero completamente estinte Çin diversis regionibus et regnis multe civitates et ville, in non nullis civitatibus et villisÈ [283]. In terzo luogo si tratta di fatti del tutto negativi: quella dei flagellanti � una Çpericulosa nimis et detestabilis secta hominum laycorumÈ, una Çpestilens supersticioÈ; il giudizio negativo dei pogrom contro gli Ebrei � implicito nel tono usato per descriverli, ÇIudei universi utriusque sexus, cuiuscumque etatis tam parvuli quam infantuli unius diei crudeli nece sine misericordia fuerunt trucidatiÈ, ed avvalorato dalla nota che vi contribuirono anche resti di quei flagellanti di cui tanto male si � detto precedentemente, carboni ancora accesi tra la cenere, che offrirono Çcrudelitatis sue officium vel pocius maleficiumÈ; del male rappresentato dalla Çgravis pestilencia et mortalitas hominumÈ non � alcun bisogno di dire. Ancora: si tratta di mali sorti improvvisamente, senza ragione, seppur in luoghi diversi; e tutti quanti caratterizzati da una sorta di contagio crescente che diffonde il male tra le grandi masse popolari [284], senza rimedio; e che infine, dopo aver devastato ovunque, scompaiono senza lasciare traccia [285].

Fatti dunque straordinari, incomprensibili, segni dellÕopera del maligno che governa tanto gli uomini quanto la natura, manifestazioni dellÕincepparsi della storia, pi� o meno dello stesso segno negativo, da illustrare dunque e da intendere con gli stessi mezzi, della parola e del giudizio storico. Un intermezzo, una parentesi in tre tempi di diversa gradazione, in una cornice identica. Tre detestabili episodi degli anni 1348-50, da citare per i tanti lutti di cui sono stati allÕorigine, ma che non hanno avuto seguito.

 

5.5.        La cronaca di Erfurt

Per il terzo continuatore della cronaca di S. Pietro di Erfurt la peste giunge come ultimo fatto notevole del biennio 1349-50 [286]. La precedono avvenimenti diversi, di pi� o meno grande rilievo, ma fra i quali spiccano i moti antiebraici e le manifestazioni dei flagellanti. NŽ il primo nŽ il secondo sono ricordati come conseguenza dellÕepidemia: si presentano del tutto autonomamente da quella, e sono accompagnati da tentativi di interpretazione improntati ad un realismo non frequente. Le uccisioni di ebrei avvengono ad Erfurt come precedentemente si sono verificate, ricorda la cronaca, in tante cittˆ della Turingia, ed analogamente sono accompagnate dallÕaccusa di aver avvelenato lÕacqua. Ma poi le osservazioni del nostro cronista si fanno sorprendentemente singolari per la coerenza interna che li tiene. Non si sostiene, come fanno tante altre cronache, che l'inquinamento delle acque aveva lo scopo di diffondere il contagio della peste - che, ripeto, fino a questo punto non � neppure nominata -, e se si riporta Òper dovere di cronacaÓ la diceria secondo la quale il fine era quello di impedire ai cristiani di cibarsi di pesce durante la quaresima ed in generale di cuocere alcuna vivanda con lÕacqua, la ragione vera, Çexordium calamitatis eorumÈ, consisteva nei molti debiti che Çbarones cum militibus, cives cum rusticisÈ avevano contratto con loro. Questo spiegava la sollevazione popolare, scoppiata Çinvitis consulibusÈ. Non si tratta certo di una impensabile comprensione umana, visto che la spiegazione � introdotta da un ÇRequiescant in inferno!È che non lascia il minimo dubbio sull'ostilitˆ dellÕautore, ma semplicemente di - a suo modo, sÕintende - obiettivitˆ di giudizio.

Un uguale totale disincanto usa la cronaca nel riferire dei flagellanti. Anche in questo caso la vicenda di Erfurt non � sostanzialmente diversa da quella di tanti luoghi dellÕintera Germania; ma di nuovo una singolaritˆ: Erfurt � la sola cittˆ della Turingia in cui i magistrati cittadini, questa volta Çprovidi et discretiÈ, hanno impedito alle schiere dei flagellanti di entrare in cittˆ. Ben presto risulta evidente lÕinconsistenza del movimento: Çmanifeste apparuit, quod tota trufa fueratÈ.

Il resoconto della peste non pu˜ dunque presentarsi che con caratteristiche prevedibili: origini della epidemia analogamente a quanto avvenuto in tutta la Turingia e la Germania, ma, ancora una volta, Çprecipue in ErphordiaÈ; intervento dei magistrati cittadini, con la consulenza dei medici, per disciplinare le sepolture; entitˆ dei decessi e durata. Nessuna accusa di colpa rivolta a nessuno. Si tratta di una totalmente asettica, e piuttosto concisa, relazione di un semplice evento, che si aggiunge a quelli che lÕhanno preceduto, senza pesare di pi�, senza suscitare maggiore emozione, in linea con il modo di procedere della cittˆ nellÕaffrontare qualsivoglia accadimento di interesse comune. La sola esclamazione finale, ÇRequiescant in sancta pace!È, � il segno di una pietˆ per gli scomparsi - per quanto di maniera - che si era negata agli ebrei uccisi.

 

5.6.        Francesco da Praga

Per Francesco da Praga [287] si deve distinguere: la posizione raggiunta dagli astri era stata la causa naturale determinante della peste; la ragione profonda invece risiedeva nellÕeccessivo amore per i beni terreni mostrato dagli uomini del tempo. Riteneva che la Boemia fosse stata risparmiata dal flagello perchŽ allora governata da un re giusto, Carlo IV. Il ben ordinato e ben diretto regno di Boemia risaltava ancor di pi� se messo a confronto non tanto con i paesi dei barbari, naturalmente, ma perfino con la situazione di Francia e dÕItalia, dove invece i mali tipici del 1348 erano stati tremendamente efficaci. Il terremoto aveva distrutto Ravenna e Villach, la peste a Venezia e Marsiglia aveva decimato la popolazione; in Boemia il sisma fu appena avvertito, e lÕepidemia, contrastata dallÕaria pura, non si era potuta espandere. Anche il caotico movimento dei flagellanti non aveva avuto quellÕimpatto negativo rivelatosi in Germania. Infine ritiene che dopo lÕammonimento divino del 1348 la situazione generale � migliorata. La lezione della peste era stata chiara e semplice: il buon governo allontana il pericolo dello scatenarsi della ammonizione divina [288].

 

6.    Conclusioni

Se ora tentiamo di ricondurre ad unitˆ quanto abbiamo ripercorso analiticamente - seppure per campioni, visto la spazio a disposizione -, diremmo che la grande pandemia del 1348 signific˜ molto in Europa, per il numero delle vittime e la vastitˆ, tanto da non consentire a nessun cronista, o quasi, di ignorarla; ma sul piano propriamente storiografico ebbe un senso molto meno ÒepocaleÓ di quanto si sia creduto e si creda. Le cronache non furono la consolazione retorica della tragedia collettiva che fu la peste. Spesso la grande moria non fu che una occasione, per quanto imprescindibile, per esercitazioni di carattere letterario, pi� o meno riuscite. Ma raramente le si attribu“ un senso ÒstoricoÓ. Anzi, generalmente venne considerato - per quanto terribile, carico di orrore, drammatico - un episodio, tutto considerato, nello svolgersi delle vicende umane, ben poco significativo.

Se si era trattato di un monito divino, nessuno o quasi aveva colto lÕavvertimento, e si era tornati rapidamente alla situazione precedente, forse peggio di prima. Se era stato un preannunzio degli ultimi giorni, in definitiva il giudizio finale rimaneva ancora di lˆ da venire. Se era stato il frutto di una mancata vigilanza da parte dei governanti, quegli stessi governanti erano rimasti, ben poco migliori, quando non pi� incattivi e incapaci. Chi si era atteso la punizione dei malvagi, ed il premio dei buoni, era rimasto totalmente deluso. La peste era stato un ÒeccessoÓ, come ÒeccessiveÓ erano state le reazioni dei flagellanti ed i pogrom antiebraici: la vita civile esige invece quellÕequilibrio, quella ÒnormaÓ, quellÕordine che � proprio lÕopposto. Se le cronache non possono, per definizione, riferire che quello che emerge dal grigiore della vita quotidiana, il fatto straordinario della peste nella cronaca doveva rimanere straordinario. Per i cronisti i mutamenti economici, sociali e politici - con lÕunica eccezione di quelli demografici - in atto sono stati poco accelerati dalla malattia, e comunque non ne sono stati sicuramente causati. Per un certo periodo la peste, o meglio il terrore della peste, costituirono una ipoteca psicologica [289], ma in definitiva essa venne considerata un accidente del tutto fortuito, casuale, senza spiegazione scientifica comÕera, e di impossibile interpretazione religiosa.

Non si previde neppure la possibilitˆ di un ritorno futuro, e quindi non ci si attrezz˜ per lÕavvenire. Di fronte allÕirrazionale non ci sono che due possibilitˆ: rimuovere o convivere. I cronisti che furono a ridosso della peste nera cicatrizzarono la ferita e proseguirono oltre; era ÇpassatoÈ, storia assimilata. Ma non mentirono a se stessi, non fecero il possibile per dimenticare, come invece di frequente si constata accadere oggi, di fronte a quel male del tutto imprevedibile, al di fuori della statistica, che rimane ancora per noi il terremoto [290]. Di fatto ÒvideroÓ la peste con gli occhi che avevano, mettendo pi� o meno in evidenza le loro debolezze, convinzioni, pregiudizi, idee politiche, morali, modo di ragionare.

Se vogliamo in qualche modo sintetizzare, diremo che in ambiente italiano lÕattenzione variegata per gli aspetti umani della tragedia � prevalente, insieme alla tendenza a giudicare dellÕincidenza dellÕepidemia in chiave di funzionalitˆ amministrativa e di etica politica generale, insieme ad una pi� o meno accentuata vena esistenziale; nel regno di Francia pi� pronunciato � lÕinteresse per i grandi movimenti di massa ai quali il timore della peste ha dato origine; in ambiente germanico invece si fa pi� scoperta la sensibilitˆ per le interpretazioni pi� razionali, controllabili, logiche, che permettano allÕuomo una qualche possibilitˆ di scelta di comportamento, contrapposta alle terribili ventate emozionali dei movimenti scomposti delle popolazioni.

é estremamente arduo ricondurre a poche note esteriori la varietˆ degli approcci al tema; non era possibile dare risposte univoche ad un male rimasto sostanzialmente ignoto, tranne che nella pericolositˆ. Di fronte alla peste nera il cronista del 1348, privo di modelli anteriori, senza indicazioni di maestri, ecclesiastici o laici, era nudo; nel perenne pericolo di naufragio nei luoghi comuni, si mosse naturalmente con le armi di cultura, carattere ed intelletto di cui era fornito; e cÕera, allora come oggi, chi era ben armato, chi mediocremente, chi miseramente; chi titubante, chi modesto, chi letterato, chi mercante, chi religioso, chi laico, chi rassegnato, chi ottimistaÉ Se nostro compito � recuperare le linee di fondo comuni, nel caso del dramma senza confini della peste nera non � lecito prescindere in alcun modo dalle reazioni individuali. Una sola cosa � certa e, ci pare, incontrovertibile: passata lÕepidemia, recuperate sanitˆ e funzionalitˆ civile, le cronache trasmisero ai contemporanei - ed ai posteri - unÕimmagine del male con toni variegati, ma sostanzialmente equilibrati. Il problema metafisico del dolore e della morte di massa aveva avuto soluzioni diverse, pi� o meno razionali e credibili; ma non era stata certamente eluso.

 

Gabriele Zanella



[1] Chronicon Estense cum additamentis usque ad annum 1478, edd. G. Bertoni - E. P. Vicini, ÇRerum Italicarum ScriptoresÈ (di qui in avanti: RIS) n. e. 15/3 (1908-37)(di qui in avanti: Chronicon Estense), p. 159, forse ripetendo Patrizio Ravennate Cronica, in A. Calandrini - G. Fusconi Forl“ e i suoi vescovi I. Appunti e documentazione per una storia della Chiesa di Forl“ I. Dalle origini al secolo XIV Forl“, Centro studi e ricerche sulla antica provincia ecclesiastica ravennate 1985 (Studia ravennatensia 2), p. 1174: ÇMortalitas magna per totum fere mundumÈ, segnata, per˜, in capo al 1347.

[2] Andreae Danduli ducis Venetiarum Chronica per extensum descripta a. 46-1280, ed. E Pastorello, RIS n. e. 12/1 (1938-1958), Introduzione, p. XV: ÇAnche il manoscritto originale della Cronaca estesa del Dandolo serba traccia manifesta del flagello dellÕepidemia. La interruzione improvvisa del testo del libro nono, il mutamento della carta, dellÕinchiostro, dello scriba e del criterio di numerazione dei capitoli, la ripresa a distanza del primo amanuense, le numerose correzioni stilistiche e le giunte fatte alla copia del sostituto, si riferiscono evidentemente ad un tempo dÕarresto, che, fra il 1344 e il 1352, anno in cui la Cronaca rimase definitivamente sospesa, non pu˜ convenire se non con il semestre della pestilenza del 1347È; cf. Georgii et Iohannis Stellae Annales Genuenses, ed. G. Petti Balbi, RIS n. e. 17/2 (1975), p. VI: ÇPer il periodo tra il 1347 e il 1364 assai scarse sono le notizie negli Annali, tanto che possiamo quasi parlare di una lacuna, avvertita pure dal nostro storico, il quale pi� volte lamenta di non aver trovato nŽ di aver avuto testimonianza di fatti accaduti in quegli anniÈ.

[3] R. Sprandel Geschichsschreiber in Deutschland 1347-1517, in MentalitŠten im Mittelalter. Methodische und inhaltische Probleme, ed. F. Graus, Sigmaringen 1987 (VortrŠge und Forschungen 35), pp. 288-89.

[4] Ad esempio per Conforto da Costozza, a proposito della peste del 1387, per cui vedi G. Arnaldi Realtˆ e coscienza cittadine nella testimonianza degli storici e cronisti vicentini dei secoli XIII e XIV, in Storia di Vicenza II LÕetˆ medievale a cura di G. Cracco, Vicenza 1988, p. 305 nota 44.

[5] R. Romano - A. Tenenti Alle origini del mondo moderno Milano 1967, pp. 9-16 (Storia Universale Feltrinelli 12); F. Graus Vom ÇSchwarzen TodÈ zur Reformation. Der krisenhafte Charakter des europŠischen SpŠtmittelalters, in Revolte und Revolution in Europa, ed. P. Blickle, MŸnchen 1975 (Historische Zeitschrift, Beiheft 4), pp. 10-30.

[6] A. Borst Il terremoto del 1348, prefaz. di R. Delle Donne, Salerno 1988, p. 28: ÇI sopravvissuti si flagellavano per penitenza fino a far sprizzare il sangue, o si ubriacavano alla buona vendemmia del 1349 fino a picchiarsi lÕun lÕaltroÈ, che parafrasa e cita la Continuatio Novimontensis, ed. W. Wattenbach, ÇMonumenta Germaniae historicaÈ (di qui in avanti: MGH) ÇScriptoresÈ (di qui in avanti: SS) 9 (1851 (=1983)), pp. 671-76, in particolare p. 676: ÇOptima vina ubique provenerunt, et de ipso utentibus indiscrete, omnes quasi amenciam contraxerunt, ita ut absque causa se verberarent atque male tractarentÈ, dove per˜ pare di dover intendere che la violenza degli ebbri si rivolgesse contro di sŽ, piuttosto che vicendevolmente.

[7] Giovanni Villani Nuova Cronaca, III (Libri XII-XIII), ed. G. Porta, Parma, Fondazione Pietro Bembo - Ugo Guanda 1991 (di qui in avanti: G. Villani), XIII, cxxiii, p. 566: ÇE nota, lettore, che lle sopraddette rovine e pericoli di tremuoti sono grandi segni e giudici di Dio, e non sanza gran cagione e permessione divina, e di quelli miracoli e segni che Ges� Cristo vangelizzando predisse aÕ suoi discepoli che dovieno apparire alla fine del secoloÈ. Su questÕidea del Villani vedi M. Haeusler Das Ende der Geschichte in der mittelalterlichen Weltchronistik ÇArchiv fŸr KulturgeschichteÈ 13 (1980) Beihefte, p. 143. Vedi anche ad esempio Cronaca senese attribuita ad Agnolo di Tura del Grasso detta la Cronaca Maggiore, edd. A. Lisini - F. Iacometti, RIS n. e. 15/6 (1939)(di qui in avanti: Agnolo), p. 555: ÇÉ ognuno credea che fusse finemondoÈ; Die Oberrheinische Chronik, ed. H. Maschek, in Deutsche Chroniken, Leipzig 1936 (Deutsche Literatur. Sammlung literarischer Kunst- und KulturdenkmŠler in Entwicklungsreihen, Realistik des SpŠtmittelalters 5), p. 64; Die Chronik des Johanns von Winterthur, edd. F. Baethgen - C. Brun, MGH SS n. s. 3 (19552) (di qui in avanti: Giovanni di Winterthur), p. 276; e via via fino al Sercambi: Le croniche di Giovanni Sercambi, I, ed. S. Bongi, Lucca 1892 (Fonti dellÕIstituto Storico Italiano (di qui in avanti: FSI) 19)(di qui in avanti Sercambi), p. 96: ÇE per ciascuno fu stimato essere la fine del mondoÈ, e ben oltre, nel ricordo dei posteri.

[8] Borst Il terremoto del 1348, p. 20. Che la peste non sia affatto la ragione principe della ÒcrisiÓ � armai abbondantemente provato ed accettato; cf. A. Frugoni G. Villani, Cronica, XII, 94, ÇBullettino dellÕIstituto Storico Italiano e Archivio MuratorianoÈ 77 (1965), p. 248: Çinvece era s“ in corso, anche senza accompagnarsi alla improbabile regressione demografica, una profonda crisi politica ed economicaÈ con rimando (Çnon solo fiorentinaÈ) a E. Perroy, Ë lÕorigine dÕune Žconomie contractŽe. Les crises du XIVe si�cle ÇAnnales E. S. C.È 1 (1949), pp. 167-87; cf. ancora A. Higounet-Nadal PŽrigueux aux XIVe e XVe si�cles. ƒtude de dŽmographie historique Bordeaux 1978, pp. 146-47, con rimando, oltre che al Perroy, anche a R. Cazelles La peste de 1348-1349 en Langue dÕO•l. EpidŽmie prolŽtarienne et enfantine, ÇBull. Phil. et Hist. du ComitŽ des travaux historiquesÈ 1965, pp. 293-305. Vedi infine G. Cherubini La ÇcrisiÈ del Trecento. Bilancio e prospettive di ricerca ÇStudi storiciÈ 15 (1974), pp. 660-70.

[9] Ad es. Annales Frisacenses. Continuatio, ed. L. Weiland, MGH SS 24 (1879 (=1975)), p. 67.

[10] S. KrŸger Krise der Zeit als Ursache der Pest? Der Traktat De mortalitate in Alamannia des Konrad von Megenberg, in Festschrift fŸr Hermann Heimpel, 2, Gšttingen 1972, pp. 839-83. Il resoconto cronistico di Gabriele de Mussi, Historia de morbo sive mortalitate quae fuit anno Domini MCCCXLVIII, fu edito per primo da H. Haeser in Archiv fŸr die gesammte Medizin, II., Dokumente zur Geschichte des schwarzen Todes, ed. A. W. Henschel, Berlin 1842, pp. 26-59, e poi pi� volte; da ultimo (ma in realtˆ trascrivendo e trascegliendo dalla edizione Haeser, in Geschichte der epidemischen Krankheiten, Jena 1865, Anhang VIII., pp. 17-23) in A. G. Tononi La peste dellÕanno 1348, ÇGiornale LigusticoÈ 11 (1884), pp. 144-52; vedi anche V. J. Derbes De Mussis and the Great Plague of 1348, a forgotten episod of bacteriological warfare ÇJournal of American Medical AssociationÈ 196,1 (1966), pp. 59-62; nulla in proposito in Repertorio della cronachistica emiliano-romagnola (secc. IX-XV), introd. di A. Vasina, Roma 1991 (Nuovi studi storici 11).

[11] Franciscus Pragensis Cronica Boemorum regum, ed. J. Emler, ÇFontes Rerum BohemicarumÈ 4 (1884) (di qui in avanti: Franciscus Pragensis), pp. 449-50.

[12] E. Carpentier Une ville devant la peste. Orvieto et la Peste Noire de 1348 Paris 1962 (Ecole pratique des hautes Žtudes - VIe section. Centre des recherches historiques. DŽmographie et sociŽtŽs VII), p. 100; cf. anche pp. 121-36.

[13] Higounet-Nadal PŽrigueux aux XIVe e XVe si�clesÉ, p. 146: ÇÉ la mentalitŽ de lÕŽpoque refusait de parler de la pesteÉÈ.

[14] Discorso historico con molti accidenti occorsi in Orvieto et in altre parti principiando dal 1342 sino al 1368 o Ephemerides Urbevetane, ed. L. Fumi, RIS n. e. 15/5,1 (1902-20)(di qui in avanti: Discorso historico), p. 35; Carpentier Une villeÉ, 193-94; J.-N. Biraben Les hommes et la peste en France et dans les pays europŽens et mŽditerranŽens, voll. 2, Paris - La Haye 1975-76 (Civilisations et SociŽtŽs 35-36), 2, p. 69, ma la peste � giˆ finita da un pezzo.

[15] A puro titolo esemplificativo, trascegliendo da un materiale abbondantissimo, Julianus Canonicus Civitatensis Chronica, ed. G. Tambara, RIS n. e. 24/14 (1906), p. 57: ÇAnno Domini MCCCXLVIII, die xxv januarii, circa horam vespertinam, fuit terremotus magnus, qualis non fertur in aliquibus scripturis. Eodem quoque anno iam incepta pestilentiaÈ; Cronica de Ducibus Bavariae, ed. G. Leidinger, in Chronicae Bavaricae saeculi XIV, MGH ÇScriptores rerum germanicarumÈ (di qui in avanti: SRG) in us. schol. 19 (1918), p. 171: ÇAnno Domini MCCCXLVIII in conversione sancti Pauli factus est hora vespertina terremotus magnus, qui in diversis mundi partibus diversas evertit civitates. Eodem anno, videlicet MCCCXLVIII, sevire cepit in Bavaria et Bohemia et Austria illa magna pestilenciaÉÈ; ancora pi� indicativo, per lÕasettico accostamento, lÕintegro paragrafo che lÕautore degli Annales Mellicenses, ed. W. Wattenbach, MGH SS 9 (1851 (=1983)) p. 513, dedica allÕanno 1348: ÇIn festo conversionis sancti Pauli, hora quasi vespertina, terremotus factus est magnus, et in Karinthia Villacum et plures civitates et castra cum hominibus perierunt. Item eodem anno tanta pestilencia invaluit in Ytalia et in Provincia, quod vix duodecimus homo remansit; incendia etiam plurima fueruntÈ.

[16] Per le Storie Pistoresi, ed. S. A. Barbi, RIS n. e. 11/5 (1907-27)(di qui in avanti: Storie Pistoresi), p. 235, gli anni 1347 e 1348 sono accumunati da Çfame e di pistilenziosa mortalitade per tutto lo mondoÈ. Vedi anche F. Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde. Das 14. Jahrhundert als Krisenzeit, Gšttingen 1987 (Veršffentlichungen des Max-Plank-Instituts fŸr Geschichte 86), pp. 15-16 nota 11. Il legame tra carestia e peste si trova anche esplicitamente in alcuni trattati medici di poco successivi: K. Sudhoff Pestschriften aus den ersten 150 Jahren nach de Epidemie des Òschwarzen TodesÓ 1348, ÇArchiv fŸr Geschichte der MedizinÈ 17 (1925), p. 55.

[17] XII, lxxxiii-lxxxiv.

[18] V. Rutenburg Popolo e movimenti popolari nellÕItalia del Õ300 e Õ400, introd. di R. Manselli, Bologna 1974, p. 71.

[19] Storie Pistoresi, p. 224.

[20] A. Corradi Annali delle epidemie occorse in Italia dalle prime memorie fino al 1860, I, Bologna 1865 (= 1973), pp. 477-78; Carpentier Une villeÉ, pp. 81-82; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 135.

[21] Corradi AnnaliÉ, p. 479; Carpentier Une villeÉ, pp. 82-83.

[22] Non si tratta neppure di fenomeno limitato alla metˆ del Trecento: cf. B. Figluolo Il terremoto del 1456, Altavilla Silentina 1988-89 (Storia e scienze della terra 1), 1, pp. 3-17: La spirale maltempo-carestia-pestilenza.

[23] E non � una trovata recente: giˆ Leonardo Bruni legava strettamente carestia e peste; lÕha indicato per primo M. Meiss Pittura a Firenze e Siena dopo la morte nera. Arte, religione e societˆ alla metˆ del Trecento, Torino 1982, p. 138.

[24] Contro un nemico invisibile. Epidemie e strutture sanitarie nellÕItalia del Rinascimento, Bologna 1985.

[25] Annales Frisacenses. Continuatio, p. 67; Borst Il terremoto del 1348, p. 23.

[26] Cronaca Senese dei fatti riguardanti la cittˆ e il suo territorio di autore anonimo del secolo XIV, edd. A. Lisini - F. Iacometti, RIS n. e. 15/6 (1939)(di qui in avanti: Cronaca Senese), pp. 148-49.

[27]Chronique latine de Guillaume de Nangis de 1113 ˆ 1300 avec les continuations de cette chronique de 1300 ˆ 1368, ed. H. GŽraud, Paris 1853, 2 (di qui in avanti: Jean de Venette), p. 215.

[28] Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, pp. 30-31.

[29] Borst Il terremoto del 1348, p. 28: ÇNella mente dei testimoni oculari si imprimeva per sempre ci˜ che i moderni specialisti cos“ difficilmente comprendono: le catastrofi non si lasciano accuratamente ripartire in fisiche, epidemiche, tecnologiche, politiche, sociali. Esse devastano la vita dellÕuomo nel suo complessoÈ.

[30] Continuatio Novimontensis, p. 676.

[31] Borst Il terremoto del 1348, pp. 33-35; C. Vasoli Umanesimo ed escatologia, in LÕattesa della fine dei tempi nel Medioevo, a cura di O. Capitani e J. Miethke, Bologna 1990 (Annali dellÕIstituto storico italo-germanico, Quaderno 28), p. 252.

[32] F. Petrarca Le senili, ed. G. Martellotti, Torino 1976, pp. 92-98.

[33] U. Dotti Vita di Petrarca Roma-Bari 1987, pp. 194-210, in particolare p. 210: ÇÉ possibile risposta al male del mondo, lÕideale del savio che vive contento di pochi amici, della comunitˆ dÕinteressi con loro e della comune serenitˆ di propositi e di pensieriÈ.

[34] H. Baron La crisi del primo Rinascimento italiano. Umanesimo  civile e libertˆ repubblicana in unÕetˆ di classicismo e tirannide Firenze 1960 (o 1970?), p. 115. Giˆ nel 1860 J. Burckhardt (adopero la trad. it., La civiltˆ del Rinascimento in Italia Firenze, Sansoni 1968), inseriva il suo breve paragrafo sulla peste (pp. 76-77) nel capitolo Ritardo del Rinascimento. Cf. il legame accolto, a segnare il 1347, ÇlÕanno pi� nero per lÕeconomia della penisola e anche per molta parte dÕEuropaÈ, da Capitani nella Introduzione a M. Mollat I poveri nel Medioevo introd. di O. Capitani, Bari 1981, pp. XXIX-XXX, tra lÕÇaccumulo di ÒcongiuntureÓ sfavorevoli: carestie, turbe meteorologiche e, naturalmente, la Òpeste neraÓÈ, le Òcongiunture sfavorevoliÓ economiche e la vicenda di Cola.

[35] A. Barbero Il mito angioino nella cultura italiana e provenzale fra Duecento e Trecento Torino 1983 (Biblioteca storica subalpina 201), p. 162.

[36] Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 72.

[37] Per cui rimando a W. H. McNeill, La peste nella storia. Epidemie, morbi e contagio dallÕantichitˆ allÕetˆ contemporanea, Torino 1982; J. Ruffie - J. C. Sournia Le epidemie nella storia, Roma 1985, ed ora al lavoro di I. Naso in questo stesso volume.

[38] Th. Rahe Demographische und geistig-soziale Auswirkungen der Pest von 1348-1350 ÇGeschichte in Wissenschaft und UnterrichtÈ 35 (1984), pp. 125-44. Significativo comunque che L. Del Panta Le epidemie nella storia demografica italiana (secoli XIV-XIX) Torino 1980, pp. 28-31 non consideri neppure fugacemente le cronache tra le ÇFonti per lo studio delle crisi di mortalitˆÈ; nel paragrafo immediatamente successivo, ÇLo studio delle crisi con dati parziali o incompletiÈ, alle pp. 31-33, si fa cenno a moÕ di esempio, ad un cronista, ma proprio per concludere che le fonti annalistiche e cronachistiche possono avere una qualche validitˆ su questo piano specifico solamente se trovano conferma statistica; osservazione del tutto analoga fa Capitani nella sua Introduzione al Mollat I poveri nel Medioevo, p. XXXIII, a proposito di Matteo Villani. Una completa svalutazione delle cifre fornite dai cronisti a proposito dei morti nella peste del 1348 � in Del Panta Le epidemie nella storiaÉ, a p. 114. Posizione analoga � assunta da R. Comba La demografia nel Medioevo, in La Storia. I. Il Medioevo. 1. I quadri generali Torino, UTET 1988, p. 8. A. M. Nada Patrone Alimentazione e malattie nel Medioevo, ibid., p. 38, sottolinea invece Çla straordinaria indifferenza alle grandi crisi del loro tempo da parte dei cronisti ed annalisti (ad eccezione, per il basso medioevo, di Boccaccio, Chaucer e William Langland) e di quasi tutti gli uomini di cultura che, seppur memorizzano un evento epidemico, lo descrivono in modo molto fatalistico.É Questo atteggiamentoÉ pu˜ far supporre una sorta di rassegnata abitudine alla tragedia, di dura consuetudine con la morte, dovute forse alle limitate possibilitˆ e speranze di sopravvivenza dellÕuomo medievaleÈ. Per converso Çgli unici tipi di fonti utilizzabili per tracciare una mappa delle malattie nel medioevo sono le fonti narrative, agiografiche ed iconograficheÉÈ (p. 42). E. Carpentier Autour de la Peste Noire: famines et ŽpidŽmies dans lÕhistoire du XIVe si�cle ÇAnnales E. S. C.È 17 (1962), pp. 1062-92, propone in maniera quasi esclusiva la via da lei percorsa: quella delle ricerche locali. Vedi ora il lavoro di R. Comba in questo stesso volume.

[39] Per cui vedi per indicazioni di largo respiro, che interessano anche i cronisti, lÕintero volume MentalitŠten im MittelalterÉ, ma in particolare F. Graus MentalitŠt - Versuch einer Begriffsbestimmung und Methoden der Unterschung, pp. 9-48, e R. E. Lerner The Black Death and Western European Eschatological Mentalities ÇThe American Historical ReviewÈ 86 (1981), pp. 533-52.

[40] Carpentier Une villeÉ, p. 7: Çil sÕagit le plus souvent de raconter lÕhistoire de la peste dans une ville ou dans un pays. Quand a-t-elle commencŽ? Combien de temps a-t-elle durŽ? Quand a-t-elle fini? A-t-elle eu des ÇrŽsurgencesÈ? Quelle descriptions, quels tŽmoignage poss�de-t-on sur elle? Quelles sont ses victimes cŽl�bres? Parfois, la recherche prend plus dÕampleur: dÕo� est venue la peste? Par quel chemin?È.

[41] Carpentier Une villeÉ, p. 9, e dopo di lei di W. M. Bowsky The impact of the Black Death upon Sienese Government and Society ÇSpeculumÈ 39 (1964), pp. 1-34, e di R. W. Emery The Black Death of 1348 in Perpignan ibid. 42 (1967), pp. 611-23. In generale vedi N. Bulst Der Schwarze Tod. Demographische, wirtschafts- und kulturgeschichtliche Aspekte der Pestkatastrophe von 1347-1352. Bilanz der neueren Forschung ÇSaeculumÈ 30 (1979) pp. 45-67.

[42] D. Herlihy Pistoia nel Medioevo e nel Rinascimento Firenze 1972, pp. 125-41 fornisce una bella rassegna delle incertezze e dei problemi irrisolti posti dalla descrizione dei sintomi della peste.

[43] Cf. Carpentier Une villeÉ, p. 164: Çquelle est exactement la place de la Peste noire dans ces deux si�cles de ÇdŽclin du Moyen AgeÈ, de ÇdŽcadence de lÕŽconomie europŽenneÈ, de Çcrises du XIVe si�cleÈ?È; vedi anche L. Febvre La peste noire de 1348 ÇAnnales E. S. C.È 4 (1949) pp. 102-03; F. Keyser Die Pest in Deutschland und ihre Erforschung, in Actes du Colloque international de DŽmographie historique, Li�ge, 1963: Probl�mes de mortalitŽ. MŽthode, sources et bibliographie en dŽmographie historique Li�ge 1965, pp. 369-77.

[44] Giovanni di Pagolo Morelli Ricordi, ed. V. Branca, Firenze 1956, pp. 287-92.

[45] V. Branca Boccaccio medievale e nuovi studi sul Decameron Firenze 19928, p. 33.

[46] Ibid., p. 39.

[47] Ibid., p. 34 e nota 2.

[48] Ibid., pp. 34-35, ma vedi anche lÕosservazione successiva (p. 35): ÇLÕevocazione della peste non solo poggia su una tradizione tanto serrata e autorevole nella retorica medievale da costituire quasi una ekphrasis canonicaÉÈ.

[49] Ibid., p. 37.

[50] F. Cardini Il Decameron: un ÇGenesiÈ laico? Le dieci giornate della rifondazione cavalleresca del mondo, in Cardini De finibus Tuscie. Il Medioevo in Toscana Firenze 1989, p. 185: ÇIl Boccaccio fa nascere lÕÇoccasioneÈ del Decameron proprio dal destrutturarsi drammatico di tutta una societˆ e in modo particolare di tutto un ceto dirigenteÉÈ; p. 186: ÇE, con la peste, quella rovina sembrava un fatto consumato ormai irrimediabilmente. Non era solo la rovina dÕun grande centro, con la sua potenza politica e i suoi traffici. Era, soprattutto la rovina dÕun Way of life, che si esprimeva attraverso il rilassamento dei freni morali, il disinteresse per lo stesso lavoro e le stesse ricchezze, infine la rottura dei legami di parentela, al punto che ÒlÕun fratello lÕaltro abbandonava e il zio il nepote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e, che maggior cosa � e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavanoÓÉÈ.

[51] G. Getto La peste del Decameron e il problema della fonte lucreziana, in Getto Immagini e problemi di letteratura italiana Milano 1966, pp. 49-68.

[52] Adopero G. Boccaccio Decameron, a cura di V. Branca, Torino 19926.

[53] Adopero Paolo Diacono Historia Langobardorum, edd. L. Bethmann - G. Waitz, MGH Scriptores Rerum Langobardicarum et Italicarum (1878), che comunque qui non differisce dallÕed. Crivellucci, di cui si serve il Branca.

[54] Agnolo, p. 552.

[55] Croniche di Giovanni, Matteo e Filippo Villani secondo le migliori stampe, Trieste 1857 (di qui in avanti: M. Villani), I, 2.

[56] Marchionne di Coppo Stefani Cronaca fiorentina, ed. N. Rodolico, RIS n. e. 30/1 (1903-55)(di qui in avanti: Marchionne), p. 230.

[57] Marco Battagli da Rimini Marcha, ed. A. F. Mass�ra, RIS n. e. 16/3 (1912-13)(di qui in avanti: Battagli), p. 54.

[58] Chronica abreviata fr. Johannis de Cornazano, in Chronica parmensia a sec. XI. ad exitum sec. XIV, ed. L. Barbieri, Parma 1858 (di qui in avanti: Chronica abreviata), p. 386. Su di essa vedi Repertorio della cronachistica emiliano-romagnolaÉ, pp. 259-61.

[59] Storie Pistoresi, p. 235.

[60] P. Azario Liber gestorum in Lombardia, ed. F. Cognasso, RIS n. e. 16/4 (1925-39), p. 1.

[61] Cronaca inedita di Giovanni da Parma canonico di Trento, in A. Pezzana Storia della cittˆ di Parma, I, Appendice, Parma, 1837 (=Bologna, Forni 1971) (di qui in avanti: Giovanni da Parma), p. 51.

[62] Breve Chronicon Flandriae, ed. J. J. De Smet, ÇCorpus Chronicorum FlandriaeÈ 3 (1856) (di qui in avanti: Breve Chronicon Flandriae), p.16.

[63] P. G. Molmenti La storia di Venezia nella vita privata. Dalle origini alla caduta della Repubblica, 1, Trieste1973, pp. 415-16.

[64] Getto La peste del DecameronÉ, p. 65: ÇLa peste costituiva insomma un vero e proprio topos, un tema letterario a elementi obbligati, unÕekphrasis canonicaÉÈ; p. 66: ÇCon lÕesperienza personale della peste, o comunque con le notizie che di essa o di particolari di essa potevano fornirgli i suoi contemporanei, il Boccaccio non doveva certo sentire la necessitˆ di ricorrere ai classici per nutrire di nuovi dati il suo racconto. Dei classici egli aveva bisogno, soprattutto, per risolvere un problema di calcolata arte retoricaÉÈ; p. 68: ÇÉ unÕoccasione, anche, per svolgere un alto esercizio di arte retoricaÉÈ.

[65] G. Villani, XII, lxxxiv, pp. 486-88: ÇMa infinita mortalitˆ, e che pi� dur˜, fu in Turchia, e in quelli paesi dÕoltremare, e fraÕ Tarteri. E avvenne traÕ detti Tarteri grande giudicio di Dio e maraviglia quasi incredibile, e ffu pure vera e chiara e certa, che tra Õl Turigi e Õl Cattai nel paese di Parca, e oggi di Casano signore di Tarteri in India, si cominci˜ uno fuoco uscito di sotterra, overo che scendesse da cielo, che consum˜ uomini e bestie, case, alberi, e lle pietre e lla terra, e vennesi stendendo pi� di xv giornate atorno con tanto molesto, che chi non si fugg“ fu consumato, ogni criatura e abituro, istendendosi al continuo. E gli uomini e femine che scamparono del fuoco, di pistolenza morivano. E alla Tana, e Tribisonda, e per tutti queÕ paesi non rimase per la detta pestilenza deÕ cinque lÕuno, e molte terre vi sÕabandonaro tra per pestilenzia, e tremuoti grandissimi, e folgori. E per lettere di nostri cittadini degni di fede chÕerano in queÕ paesi, ci ebbe come a Sibastia, piovvono grandissima quantitˆ di vermini grandi uno sommesso con viii gambe, tutti neri e coduti, e vivi e morti, che apuzzarono tutta la contrada, e spaventevoli a vedere; e cui pugnevano, atossicavano come veleno. E in Soldania, in una terra chiamata Alidia, non rimasono se non femmine, e quelle per rabbia manicaro lÕuna lÕaltra. E pi� maravigliosa cosa e quasi incredibile contaro avvenne in Arcaccia, uomini e femine e ogni animale vivo diventarono a modo di statue morte a modo di marmorito, e i signori dÕintorno al paese peÕ detti segni si propuosono di convertire alla fede cristiana; ma sentendo il ponente e paese di Cristiani tribolati simile di pistolenze, si rimasono nella loro perfidia. E a porto Talucco, inn una terra chÕha nome Lucco invermin˜ il mare bene x miglia fra mare, uscendone e andando fra terra fino alla detta terra, per la quale amirazione assai se ne convertirono alla fede di Cristo. E stesesi la detta pistolenza infino in Turchia e Grecia, avendo prima ricerco tutto Levante i Misopotamia, Siria, Caldea, Suria, Cipro, il Creti i Rodi, e tutte lÕisole dellÕArcipelago di Grecia, e poi si stese in Cicilia, e Sardigna, Corsica, ed Elba, e per simile modo tutte le marine e riviere di nostri mari; e otto galee di Genovesi chÕerano ite nel mare Maggiore, morendo la maggior parte, non ne tornarono che quattro galee piene dÕinfermi, morendo al continuo; e quelli che giunsono a Genova, tutti quasi morirono, e corruppono s“ lÕaria dove arivavano, che chiunque si riparava co lloro poco apresso morivano. Ed era una maniera dÕinfermitˆ, che non giacia lÕuomo iii d“, aparendo nellÕanguinaia o sotto le ditella certi enfiati chiamati gavoccioli, e tali ghianducce, e tali gli chiamavano bozze, e sputando sangue. E al prete che confessava lo Õnfermo, o guardava, spesso sÕapiccava la detta pistilenza per modo chÕogni infermo era abandonato di confessione, sagramento, medicine e guardie. Per la quale sconsolazione il papa fece dicreto, perdonando colpa e pena aÕ preti che confessassono o dessono sagramento alli infermi, e lli vicitasse e guardasse. E dur˜ questa pestilenza fino a É, e rimasono disolate di genti molte province e cittˆdini [É]. E tali son fatti i giudici di Dio per pulire i peccati deÕ viventiÈ.

[66] Buccio di Ranallo Cronaca Aquilana, ed. V. De Bartholomaeis, Roma 1907 (FSI 41), pp. 180-86.

[67] M. Villani, I, 2: ÇAvemmo da mercatanti genovesi, uomini degni di fede, che avevano avute novelle di queÕ paesi, che alquanto tempo innanzi a questa pestilenzia, nelle parti dellÕAsia superiore usc“ della terra ovvero cadde dal cielo un fuoco grandissimo, il quale stendendosi verso il ponente, arse e consum˜ grandissimo paese senza alcuno riparo. E alquanti dissono che del puzzo di questo fuoco si genr˜ la materia corruttibile della generale pestilenzia: ma questo non possiamo accertareÈ; Die Oberrheinische Chronik, pp. 64-65; Chronicon Estense, p.160: ÇEodem millesimo et diebus, pluit ignis maximus de celo in partibus Imperii, quod est inter Cathayum et Persidam, et cecidit in forma nivis et combursit montes, terras et alia loca, homines et feminas, et deducebat fumum maximum, quem qui adspiciebat, moriebatur in spatio medii diei; et similiter si aliquis vel aliqua respiciebat illos, qui fumum viderant, etiam moriebatur. Accidit tunc, quod decem galie transibant partes illas, quarum due de Januensibus, scilicet homines respicientes illos qui viderant dictum fumum, mori ceperunt etiam; tamen conduxerunt eas Constantinopolim et Peram. Tunc cives dictarum civitatum loquentes cum illis existentibus super galias, statim moriebanturÈ; Continuatio Novimontensis, p. 674 (codex Novimontensis): ÇNon longe ab illa regione accidit, quod terribilis ignis de celo fulminavit, et ea que reperit consumpsit; lapides vero virtute illius ignis ita ardebant ac si in arida ligna fuissent mutati. Fumus inde procedens erat valde contagiosus, ita ut mercatores a longe ipsum intuentes statim inficerentur; nonnulli ex eis eciam vitam ibidem finierunt. Qui autem evaserunt, pestilenciam secum deportaveruntÉÈ.

[68] M. Villani I, 2: ÇAppresso sapemmo da uno venerabile frate minore di Firenze vescovo diÉ del Regno, uomo degno di fede, che sÕera trovato in quelle parti dovÕ� la cittˆ di Lamech neÕ tempi della mortalitˆ, che tre d“ e tre notti piovvono in quello paese bisce con sangue che appuzzarono e corruppono tutte le contrade: e in quella tempesta fu abbattuto parte del tempio di Maometto e alquanto della sua sepolturaÈ; Continuatio Novimontensis, p. 674 (codex Novimontensis): ÇInsuper in partibus ubi zinziber nascitur letalis pluvia descendit, mixta cum serpentibus et diversis vermibus pestiferis; et cunctos quos tetigit continuo extinxitÈ. Il Chronicon Estense, p. 160, riporta la notizia, ma non la mette in relazione con la peste successiva: ÇEodem millesimo, in partibus Captay pluit in maxima copia vermium et serpentium qui devoraverunt maximam quantitatem gentium et quoscumque homines, homines vel feminas, tangebat aqua, subito moriebanturÈ.

[69] A. Coville Ecrits contemporains sur la peste de 1348 ˆ 1350 ÇHistoire littŽraire de la FranceÈ 37 (1937), pp. 340-51; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, pp. 9-10.

[70] N. Rubinstein The Beginnings of Political Thought in Florence, A Study in Medieval Historiography ÇJournal of the Warburg and Courtauld InstituteÈ 5 (1942), pp. 198-227.

[71] Das Buch der Natur von Konrad von Megenberg. Die erste Naturgeschichte in deutscher Sprache, ed. F. Pfeiffer, Stuttgart 1861.

[72] Cronica de Ducibus Bavariae, p. 168: ÇAnno Domini MCCCXLI prima die mensis Marcii ingressus est Saturnus primum punctum capricorni, et tunc iniciabatur pestilencia illa magna, quam totus expertus est mundusÈ.

[73] Chronique et Annales de Gilles le Muisit, abbŽ de Saint-Martin de Tournai (1272-1352), ed. M. H. Lema”tre, Paris 1905 (di qui in avanti: Gilles le Muisit), pp. 238-39; Jean de Venette, pp. 179-80; Chronique de Jean Le Bel, edd. J. Viard - E. DŽprez, 1-2, Paris 1904-05 (di qui in avanti: Jean Le Bel), 1, p. 225; Chronicon comitum Flandrensium, ed. J. J. De Smet, in ÇCorpus Chronicorum FlandriaeÈ 1 (1837), p 227; Breve Chronicon Flandriae, p. 18.

[74] Jean de Venette, pp. 210-11; vedi anche P. Cochon Chronique normande, ed. Ch. de Robillard de Beaurepaire, ÇSociŽtŽ de lÕhistoire de NormandieÈ 1870, pp. 71-72; Biraben Les hommes et la pesteÉ, II, pp. 12-13.

[75] G. Villani, XIII, xcviii, p. 510: ÇNel detto anno, del mese d'agosto, aparve in cielo la stella commeta [É] e ingener˜ grande mortalitˆ ne' paesi che il detto pianeto e segno signoreggiano; e bene il dimostr˜ inn Oriente e nelle marine d'intorno, come dicemmo adietroÈ.

[76] Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 20.

[77] Ibid., p. 39.

[78] Ad es. Jean de Venette, p. 212; Die Chronik des Hugo von Reutlingen ÇForschungen zur Deutsche GeschichteÈ 21 (1881), pp. 49-50; Sercambi, p. 96: ÇEt era s“ corrocta lÕaire, che in qualunqua luogo huomo andava, la morte il giungeaÈ; altri rimandi in Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 20.

[79] Vedine la rassegna in Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 25; Jean de Venette, pp. 212-13, che per˜ vi aggiunge anche lÕinquinamento delle acque da parte dei giudei.

[80] Liber regiminum Padue, ed. A. Bonardi, RIS n. e. 8/1 (1903-07), p. 368: ÇÉ in annis MCCCXLVIII die XXV ianuarii hora XXIII fuit ingens terraemotus qui duravit per dimidium horae, post quem pestis inaudita mare transivit, et evolavit de Venetiis in omnes occidentis provincias, et denique in universum orbemÈ.

[81] Carpentier Une villeÉ, p. 197; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 16.

[82] Cronica de Ducibus Bavariae, p. 168: ÇUnde autem eadem pestilencia causaretur vel quomodo ei succurrendum esset, nullus potuit medicus invenireÈ.

[83] Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 53.

[84] Non si pensi che il de Mussi riferisca di cose viste personalmente, perchŽ � stato mostrato dal Tononi, p. 142, che tra 1346 e 1356 egli era attivo nella sua professione di notaio con continuitˆ a Piacenza.

[85] Vedi supra nota 65; cf. Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 53.

[86] Chronica abreviata, pp. 385-86.

[87] Chronicon Estense, p. 160; Cronica de Ducibus Bavariae, p. 168.

[88] Breve Chronicon Flandriae, p. 14; Continuatio Novimontensis, p. 674.

[89] Agnolo, p. 555: Çquesto morbo sÕattachava collÕalito e coÕ la vista parevaÈ; Liber regiminum Padue, p. 368: ÇÉ in solo visu, vel anhelitu omnes interrimebatÈ; cf. Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 22.

[90] Ad es. Marchionne p. 230: ÇLo segno era questo, che, o tra la coscia e Õl corpo al modo (nodo?) dÕanguinaia, o sotto lo ditello apparia un grossetto, e la febbre a un tratto, e quando sputava, sputava sangue mescolato colla saliva, e quegli che sputava sangue niuno ne campavaÈ; Cronica de Ducibus Bavariae, p. 168: ÇInvasit autem homines et in lectos prostravit aliquando per nimum calorem, aliquando per frigus, aliquando per capitis dolorem, inter que glandes erumpebant in corporibus eorum et crescebant aliquibus sub humeris, aliquibus in ingwine, aliquibus in coxis, quarum tamen multe evanescentes aut saniem emittentes mortem hominibus non intuleruntÈ; cf. Carpentier Une villeÉ, p. 114; Molmenti La storia di Venezia, pp. 415-16; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, pp. 43, 46.

[91] Annales S. Albini Andegavensis, ed. L. Halphen, ÇCocllection de textes pour servir ˆ lÕŽtude et ˆ lÕenseignement de lÕhistoireÈ 37 (1903) (di qui in avanti: Annales S. Albini Andegavensis), pp. 39-41; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, pp. 43-44, 46.

[92] Marchionne p. 230: ÇÉ fu di tale terrore e di tanta tempesta, che nella casa dove sÕappigliava chiunque serv“a niuno malato, tutti quelli che lo serviano, moriano di quel medesimo male, e quasi niuno passava lo quarto giornoÈ; Boccaccio Decameron Introduzione 13: ÇÉ quasi tutti infra Õl terzo giorno dalla apparizione deÕ sopra detti segni, chi pi� tosto e chi meno e i pi� senza alcuna febbre o altro accidente, morivanoÈ, cf. Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 48.

[93] Annales Urbisveteris, ed. L. Fumi, RIS n. e. 15/5,1 (1902-20), p.197.

[94] Come chiarisce bene la rubrica del Battagli, p. 54: ÇDe mortalitate universali per totum orbemÈ; � espressione ricorrente.

[95] Cronica de Ducibus Bavariae, p. 168: ÇQuam magna autem seu seva fuerit in popularibus civitatibus atque villis, si scribatur, incredibile estimaturÈ.

[96] Agnolo, p. 555: ÇE morivano quasi di subitoÉ e favellando cadevano mortiÉ e non valea n� medicina n� altro riparo; e quanti ripari si facea parea che pi� presto morisseroÈ; Discorso historico, pp. 25-26: Çet la mattina erano sani et lÕaltra matina mortiÈ; Carpentier Une villeÉ, p. 113; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 55.

[97] Gilles le Muisit, p. 238; Jean de Venette, p. 179-80; Chronicon comitum Flandrensium, p. 227; Die Chronik Heinrichs Taube von Selbach mit den von ihm verfa§ten Biographien EichstŠtter Bischšfe, ed. H. Bresslau, MGH SS n. s. 1 (1922), pp. 75-76.

[98] Carpentier Une villeÉ, p. 162; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 55, nota a riprova che, sulla scorta degli studi di K. Sudhoff, di contro alla totale assenza di trattati medici sulla peste prima del 1348, con una unica eccezione nel 1340, sono stati pubblicati circa trecento trattati in merito risalenti al periodo tra 1348 e 1500; Nada Patrone Alimentazione e malattie nel Medioevo, p. 39: Çle opere mediche sulle epidemie si infittiscono proprio a partire dal fatidico 1348È.

[99] Jean de Venette, p 214.

[100] Ad es. Sagacio e Pietro de Gazata Chronicon Regiense, RIS 18 (1731), col. 66: ÇDe hoc morbo non possem scribere horribilitates, et crudelitates, et obscuritates, quae fueruntÈ.

[101] Sei mesi sono la norma per Giovanni da Parma, p. 52. A Pisa (Agnolo, p. 553) Çdur˜ questa mor“a 5 mesiÉÈ; a Siena per uno (Cronaca Senese, p. 148): ÇÉ bast˜ tre mesi, giugnio, luglio e agostoÈ; ma per Agnolo, p. 555: ÇLa mortalitˆ cominci˜ in Siena di magioÉ E cos“ dur˜ in fino a settembreÈ; ad Orvieto (Discorso historico, pp. 25-26) Çdur˜ questa mortalitˆ finamente a calenne di septembreÈ, dai primi di maggio; a Firenze per M. Villani da aprile a settembre, per Marchionne (p. 230) da marzo a settembre; per le Storie Pistoresi, p. 235 Çdur˜ l Õnfertˆ pi� di IIII mesi continuiÈ; a Bologna da marzo a settembre; a Venezia da febbraio ad agosto per alcuni (Pastorello Introduzione, p. XIV), ma per altri il canonico semestre: Molmenti La storia di Venezia, pp. 415-16 ; per il Battagli, p. 55, dovunque da febbraio ad Ognissanti, primo di novembre; ad Avignone dur˜ sette mesi secondo la testimonianza di Guy de Chauliac (Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 45), ma il culmine si ebbe tra gennaio ed aprile (Breve Chronicon Flandriae, p. 14); a Vienna dalla Pentecoste del 1349 (31 maggio) a S. Michele (29 settembre) (Continuatio Novimontensis, p. 676).

[102] A Padova e distretto secondo il Liber regiminum Padue, p. 368: Ç tertia pars defecitÈ; a Pisa per Agnolo, p. 553, Çstimasi che ne morisse deÕ 5 eÕ 4ÉÈ, ed a Piombino Çmorivi eÕ 3 quarti de le personeÉÈ, ma per Pisa cf. A. Feroci La peste bubonica in Pisa nel Medio Evo e nel 1630 Pisa 1893, p. 13: secondo lÕanonimo qui pubblicato la mortalitˆ colp“ il 70% della popolazione; Agnolo, p. 555: ÇÉ in tutto si trova che ne la cittˆ e borghi di Siena morisse 80m persone, ch� in questo tenpo facea Siena e li borghi pi� di 30m omini, e rimase Siena a meno di X mila ominiÈ; il 75% nelle Venezie, risultava allÕautore della Continuatio Novimontensis, p. 674, e lo stesso a Siena per la Cronaca Senese, p. 148; Agnolo, p. 553: ÇA Milano mor“ poca gente, inperoch� mor“ 3 fameglieÈ; ad Orvieto per il Discorso historico, pp. 25-26, Çcontasi, che delle dieci parti ne morissero le nove partiÈ; per gli Annales Urbisveteris, p. 197, Çcreditur quod medietas hominum obieritÈ; a Firenze per M. Villani ÇdeÕ cinque i tre e pi�È, il 60%, soprattutto tra gli strati inferiori, con la nota, tipica di Matteo, che sempre vede in chiave cosmica, Çnel generale per tutto il mondo manc˜ la generazione umana per simigliante numeroÈ; 96.000 i morti per Marchionne, 100.000 per Boccaccio; A. B. Falsini Firenze dopo il 1348 ÇArchivio Storico ItalianoÈ 129 (1971), p. 436, ritiene che Çci si possa avvicinare alla veritˆ ammettendo presenti in Firenze, prima della peste, poco pi� di 90.000 abitanti e, subito dopo la peste, poco meno di 50.000 abitantiÈ. A Venezia le vittime erano state prossime a 100.000 per il Battagli, pp. 54-55, ed il Liber regiminum Padue, p. 368; ad Avignone per le Storie Pistoresi, p. 235, pi� di 120.000, per Giovanni di Winterthur, p. 275, 16.000 in un mese; a Pisa (Storie Pistoresi, p. 236) pi� di 25.000, ed a Parigi 1.573 morti il solo 13 marzo. Per gli Annales Mellicenses, p. 513, la percentuale dei morti era del 72%: ÇÉ vix duodecimus homo remansitÈ ; per Giovanni da Parma, p. 51, a Trento lÕ83% (Ç5 su 6È); per Giovanni da Praga tra Venezia e Marsiglia il 66%, e cos“ mediamente in Germania per la Continuatio Novimontensis, p. 676. Vedi anche, dopo Bulst Der Schwarze Tod, pp. 49 ss., P. Dubuis LÕŽpidemie de peste de 1349 ˆ Saint-Maurice-dÕAgaune Lausanne 1980 (ƒtudes de lettres - FacultŽ des lettres de lÕUniversitŽ IV-3), pp. 3-20.

[103] Chronicon Estense, pp. 160-61; riprendono pari pari il Chronicon la Polyhistoria, RIS 24 (1738), coll. 806-07, e lÕintero Corpus Chronicorum Bononiensium, ed. A. Sorbelli, RIS n. e. 18/1 (1906-40), pp. 583-87; per Bologna A. I. Pini Campagne bolognesi. Le radici agrarie di una metropoli medievale Firenze 1993, pp. 138-39: Çsi pu˜ senzÕaltro concludere che la peste port˜ via gli abitanti della cittˆ in una proporzione che oscilla tra 1/3 e i 2/5. Non era dunque molto lontano dal vero il cronista bolognese contemporaneo Pietro da Villola quando scriveva che per la peste Òfu estimato che di cinque era morti li tre e pi�ÓÈ.

[104] Chronicon Estense, p. 162. Sulla peste a Venezia vedi ancora Pastorello, Introduzione, p. XIV, che cita anche Gian Jacopo Caroldo Historia di Venetia, ms. Marc. It. VII 128a, c. 200r, ed il Chronicon Monasterii S. Salvatoris Venetiarum Francisci de Gratia (1141-1380), ed. A. M. Duse, Venezia 1766, pp. 69-70, ed infine la testimonianza tarda raccolta in Marin Sanudo Vitae Ducum Venetorum, RIS 22 (1733) coll. 614-16.

[105] A. Sapori LÕattendibilitˆ di alcune testimonianze cronistiche dellÕeconomia medievale, in Studi di storia economica medievale 1, Firenze 1955, pp. 25-33.

[106] Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 156.

[107] Nemmeno la conclusione, a suo modo cauta, di Mollat I poveri nel Medioevo, p. 221: Çil calo demografico raggiunse forse un terzo della popolazione europeaÈ.

[108] Frugoni G. Villani, Cronica, XII, 94, p. 245 ÇTutte queste cifre, al di lˆ della precisazione numerica, rappresentano anche una interpretazione, direi, della storia fiorentinaÈ. Bowsky The impact of the Black DeathÉ, pp. 4-5 giudica le cifre fornite dai cronisti senesi come, se non esattissime, generalmente affidabili.

[109] Annales S. Albini Andegavensis, pp. 39-41; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 155.

[110] Discorso historico, pp. 25-26: ÇÉ molte famiglie et chasate rimasero sderedateÈ; Marchionne p. 230: Çquando sÕappigliava in alcuna casa, spesso avvenia che non vi rimanea persona che non morisseÈ; Giovanni da Parma, p. 51; cf. Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 30.

[111] Annales Urbisveteris, p. 197: Çprincipales nobiles et populares obieruntÈ. Per Domenico da Gravina Chronicon de rebus in Apulia gestis, ed. A. Sorbelli, RIS n. e. 12/3 (1903-09), p. 49, Çquasi modicus superfuit populusÈ nel regno di Sicilia.

[112] G. Cortusi Historiae, RIS 12 (1728)(di qui in avanti: Cortusi), col. 926. Non risponde affatto a veritˆ che secondo la cronaca di Rimini (e ci si riferirˆ al Battagli) la malattia ha colpito prima i poveri, poi i ricchi, ma nessun grande signore, come si trova in G. C. Coulton The Black Death London 1929, p. 62, ripreso da Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 31.

[113] Cronica de Ducibus Bavariae, p. 168: ÇUbicunque vero sevitura erat, ibi primo in pueros, deinde in forciores seviebatÈ; Giovanni da Parma, pp. 51-52, nota che la peste colp“ in regioni diverse in diverse stagioni, qui nei tempi caldi, lˆ nei freddi, senza norma, e pi� i giovani dei vecchi, e pi� le fanciulle (soprattutto se carine), e pi� le donne degli uomini.

[114] Alberto de Bezanis Cronica pontificum et imperatorum, ed. O. Holder-Egger, MGH SRG in us. schol. 3 (1908), p. 102, ed aggiunge: Çin locis sanis quam in viciosis et in fumisÈ; che cosa significhi Çin fumisÈ � inesplicabile, ma indicherˆ comunque luoghi malsani.

[115] Continuatio Novimontensis, p. 676. Il che si accorda in parte con quanto riferito da Heinrich von Herford (Liber de rebus et temporibus memorabilibus sive Chronicon Henrici de Hervordia, ed. A. Potthast, Gottingae 1859), p. 284, che Çnobilibus et militaribus et clericis secularibus plus pepercitÈ.

[116] P. 51.

[117] Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 29.

[118] Agnolo, p. 555: Ç nel contado mor“ molta pi� gente, che molte terre e ville sÕabandonaro che non vi rimase personaÈ; Annales Mellicenses, p. 513: ÇÉ in Karinthia, Austria et Babaria mortalitas in tantum seviebat, quod multe ville et in civitatibus quibusdam domus quamplures sunt destructe, ita quod inhabitator in eis nullus est inventusÈ.

[119] Discorso historico, pp. 25-26; Carpentier Une villeÉ, pp. 112, 120-21; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, pp. 28, 31, 37.

[120] J.-N. Biraben Les pauvres et la peste, in ƒtudes sur lÕhistoire de la pauvretŽ, ed. M. Mollat, Paris 1974 (Publications de la Sorbonne, ƒtudes 8,1-2), 2, pp. 505-18.

[121] Mollat I poveri nel Medioevo, p. 221. Alcune perplessitˆ in proposito mostra ragionevolmente Capitani nellÕIntroduzione, pp. XXX-XXXIII. Ancora pi� drastica, e meno accettabile, lÕaffermazione ÒesemplificativaÓ alle pp. 221-22: ÇLÕinsistenza dei cronisti nel mostrare, come gli artisti delle danze macabre, unÕeguale vulnerabilitˆ del ricco e del povero, � corretta dalle testimonianze del triste primato della povertˆ. La malattia colp“ dapprima i quartieri poveri, per esempio a Rimini, a OrvietoÉ a NarbonneÉ si pu˜ parlare cos“ di Òepidemia proletariaÓÈ.

[122] Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 28.

[123] Marchionne, p. 230; cf. Carpentier Une villeÉ, p. 113; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 25.

[124] Agnolo, p. 556.

[125] Corpus chronicorum Bononiensium, pp. 583-87.

[126] Chronicon Sublacense, ed. R. Morghen, RIS n. e. 24/6 (1927), p. 44.

[127] Agnolo, p. 553: ÇÉ e non si trovava medici che volessero curareÉÈ ; M. Villani I, 2: ÇDi questa pestifera infermitˆ i medici in catuna parte del mondo, per filosofia naturale o per fisica o per arte dÕastrologia, non ebbono argomento nŽ vera curaÈ; Marchionne, p. 230: ÇÉ e non valeva nŽ medico, nŽ medicina, o che non fossero ancora conosciute quelle malattie, o che li medici non avessero sopra quelle mai studiato, non parea che rimedio vi fosseÈ; Boccaccio Decameron, Introduzione 13: ÇA cura delle quali infermitˆ nŽ consiglio di medico nŽ virt� di medicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse o che la ignoranza deÕ medicanti [É] non conoscesse da che si movesse e per consequente debito argomento non vi prendesseÉÈ; Breve Chronicon Flandriae, p. 16: Çnec medicus visitat infirmum, si tamen ei dantur quicquid infirmus in hac vita possideretÈ.

[128] M. Villani, I, 2: ÇAlquanti per guadagnare andarono visitando e dando loro argomenti, li quali per la loro morte mostrarono lÕarte esser fitta e non vera: e assai per coscienza lasciarono a ristituire i danari che di ci˜ aveano presi indebitamenteÈ; Boccaccio Decameron, Introduzione 13: ÇÉ o che la ignoranza deÕ medicanti (deÕ quali, oltre al numero degli scienziati, cos“ di femine come dÕuomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimoÉÈ.

[129] Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 127.

[130] Discorso historico, pp. 25-26: ÇEt le botteghe delli artefici tutte stavano chiuseÈ; Breve Chronicon Flandriae, p. 18: ad Avignone, ogni lavoro sospeso, Çvacationes indicte sunt usque festum MichaelisÈ.

[131] V. Rutenburg Popolo e movimenti popolari nellÕItalia del Õ300 e Õ400, introd. di R. Manselli, Bologna 1974, p. 109.

[132]  Di contro a Y. Renouard La Peste Noire de 1348-1350 ÇRevue de ParisÈ 57 (1950), pp. 107-19, oggi in Renouard Etudes dÕhistoire mŽdiŽvale Paris 1968, I, pp. 143-55, che vedeva subito dopo la peste grandi mutamenti sociali e soprattutto approfondirsi del divario tra poveri e ricchi, G. Prat Albi et la Peste Noire ÇAnnales du MidiÈ 64 (1952), pp. 15-25, conclude che nella regione da lui studiata si ebbe un notevole calo della popolazione, ma scarsi mutamenti politico-sociali; ad analoghe conclusioni � giunto P. Wolff Trois Žtudes de dŽmographie mŽdiŽvale en France mŽridionale, in Studi in onore di Armando Sapori, I, Milano 1957, pp. 493-503. Sulla  disgregazione della societˆ causata dalla peste insiste W. L. Langer The Black Death ÇScientific AmericanÈ 210 (1964), pp. 114-21.

[133] Vedi ora il lavoro di P. Pirillo in questo stesso volume.

[134] Marchionne, p. 230: Çle genti spaventate abbandonavano la casa, e fuggivano in unÕaltra; e chi nella cittˆ, e chi si fuggia in villaÈ; cf. Carpentier Une villeÉ, pp. 134, 149-50; i veneziani fuggono a Chioggia, Ferrara, Padova, Treviso, Ceneda, Torcello, Murano e altrove (Pastorello Introduzione p. XIV); qui la situazione � particolarmente grave, tanto che si dovette ingiungere - passata la tempesta - agli ufficiali pubblici fuggiti in massa di riassumere il loro posto, parallelamente al divieto di lasciare la cittˆ per tutti i veneziani; cf. ancora Giovanni di Winterthur, p. 275-76; Continuatio Novimontensis, p. 676, con la nota triste: Çsed quia prius erant infecti, propterea non poterant evadere quin ex eis quam plures morerenturÈ. Anche questo non � fenomeno esclusivo della peste nera: cf. Figliuolo Il terremoto del 1456, 1, p. 11.

[135] Carpentier Une villeÉ, p. 155, con rimando a Marchionne, p. 232. Anche questo � fenomeno ricorrente in seguito: cf. Figliuolo Il terremoto del 1456, 1, pp. 112-13; sul carattere antropologico di queste manifestazioni si � intrattenuto J. Delumeau La paura in Occidente (secoli XIV-XVIII), Torino 1979, pp. 209-11.

[136] Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 77. Proprio a partire dalla peste nera si moltiplicheranno i ricorsi alla misericordia della Madre di Dio: cf. PestblŠtter des XV. Jahrhunderts, ed. P. Heitz, Strassburg 1901; P. Pedrizet La Vierge de MisŽricorde. Etude dÕun th�me iconographique, Paris 1908; Figliuolo Il terremoto del 1456, 1, p. 176; J.-P. Delumeau Rassicurare e proteggere, Milano 1992, che dedica ampio spazio, per quel che ci riguarda, alle processioni ed al culto di Maria misericordiosa; vedi in particolare p. 284: ÇFra le ondate delle pestilenze che si abbatterono sullÕEuropa a cominciare dal 1348 e la diffusione del culto della Vergine col mantello cÕ� un rapporto di causa ed effetto che nessuno mette in dubbioÉÈ.

[137] Carpentier Une villeÉ, pp. 155-56; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 66.

[138] Agnolo, p. 553: ÇÉ e a pena eÕ pochi preti davano la confessione e sagramentiÉÈ; Marchionne, p. 230: ÇMedici non si trovavanoÉÈ; Battagli, p. 54: ÇPresbiteri et medici etiam fugiebant infirmos et mortuos pro timoreÈ; Storie Pistoresi, p. 235: Çe che non si trovava chi volesse servire nullo malato n� portare morto a sepoltura n� frate n� prete che andare vi volesseÈ ; cf. Carpentier Une villeÉ, p. 155.

[139] Marchionne, p. 230: ÇÉ quelli che si trovavano, voleano smisurato prezzo in mano innanzi che intrassero nella casa, ed entratovi, tocavono il polso col viso volto adrieto, e da lungi volevono vedere lÕurina con cose odorifere al nasoÈ; p. 231: ÇLi preti e i frati andavano ai ricchi e in tanta moltitudine, ed erano s“ pagati di tanto prezzo che tutti arricchienoÈ; cf. Carpentier Une villeÉ, p. 155.

[140] Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 32.

[141] Agnolo, p. 553: ÇÉ e non si trovava chi li sopellisse se noÕ el padre portava el figliuolo, el marito portava la moglie a la fossa senza preti o croce, e molti rimaneano, ch� non vÕera chi li portasse a la fossa. E Dio promise (sic) per˜, che nissuno rimanesse in sul letto, n� in casa morto, che non fusse portato a la fossa da qualcuno dicendo: Òaiutiamo costoro, ch� saremo aiutati noi, e portialli a la fossa, ch� saremo portati noiÓ; e cos“ come per morti molti si metteano e molti ne moriva e molti canpavano e molti facevano per denaro e molti per lÕamor di DioÈ; p. 555: Çe non si trovava chi soppellisse n� per denaro n� per amicizia, e quelli de la casa propria li portava meglio che potea a la fossa senza prete, n� uffitio alcuno, n� si sonava canpanaÈ.

[142] Agnolo, p. 555; Battagli, p. 54; Continuatio Novimontensis, p. 676.

[143] Secondo quanto riferisce Gilles li Muisit, cui rimandano Coville Ecrits contemporainsÉ, p. 382, e Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 168.

[144] Agnolo, p. 553: ÇPisa si fu per abandonareÉ É [Piombino] per tanto si fu per abandonareÈ.

[145] Pastorello Introduzione p. XV, che cita la cronaca di S. Salvatore: ÇEt in ista peste surexerunt latrones infiniti, furantes et depredantes domosÈ.

[146] Agnolo, p. 555: Çquasi a ognuno pareva che di dolore a vedere si diventavano stupefattiÈ; Discorso historico, pp. 25-26: Çet quelle che rimasero, rimasero inferme et sbigottite, et con gran terrore dipartisene delle case che rimasero delle genti loro morteÈ.

[147] M. Villani, I, 3.

[148] W. L. Langer The next assignment ÇThe American Historical ReviewÈ 63 (1958), pp. 283-304.

[149] Nota Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 83 che a Firenze nel 1348 i Villani - Giovanni, il nonno, che ne muore, poi il padre [ma � il fratello minore! G. Z.], Matteo, infine il figlio, Filippo - descrivono lÕarrivo della peste ed osservano come, durante lÕepidemia, gli uomini si gettino con ardore nelle devozioni, ma come le chiese non sembrano loro che luoghi di preghiera, e non dei rifugi protetti dalle epidemie. Sulle devozioni anche Mollat I poveri nel Medioevo, p. 225.

[150] Adopero qui il rapido sunto che del lavoro di Langer ha fatto la Carpentier Une villeÉ, p. 164.

[151] Carpentier Une villeÉ, pp. 195-96.

[152] Anonymus Leobiensis Deutsche Fortsetzung, ed. H. Pez, ÇScriptores Rerum AustriacarumÈ 1 (1721), col. 968; Borst Il terremoto del 1348, p. 28.

[153]Continuatio Novimontensis, p. 676.

[154] La Cronaca del Conte Francesco di Montemarte (1231-1399), ed. L. Fumi, RIS n. e. 15/5,1 (1902-20), p. 224; sui fraintendimenti del cronista Carpentier Une villeÉ, pp. 104-05.

[155] Continuatio Novimontensis, p. 676.

[156] Vedi ora anche il lavoro di G. M. Varanini in questo stesso volume.

[157] Agnolo, p. 553: ÇE quelli che fugiano di Pisa erano divietati e non poteano entrare in terra alcunaÉÈ; provvedimenti analoghi vennero presi a Firenze, a Pistoia, a Venezia, cf. F. Carabellese La peste del 1348 e le condizioni della sanitˆ pubblica in Toscana Rocca San Casciano 1897, A. Chiappelli Gli ordinamenti sanitari del comune di Pistoia contro la pestilenza del 1348 ÇArchivio Storico ItalianoÈ s. 4 20 (1887), pp. 3-24; A. Zanelli Di alcune Leggi suntuarie pistoiesi dal XIV al XVI ibid. s. 5 16 (1895), pp. 206-24; M. Brunetti Venezia durante la peste del 1348 ÇAteneo VenetoÈ 22 (1909), 1, pp. 289-311; 2, pp. 5-42, edito anche come estratto a parte, Venezia 1909; Carpentier Une villeÉ, pp. 132-34. Nel secolo successivo lÕItalia sarˆ, come in tanti altri campi, a questo riguardo allÕavanguardia: cf. Cipolla Contro un nemico invisibileÉ, pp. 14-20.

[158] Continuatio Novimontensis, p. 674.

[159] Agnolo, p. 553: Çle case loro furo murate lÕuscia e le finestre, ch� nissuno vÕentrasseÈ; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 169.

[160] Coulton The Black Death, p. 26; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 168.

[161] Senza giungere allÕincenerazione gli Ordinamenta sanitatis dellÕaprile 1348 a Pistoia ordinano che non si ritirino i morti dalle case che in una bara, regolamentano la profonditˆ delle fosse e proibiscono di introdurre cadaveri in cittˆ. Si � sparsa lÕidea che la putrefazione dei corpi insepolti pu˜ generare la peste, e misure per allontanare i cimiteri si diffondono lentamente. LÕinteresse delle autoritˆ amministrative per la peste � il fatto capitale, il punto di partenza essenziale di ogni regolamentazione amministrativa ulteriore nel campo dellÕigiene pubblica. Prima dellÕapparizione della peste, � solo in Italia, sembra, che esistano regolamenti sanitari in qualche grande cittˆ: a Firenze gli Statuti sanitari, pubblicati dal 1321 al 1324, si preoccupano di assicurare lÕabbondanza del vettovagliamento, sorvegliare la qualitˆ delle carni e altre derrate alimentari per la salute degli abitanti. Giˆ prima della peste in Italia alla fine del XIII o allÕinizio del XIV secolo alcune comunitˆ assoldano dei medici con lÕincarico di assistere i poveri: Orvieto dispone cos“ di due medici pagati dalla cittˆ, e bisogna vedervi i primi passi, al di fuori delle opere di caritˆ della Chiesa, di una assistenza sanitaria civile. Ma la peste nera sconvolge questa organizzazione encora timidamente abbozzata. Fino ad allora mal remunerati (venticinque lire per anno), i medici scomparsi non sono rimpiazzati che a peso dÕoro. Sempre ad Orvieto il 24 ottobre 1348, si assolda maestro Matteo fu Angelo dopo averlo lungamente sollecitato e gli si offrono cento lire allÕanno. Il 4 giugno 1350, di nuovo si cerca di reclutare due medici ma anche offrendo cinquanta fiorini allÕanno, vale a dire duecento lire, nessuno si presenta e ci si deve contentare di incaricare uno studente che non ha ancora terminato gli studi (Carpentier Une villeÉ, pp. 131, 147 e 192; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, pp. 102, 125-26). Agli inizi della peste nera molte cittˆ italiane adottano simili provvedimenti: Pistoia nellÕaprile 1348 pubblica gli Ordinamenta sanitatis tempore mortalitatis, le cui misure sono rafforzate allÕinizio di giugno del 1348. Venezia, Milano, Parma ed anche Gloucester in Inghilterra, vietano lÕingresso ai viaggiatori ed agli stranieri provenienti da luoghi infetti. In seguito alcune cittˆ sentono il bisogno di una organizzazione amministrativa particolare in tempo dÕepidemia (G. Sticker Abhandlungen aus der Seuchengeschichte und Seuchenlehre, I. Die Pest, 1. Die Geschichte der Pest, ; 2. Die Pest als Seuche und als Plage, Giessen 1908-1910, 1, pp. 51-52; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 102). A Venezia  il 20 marzo 1348 il doge Dandolo fa nominare tre provveditori di sanitˆ, una sorta di consiglio sanitario ristretto, incaricato di proporre tutte le misure da prendere a proposito della peste (V. Bazala Della peste e dei modi di preservarsene nella Repubblica di Ragusa (Dubrovnik), in XIV Congresso internazionale di storia della medicina, Roma, 13-20 settembre 1954, Dubrovnik-Zagreb 1954, p. 16; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 138), ed a Firenze lÕ11 aprile seguente i priori scelgono otto saggi che formano una sorta di comitato di salute pubblica investito di poteri quasi dittatoriali; ma questa istituzione non riesce a svolgere alcuna funzione al di fuori delle forme amministrative tradizionali e ad imporsi (Carpentier Une villeÉ, p. 131; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 138).

[162] Storie Pistoresi, pp. 236-38.

[163] Carpentier Une villeÉ, pp. 132-33. Ad Orvieto ugualmente, fin dal 1347, prima dellÕarrivo della peste, le manifestazioni esterne di dolore sono proibite, ed a Venezia una misura identica � presa verso la fine dellÕepidemia (ibid., pp. 94, 95, 121, 132, 133; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 100).

[164] La Carpentier rileva questa preoccupazione ad Orvieto quando, il 18 dicembre 1348, si compila una lista degli orfani e si esamina la regolaritˆ della loro tutela, o, se non � stabilita per testamento o per legge, che vi si provveda ricorrendo al parente pi� prossimo. Allo stesso modo, il 6 ottobre 1349, si decide di reprimere gli abusi commessi dai tutori sui beni degli orfani (Carpentier Une villeÉ, pp. 146, 190-91; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 149). Vedi anche Bowsky The impact of the Black DeathÉ, p. 17, con rimando ad Agnolo, p. 557.

[165] Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 8; in generale - anche troppoÉ - vedi J. Delumeau Il peccato e la paura. LÕidea di colpa in Occidente dal XIII al XVIII secolo, Bologna 1987.

[166] B. GuenŽe Storia e cultura storica nellÕoccidente medievale Bologna 1991, pp. 255-61. Alla pari della peste anche il terremoto � un segno della punizione divina e richiede espiazione: A. Riera Melis Fuentes y metodolog’a para el estudio de los s’smos en Catalu–a, in Estudio dedicados a la memoria del Prof. Dr. Emilio SaŽz, I, Barcelona 1987 (= ÇAnuario de estudios medievalesÈ 17 (1987)), pp. 308-39.

[167] Vedi lÕacuta riflessione di Borst Il terremoto del 1348, pp. 52-58, che conclude che Çstoria � ancora lÕimprevedibile e lÕinsuperatoÈ.

[168] Coulton The Black Death, p. 11; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 8.

[169] Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 26.

[170] L. Green Chronicle into History. An Essay on the Interpretation of History in Florentine Fourteenth-Century Chronicles Cambridge 1972, passim. Sul dovere umano di giostrare tra ÇFortunaÈ e ÇVirtusÈ si esprimeva, comÕ� noto, Petrarca.

[171] Mollat I poveri nel Medioevo, p. 226: ÇÉ furono accusati i poveriÉ In mancanza di poveri, la vendetta ÒpopolareÓ se la prese soprattutto con gli Ebrei in Catalogna e nella valle del RenoÈ.

[172] A proposito delle reazioni al terremoto nota Borst Il terremoto del 1348, p. 27: ÇLa civiltˆ contadina del XIV secolo era sufficientemente illuminata per credere gli uomini capaci di tutto, e sufficientemente aggressiva per rispondere agli eventi funesti con la persecuzione. I mercanti fiorentini ne facevano cauto accenno, il popolino nellÕarea sismica non aveva peli sulla lingua: colpevoli erano coloro che facevano prestiti in danaro, che bestemmiavano Dio, che frodavano gli uomini e avvelenavano le fontane; colpevoli erano ad esempio gli ebrei. In alcune cittˆ ai margini dellÕarea sismica, tra lÕAustria e la Svevia, essi furono bruciati poichŽ avevano diffuso tra i cristiani la grande pestilenzaÈ; vedi ad es. Continuatio Zwetlensis quarta, p. 685: ÇIncusati autem Iudei, quod fontes et aquas eciam fluentes quibusdam pulveribus toxicassent, unde in superioribus partibus undique autem iugulati, et in Chremsa adusti sunt una cum domibus eorumÈ; Heinrich von Diessenhofen Historia ecclesiastica, ed. A. Huber, ÇFontes rerum GermanicarumÈ 4 (1868) (di qui in avanti: Heinrich von Diessenhofen), p. 68, e molti altri; vedi per questo Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, pp. 168-214, 299-334.

[173] Fritsch Closener dice che il veleno che li uccise era costituito dalle loro ricchezze; Kšnigshoven, a riprova, per converso, che se fossero stati poveri li si sarebbe ritenuti innocenti (S. Guerchberg La controverse sur les prŽtendues semeurs de la Peste Noire, dÕapr�s les traitŽs de peste de lÕŽpoque  ÇRevue des Etudes juivesÈ n. s. 8 (1948), pp. 3-40, che cita a sua volta M. Dubled Aspects Žconomiques de la vie de Strasbourg aux 13e et 14e si�cles: baux et rentes ÇArchives de lÕEglise dÕAlsaceÈ n. s. 6 (1955), pp. 23-56; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 65). Mollat I poveri nel Medioevo, p. 226: ÇPer il loro tramite, lÕobiettivo erano i prestatori, gli usurai, i ricchiÈ.

[174] Breve Chronicon Flandriae, pp. 17-18.

[175] Guerchberg La controverseÉ, pp. 3-40; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 65.

[176] Come risulta chiaramente negli Annales Mellicenses, p. 513: Ç1349É Item Iudei in Swevia et Babaria cremati fuerant, quia convicti quidam profitebantur, se mortalitatem predictam ante christianos pulvere toxicativo generasseÈ.

[177] Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, 159; fra lÕaltro conosce anche che simili persecuzioni sono avvenute in Francia (ibid., p. 68).

[178] Ad es. Heinrich von Diessenhofen, pp. 68-69: ÇAnno predicto [1300] XL octavo mense novembris incepit persecutio Judeorum. Et primo in Alamannia in castro Solodorensi [Solothurn] cremati fuerunt omnes Judei, eos fontes ac rivos intoxicasse...È; vedi ancora per numerosissimi altri casi Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 161.

[179] Heinrich von Diessenhofen, p. 70: ÇXIII vero kal. octobris [1349] cremati sunt Judei, qui in castro Kyburg reservati fuerunt numero 330, collecti de Wintertur et Diessenhoven ac aliis oppidis ducis Austrie, qui ipsos defendebat...È.

[180] Come � facilmente desumibile da molti dati cronistici, fra cui quelli offerti dallÕOberrheinische Chronik (pp. 64-65), da Gilles li Muisit (p. 224), Heinrich von Diessenhofen (pp. 68-70); vedi per tutto questo Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 165.

[181] Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, pp. 156-58: i pogrom degli anni 1348-50 furono i pi� impressionanti per vastitˆ dellÕintero Medioevo, ma non furono isolati: una tabella rileva una successione quasi continua tra il 1298 ed il 1421, mentre unÕaltra mette in rilievo il ripetersi delle persecuzioni in molte cittˆ.

[182] Carpentier Une villeÉ, p. 206; Biraben Les hommes et la pesteÉ, I, p. 64.

[183] Agnolo, p. 553.

[184]  Breve Chronicon Flandriae, p. 17.

[185] Cortusi, col. 926.

[186] Ibid., col. 927; Lidia Capo nella menzione di Cola (G. Arnaldi - L. Capo I cronisti di Venezia e della Marca Trevigiana nel secolo XIV, in Storia della cultura veneta. Il Trecento Vicenza 1976, pp. 317-18 n. 184 ) vede ÇÉ meno espresso, ma probabilmente forte nel cronista, un atteggiamento di critica alla Chiesa, inetta a soddisfare le aspirazioni di una cristianitˆ bisognosa di pace e di coerenza moraleÈ.

[187] Ad es. Chronicon Estense, p. 160; Die Oberrheinische Chronik, p. 64. Genericamente G. Villani, supra nota n. 65.

[188] Annales Ensdorfenses, ed. G. H. Pertz, MGH SS 10 (1852), p. 7: Ç1349. Hoc anno facta est pestilencia magna in toto mundo. Eodem anno surrexerunt homines dicentes se penitere peccata sua, euntes cum vexillis et cum flagellis percucientes se, et perambulabant omnes regionesÈ.

[189] A. Coville Documents su les Flagellants ÇHistoire littŽraire de la Fran�eÈ 37 (1937), pp. 390-411; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, pp. 65-71; F. Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde. Critiche al lavoro del Graus sono per˜ venute da J. D. Morerod, ÇZeitschrift fŸr schweizerische KirchengeschichteÈ 85 (1991), pp. 289-91, che in particolare rileva come non si esaurisca cos“ la ricerca della colpa della peste; per conto suo segnala i massacri dei lebbrosi in Savoia. Anche Ph. Ziegler The Black Death Phoneix Mill - Sroud - Gloucestershire 1991, titola il capitolo che dedica alla Germania: the Flagellants and the Persecution of the Jews. Heinrich von Herford, p. 283, intende il fenomeno come eminentemente tedesco.

[190] Annales Mellicenses, p. 513: ÇEt hac de causa ritus quidam penitencie fuit exortus, ut tam divites quam pauperes, antiqui cum iuvenibus et parvulis, de sursum usque ad femora nudati, deorsum vero panno quodam cincti se flagellis acriter verberabant, et cantum quendam decantantes, ecclesias, in quibus penitenciam hanc exercebant, processionaliter intrabantÈ

[191] Continuatio Zwetlensis quarta, ed. W. Wattenbach, MGH SS 9 (1851 (=1983)), p. 685: ÇAnno 1349 circa circumcisionem Domini usque in pascham viri 40, 60 vel 100 coadunati per ecclesias discurrentes cum flagellis se denudantes usque ad cingulum publicas egerunt penitencias, cantando de passione Domini, quatenus pestilencia que tunc in quibusdam locis prevaluerat cessaretÈ. Per la Cronicae S. Petri Erfordiensis moderna Continuatio II, in Monumenta Erphesfurtensia Saec. XII. XIII. XIV, ed. O. Holder-Egger, MGH SS in us. schol. 42 (1899), p. 392, i Çtria mala antea vero inauditaÈ sono nellÕordine le uccisioni di ebrei, i flagellanti e la peste.

[192] Michele da Piazza Historia Sicula, ed. A. Gregorio, ÇBibliotheca scriptorum AragonensiumÈ 1 (1791), pp. 562-66.

[193] O. Capitani Motivi e momenti di storiografia medioevale italiana: secc. V-XIV, in Nuove questioni di Storia medioevale Milano 1964, p. 791.

[194] Vedi da ultimo i dubbi in proposito di Bowsky The impact of the Black DeathÉ, pp. 4-5.

[195] Carpentier Une villeÉ, p. 99; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, 54.

[196] Agnolo, pp. 552-55; cf. Corradi AnnaliÉ, p. 490; Carpentier Une villeÉ, pp. 99-100.

[197] Agnolo, p. 555, rr. 7-18.

[198] Ibid., rr. 19-21.

[199] J. Larner LÕItalia nellÕetˆ di Dante, Petrarca e Boccaccio Bologna 1982, p. 443: ÇPer coloro che la dovettero subire quella fu una profonda tragedia umana durante la quale ogni signola persona di anno in anno si vide chiamata a dar prova del proprio coraggio e della propria capacitˆ di resistenzaÈ.

[200] Bowsky The impact of the Black DeathÉ, p. 17 corregge la punteggiatura, ed il senso, dellÕed. Lisini: 52.000 persone, di cui 36.000 vecchi, 28.000 nei borghi, in totale 80.000 vittime; i superstiti sono 30.000.

[201] Cf. il documento del 17 novembre 1348, riportato ibid., p. 23 e nota 139: Çin lapso fatalitatis tempore negligebatur comuniter ab omnibus custodia pecoris et brutorum, cum vix propinquorum infirmorum et deficientium cotidie habebatur custodia et curaÈ.

[202] Agnolo, pp. 555-56.

[203] Mollat I poveri nel Medioevo, p. 227: ÇOgnuno viveva secondo il suo capriccio dopo la grande pestilenza dellÕanno passatoÈ.

[204] Agnolo, p. 557.

[205] Ibid., p. 560.

[206] Bowsky The impact of the Black DeathÉ, p. 27 rileva un aumento dei disordini, e rimanda ad Agnolo, p. 556; a p. 29 trova qualche conferma documentaria sui nuovi ricchi, di cui Agnolo, p. 560; lo stesso a p. 30 per i magazzini e le case, di cui Agnolo, p. 557; conclude a p. 34 che la peste non fu la causa della caduta del governo dei Nove, ma favor“ i mutamenti demografici, sociali ed economici che rafforzarono lÕopposizione allÕoligarchia dominante.

[207] A. Frugoni La biblioteca di Giovanni III duca di Napoli (dal Prologus dellÕarciprete Leone al Romanzo di Alessandro) ÇAnnali della Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari dellÕUniversitˆ di RomaÈ 9 (1969), p. 161; cf. M. Miglio Et rerum facta est pulcherrima Roma: attualitˆ della tradizione e proposte di innovazione, in Aspetti culturali della societˆ italiana nel periodo del papato avignonese Todi 1981 (ConvegniÉ 19), pp. 348-51.

[208] GuenŽe Storia e cultura storicaÉ.

[209] In particolare Baron La crisi del primo Rinascimento italiano, p. 189, e da ultimo, con una correzione del parere del Baron, E. Artifoni La consapevolezza di un nuovo assetto  [non aspetto, come si legge a p. 77] politico-sociale nella cronistica italiana dÕetˆ avignones: alcuni esempi fiorentini, in Aspetti culturali della societˆ italianaÉ , pp. 82-92.

[210] G. Aquilecchia nella sua Introduzione a Giovanni Villani Cronica. Con le continuazioni di Matteo e Filippo, scelta, introduzione e note di G. A., Torino 1979, p. XX.

[211] Artifoni La consapevolezza di un nuovo assetto , p. 82.

[212] Aquilecchia Introduzione, p. 291 nota 2.

[213] Green Chronicle into History, pp. 44-85.

[214] Aquilecchia Introduzione, pp. XX-XXII.

[215] Artifoni La consapevolezza di un nuovo assetto , pp. 83-88.

[216] Aquilecchia Introduzione, p. XXI.

[217] Calco di Gn 6, 12: ÇCumque vidisset Deus terram esse corruptam (omnis quippe caro corruperat viam suam super terram)ÉÈ.

[218] Gn 9, 11: ÇStatuam pactum meum vobiscum, et nequaquam ultra interficietur omnis caro aquis diluvii, neque erit deinceps diluvium dissipans terramÉÈ.

[219] Cf. Discorso historico, p. 11; Carpentier Une villeÉ, p. 82.

[220] Aquilecchia Introduzione, p. 293, rettifica: Antonino, e nota che Çil nome Antonio non figura nella ed. giuntina del 1581È, ed il Chronicon di Girolamo, da cui probabilmente trae Matteo, - come del resto anche Orosio e lÕHistoria Romana  di Paolo Diacono-Eutropio - ha proprio Antonino. Ma noto io che la lezione Antonio � molto comune nei cronisti del tempo; vedi ad es. Ricobaldi Ferrariensis Compendium Romanae Historiae, ed. A. T. Hankey, Roma 1984 (FSI 108), IX, 54, p. 593; ma qui � certo (non: ÇsembraÈ, come dice Aquilecchia) che Matteo si riferisce a Marco Antonino Vero ed a Lucio Aurelio Commodo Severo, e lÕepidemia di cui si parla era descritta sommariamente, pi� che in Girolamo, cui rimanda Aquilecchia, nellÕAdversus paganos di Orosio (VII, 15, 5-6); cf. Ricobaldi Ferrariensis Compendium É, IX, 46, p. 588. Certo non da Orosio, per˜, viene lÕindicazione Çla quale cominci˜ in Babilonia dÕEgittoÈ, che potrebbe esser frutto di confusione, mentre la frase successiva -Çe comprese molte provincie del mondoÈ - pare proprio un calco dellÕorosiano Çplurimis infusa provinciisÈ.

[221] Ancora da Orosio VII, 21, 5, pi� che da Girolamo: Matteo per˜ non mette in diretta relazione il diffondersi del male con la persecuzione dei cristiani, come fa invece Orosio: ÇExeritur ultio violati nominis ChristianiÉÈ.

[222] Ancora da Orosio VII, 22, 1-2.

[223] A suo modo pi� modesto lÕautore del Liber regiminum Padue, p. 368, faceva il confronto con le piaghe dÕEgitto ed altre ÒminoriÓ: ÇHac clade multae fuerunt destitutae civitates; in castris non audiebantur nisi voces querulae, dolores et ploratus, adeo quod clades, quae fuit tempore Pharaonis, David et Ezechiae, poterat respectu huius pro nihilo reputariÈ.

[224] Vedi supra testo corrispondente alla nota 183.

[225] Giˆ J. BurckhardtLa civiltˆ del Rinascimento in Italia Firenze 1968, p. 478, aveva notato che: ÇI cronisti fiorentini si mostrano fieramente avversi, anche se sono costretti a menzionare quel delirio [scil. il ricorso allÕastrologia], perchŽ sÕinnesta nelle tradizioni patrie. Giovanni Villani ripetŽ pi� dÕuna volta: Çnessuna costellazione pu˜ sottoporre alla necessitˆ il libero volere dellÕuomo, nŽ il consiglio di DioÈ; Matteo Villani biasima lÕastrologia come un vizio che i Fiorentini avrebbero ereditato dai loro antenati gentili, i RomaniÈ.

[226] G. Villani, XII, lxxxiv, pp. 485-86: ÇMa nnoi dovemo credere e avere per certo, che Idio promette le dette pestilenze e llÕaltre aÕ popoli, e cittˆ e paesi per pulizione deÕ peccati, e non solamente per corsi di stelle, ma talora, siccome signore dellÕuniverso e del corso del celesto, come gli piace; e quando vuole, fa accordare il corso delle stelle al suo giudicioÈ.

[227] Decameron Introduzione 8. Branca Boccaccio medievaleÉ, p. 34 richiama anche Introduzione 25: ÇAlcuni erano di pi� crudel sentimento, come che per avventura pi� fosse sicuro, dicendo niuna altra medicina essere contro alle pistilenze migliore nŽ cos“ buona come il fuggir loro davanti: e da questo argomento mossi, non curando dÕalcuna cosa se non di sŽ, assai e uomini e donne abbandonarono la propria cittˆ, le proprie case, i lor luoghi e i lor parenti e le lor cose, e cercarono lÕaltrui o almeno il lor contado, quasi lÕira di Dio a punire le iniquitˆ degli uomini con quella pistolenza non dove fossero procedesse, ma solamente a coloro opprimere li quali dentro alle mura della lor cittˆ si trovassero, commossa intendesse, o quasi avvisando niuna persona in quella dover rimanere e la sua ultima ora esser venutaÈ, per concludere che il Boccaccio � per una spiegazione provvidenziale. A noi pare che si debba distinguere tra le cause prossime, tra cui pu˜ rientrare la congiunzione astrale, e la causa ultima, che risale sempre alla volontˆ divina; della prima si dice in Introduzione 8; della seconda in Introduzione 25; in ogni caso il primo passo non pu˜ essere dimenticato. Notiamo qui di, passaggio - a proposito di Introduzione 25 - che il rimedio suggerito dal buon senso di lasciare la cittˆ per luoghi pi� salubri � marchiato anche dal Villani come vano tentativo, Çbiasimato daÕ discretiÈ, di sottrarsi alla mano di Dio.

[228] Sulla provenienza dallÕIndia concordano altre testimonianze di area francese; cf. Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 50.

[229] Agnolo, p. 555.

[230] Vedi supra testo corrispondente alle note 52-63.

[231] ÇTra glÕinfedeli cominci˜ questa inumanitˆ crudele, che le madri eÕ padri abbandonavano i fligliuoli, e i figluoli le madri eÕ padri, e lÕuno fratello lÕaltro e gli altri congiunti: cosa crudele e maravigliosa e molto strana alla umana natura, detestata tra i fedeli cristiani, nei quali, seguendo le nazioni barbare, questa crudeltˆ si trov˜È.

[232] Del tutto opposto il giudizio del Breve Chronicon Flandriae, p. 16: ÇEt ideo innumerabilis multitudo hominum mortua est carnali affectione devota, ac etiam pietate et caritate nota, que si non visitasset ad tempus, forte evasissetÈ.

[233] Vedi da ultimo G. Zanella Machiavelli prima di Machiavelli Ferrara 1985, pp. 96-102.

[234] R. Romano Tra due crisi: lÕItalia del Rinascimento Torino 1971, pp. 21-22; J. Day Crisi e congiunture nei secoli XIV-XV, in La Storia, I, p. 250; pi� sotto (pp. 250-51) mette in parallelo Çi lamenti di Matteo Villani sugli effetti scandalosi della peste nera a FirenzeÈ con analoghe posizioni assunte dal poeta John Gower e da William Langland.

[235] Mollat I poveri nel Medioevo, p. 226; ma cf. Capitani, che nellÕIntroduzione, p. XXXIII, richiama la necessitˆ di spiegare il passo ÇnellÕottica culturale del cronistaÈ. Nota che la peste segna, nellÕeconomia stessa del volume del Mollat, un momento basilare, ÇcatastroficoÈ (Capitani, p. XXX), assunto ad inaugurare lÕultima parte, la quarta, del libro; cos“ lo studioso francese riprende ed aggiorna Matteo Villani.

[236] Burckhardt La civiltˆ del Rinascimento in Italia, pp. 76-77.

[237] Ad es., e con la medesima meraviglia, da Jean de Venette, pp. 215-16: ÇEt quod iterum mirabile fuit: nam cum omnis abundantia omnium bonorum esset, cuncta tamen cariora in duplo fuerunt, tam de rebus utensilibus quam de victualibus, ac etiam de mercimoniis et mercenariis, et agricolis et servis; exceptis aliquibus hereditatibus et domibus quae superfluae remanserant his diebusÈ; cf. Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 16.

[238] R. Fossier Crisi di crescita in Europa (1250-1430), in Storia del Medioevo, a cura di R. Fossier, III. Il tempo delle crisi 1250-1520, Torino 1987, pp. 79-80: ÇLo schema di una crisi agraria ÇclassicaÈ � ben noto: un raccolto mediocre (che ipoteca il successivo) comporta un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari; tale aumento intacca le disponibilitˆ finanziarie degli acquirenti, rurali o urbani, che sono costretti a ridurre altri acquisti, provocando il ristagno e la paralisi dellÕartigianato o del commercio; a tale livello, di conseguenza - ma anche in campagna -, i salari, in mancanza di lavoro, rimangono bassi e limitano le possibilitˆ di acquisto del lavoratore. Ma lo schema in questione, tipico del periodo ÇmodernoÈ, non funziona per i secoli XIV e XV. Ho detto in precedenza che i salari non diminuivano o addirittura aumentavano a causa del forte decremento demograficoÉ La ÇforbiceÈ dei prezzi e dei salari, almeno in campagna, non assume dunque lÕaspetto di una curva-prezzi in ascesa e di una curva-salari decrescente, ma esattamente il contrario. Ovunque sia stato possibile delinearla, la tendenza � indiscutibileÈ. Sembra una esegesi del passo di Matteo.

[239] Artifoni La consapevolezza di un nuovo assetto, pp. 83, 87-88.

[240] Borst Il terremoto del 1348, p. 19: ÇCon lÕaiuto della storia noi potremmo vivere consapevolmente, come giˆ fanno altri. In Cina e in Giappone moderni geofisici e storici hanno compilato adeguate cronache dei terremoti del loro paeseÉ Conoscenze scientifiche ed esperienze di ogni giorno cooperano nel lontano Oriente a preparare la popolazione non ad uno shock isolato, ma ad una minaccia continuaÈ; p. 53: ÇBisognerebbe rispondere alla sfida in modo simile al tardo Medioevo, con la comune premura di molti, con grande respiro e sguardo volto a tutti gli uominiÈ; p. 58: ÇCi˜ che tremava sotto i loro piedi era la vita, che muove anche i nostri cuoriÈ.

[241] Green Chronicle into History, p. 37; vedi anche G. Aquilecchia Villani Giovanni ÇEnciclopedia DantescaÈ 5 (1976), pp. 1013-16.

[242] G. Aquilecchia Aspetti e motivi della prosa trecentesca minore, in Aquilecchia Schede di italianistica Torino 1976, p. 14, rileva le novitˆ stilistiche in M. Villani, che si segnala per Çun rispetto notevole per i nessi logici e temporaliÈ; vedi anche Aquilecchia Villani Matteo, ÇEnciclopedia DantescaÈ 5 (1976), pp. 1016-17; � in definitiva lÕesatto contrario di quanto vedeva R. Palmarocchi I Villani (Giovanni, Matteo e Filippo Villani). Secolo XIV Torino 1937, pp. 90-91: ÇIl pi� grave difetto della Cronica di Matteo � la mancanza di una organica fusione tra ragionamento e racconto. Le sue osservazioni filosofiche sono per lo pi� esposte nei Proemii ai singoli libri; seguono i fatti, ordinati quasi sempre cronologicamente e, nonostante qualche tentativo mal riuscito di coglierne le linee generali, scelti senza troppo badare al loro valore storicoÈ.

[243] Capitani Motivi e momenti di storiografiaÉ, pp. 778-79.

[244] N. Rodolico Introduzione a Marchionne, p. XCIX: ÇA lui mancava quella preparazione artistica, per la quale conservando le naturali doti di popolano scrittore evitasse i difettiÈ.

[245] Marchionne, p. 230: ÇE non bastava solo gli uomini e le femmine, ma ancora gli animali sensitivi, cani e gatte, polli, buoi, asini e pecore morianoÉÈ; pp. 231-32: ÇTutte le frutta nocive vietarono a entrare nella cittˆ, come susine acerbe, mandorle in erba, fave fresche, fichi ed ogni frutta non utile e non sanaÈ; p. 232: ÇDi questa mortalitˆ arricchirono speziali, medici, pollaiuoli, beccamorti, trecche di malva, ortiche, marcorelle ed altre erbeÉÈ.

[246] Marchionne, p. 230.

[247] Ibid., p. 232; corsivi miei.

[248] I propositi dichiarati e lo schema generale facevano dire al Mass�ra che si tratta di un opera storiograficamente irrilevante, mentre Gherardo Ortalli nota che poi sono gli stessi fatti a mutare sia la struttura programmatica sia il valore della cronaca; cf. A. F. Mass�ra nella prefazione alla sua ed. della Marca a p. XXXII; G. Ortalli Aspetti e motivi di cronachistica romagnola ÇStudi RomagnoliÈ 24 (1973), pp. 384-85 e Repertorio della cronachistica emiliano-romagnolaÉ, pp. 57-61.

[249] Battagli, pp. 54-55.

[250] Battagli, p. 9; cf. Zanella MachiavelliÉ, pp. 125-26.

[251] Breve Chronicon Flandriae, pp. 14-26.

[252] Vedi ancora per un buon inquadramento A. Coville Gilles li Muisis, abbŽ de Saint-Martin de Tournai, chroniqueur et moraliste ÇHistoire littŽraire de la Fran�eÈ 37 (1937), pp. 250-324.

[253] Ibid., in particolare pp. 281, 283, 304.

[254] Gilles le Muisit, p. 224: Çfama tamen fuit quod ubique, in tota Alamannia et in regnis aliis aut combusti sunt, aut decapitati, aut aliis variis modis sunt interfecti. Certum est quod in comitatibus Lotharingie et Bari combusti fuerunt omnes qui ibidem fuerunt repertiÈ. Nota opportunamente Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 215, che lÕalternanaza tra notizie certe e dicerie � corrente in Gilles. Vedi ancora A. Coville Ecrits contemporains sur la peste de 1348 ˆ 1350 ÇHistoire littŽraire de la France,È 37 (1937), p. 293; numerosissimi gli episodi del genere, comÕ� noto; per una rapida sintesi vedi Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, pp. 57-65; fu, in un bilancio conclusivo, in scala europea, Çle plus grand mouvement de violence contre les juifs quÕait connu lÕEurope au Moyen AgeÈ (p. 64).

[255] Annales S. Albini Andegavensis, p. 40: ÇEt in provincia Turonensi mitius se habuit quam alibi communiterÈ; vedi anche E. Farge La peste noire en Anjou 1348-1362 ÇRev. AnjouÈ 3/1 (1854), pp. 94-96.

[256] Gilles le Muisit, p. 104.

[257] Cf. il passo di Heinrich von Diessenhofen, p. 83, all'anno 1351: ÇEt quia cleri devocio defecit, laycorum fides excrescatÈ; sul quale richiama lÕattenzione Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 140.

[258] Gilles le Muisit, pp. 222-23, 226-48; cf. Coville Documents su les Flagellants, pp. 390-94, 398-99; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, pp. 68-69. Non mancarono le accuse di agire in quel modo Çpropter commodum et temporale lucrumÈ (Chronicon comitum Flandrensium, p. 226); vedi anche Coville Documents su les Flagellants, p. 403.

[259] Cf. Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 64; Mollat I poveri nel Medioevo, p. 225.

[260] Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 138.

[261] Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 48.

[262] Cf. Mollat I poveri nel Medioevo, p. 227.

[263] Gilles le Muisit, pp. 257-58: Çde potentioribus et ditioribusÉ pauci aut nulli decesseruntÉ et maxime in vicis forensibus et vicis parvis et strictis plus moriebantur quam in vicis latis et locis amplisÈ.

[264] Cf. Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 100.

[265] Gilles le Muisit, pp. 255-57.

[266] Ch.-V. Langlois La vie en France au moyen ‰ge de la fin du XIIe si�cle au milieu du XIVe si�cle, Paris 1924-282, 2, p. 331; Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 135.

[267] Cf Giovanni di Winterthur, pp. 238-39; Heinrich von Herford, pp. 265, 268; in generale Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 144-45.

[268] Jean le Bel, 1, pp. 224-26; 2, p. 185.

[269] Cf. anche Coville Documents su les Flagellants, p. 398.

[270] Froissart Chroniques, ed. G. T. Diller, Gen�ve 1972, pp. 894-96

[271] Guerchberg La controverseÉ, pp. 3-40; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 65.

[272] Das Buch der Natur, pp. 107-13.

[273] Possibile allusione, mi suggerisce Andrea Tabarroni, ad Ockham.

[274] KrŸger Krise der ZeitÉ, pp. 871-77.

[275] Annales Frisacenses. Continuatio, p. 67

[276] Borst Il terremoto del 1348, p. 24.

[277] Mi discosto qui fortemente dal commento del Borst Il terremoto del 1348, p. 20: ÇCi˜ che accadeva stavolta non era previsto dalla Bibbia: la Chiesa di Dio era lesa. Lo scrivente annotava lÕinconcepibile, perchŽ anche i lettori delle etˆ successive sapessero che era accaduto e poteva accadere di nuovoÈ, che non mi sembra fondato, perchŽ, pur partendo dalla constatazione di un fodamento biblico nel passo, finisce proprio col negargli validitˆ didattica ed escatologica.

[278] Continuatio Novimontensis, pp. 673-76.

[279] Cf. quanto dice per Trento Giovanni da Parma, p. 51: Çmultae personae insaniebantÈ.

[280] Ibid., pp. 674-76.

[281] Die Kšlner Weltchronik, 1273/88-1376, ed. R. Sprandel, MGH SS n. s. 15 (1991), pp. 88-93.

[282] Con una notazione cronologica singolare, p. 92: Çcirca annum Domini MCCCL. et duobus annis sequentibusÈ, che lÕeditore suggerisce di intendere come un errore: i due anni ÇprecedentiÈ, non seguenti.

[283] Cf. supra nota 110.

[284] P. 90: ÇQue quidem perniciosa et execranda societas velud zizania inter triticum in agrum ecclesie auctore dyabolo, humani generis inimico, seminata ad instar male segetis subito pullulantis sub brevi temporis inicio in tantam convaluit multitudinis ubertatemÉÈ.

[285] P. 91: ÇÉ in totum evanuit quasi fumusÈ; ÇÉincensis domibus et habitacionibus ipsorum et thesauris omnibus spoliatisÈ.

[286] Cronicae S. Petri Erfordensis moderna. Continuatio III, in Monumenta Erphesfurtensia.É, pp. 378-82.

[287] Franciscus Pragensis, pp. 449-52.

[288] Nota Borst Il terremoto del 1348, pp. 31-32: ÇIn realtˆ il regno di Boemia non fu il solo a rispondere alla crisi del 1348 con la territorializzazione e la burocratizzazione della societˆ e della scienza. A questo nuovo ordine doveva appartenere il futuro dellÕEuropa, ma nel presente del XIV secolo esso non si afferm˜. Oltre i progetti divergenti dei dotti e dei politici resisteva ancora unÕintrepretazione del mondo che li univa, quella religiosaÈ.

[289] Carpentier Une villeÉ, p. 222: ÇÉ malgrŽ le dŽsorganisation qui a paralysŽ pendant quelques semaines la vie politique dÕOrvieto en 1348, lÕinfluence de la peste para”t minime, ˆ longue ŽchŽance, sur les ŽvŽnements eux-m�mes. Elles est beaucoup plus dŽterminanteÉ sur lÕatmosph�re psychologique dans laquelle ils se sont dŽroulŽsÈ; p. 224: ÇSur le plan psychologique, son r™le est m�me capital: elle fait comprendre aux OrviŽtans que lÕŽpidŽmie de 1348 nÕa pas ŽtŽ un accident unique et exceptionnel, mais que la menace est toujours prŽsenteÈ.

[290] Borst Il terremoto del 1348, pp. 17-20. Cf, per un parallelo, Figluolo Il terremoto del 1456; cf. 1, p. 68: ÇIl terremoto � un evento locale, casuale e naturale, da non caricare di troppo reconditi significati generali, e che, si sa, verrˆ presto assorbito e dimenticatoÈ.