Italia, Francia e Germania: una storiografia a confronto
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1. Premessa 1.1. Boccaccio 2. Il modulo 2.1. Le cause
prossime 2.2. La fenomenologia 2.2.1. Provenienza 2.2.2. Modo di trasmissione
2.2.3. I sintomi 2.2.4. Ampiezza di diffusione 2.2.5. Caratteristiche della
malattia 2.2.6. Durata 2.2.7. Effetti 2.2.7.1. Tasso di mortalitˆ 2.2.7.2.
Qualitˆ delle perdite 2.2.7.3. Le vittime illustri 2.2.7.4. Impotenza dei
medici 2.2.7.5. SullÕeconomia-societˆ 2.2.7.6. Reazioni 2.2.7.6.1.
Comportamenti 2.2.7.6.2. Provvedimenti presi 2.3.La colpa 3. Italia 3.1.
Michele da Piazza 3.2. Cronaca senese 3.3. Matteo Villani 3.4. Marchionne 3.5.
Marco Battagli 4. Francia 4.1. Breve Chronicon Flandriae 4.2. Gilles li Muisit 4.3. Jean le
Bel 4.4. Froissart 5.Germania 5.1. Konrad von Megenberg 5.2. Annales
Frisacenses 5.3. Continuatio
Novimontensis 5.4.
La cronaca di Colonia 5.5. La cronaca di Erfurt 5.6. Francesco da Praga 6.
Conclusioni
1. Premessa
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LÕanno
1348 si era aperto, nel ricordo dellÕautore del Chronicon Estense, come per tanti dellÕetˆ immediatamente successiva,
nel segno della peste: ÇPer totum orbem maxima pestis mortalitatis fuitÈ [1]. Del turbamento generale che ne segu“ si trova
segno, perfino materiale, nelle carte che ci riportano le cronache coeve [2]. Per quel che riguarda latamente il regno di
Germania Rolf Sprandel ha rilevato una vera e propria spaccatura storiografica,
tante sono le cronache interrotte nei fatidici anni 1348-50 [3]. La grande peste, la peste nera: nella antica
storiografia la ÒmisuraÓ, la pietra di paragone su cui saggiare le epidemie
successive [4]; nella moderna il simbolo pi� abusato della grande,
epocale ÒcrisiÓ del XIV secolo [5], culmine e coronamento di un decennio di calamitˆ
scrupolosamente, seppur con un certo disordine, registrate dai cronisti:
cavallette, inondazioni, carestie, sbandamenti morali degli uomini come del
consueto andamento dei prezzi, inasprimenti fiscali dovunque, furia di tutti
gli elementi naturali ed umani, avvertimenti straordinari dal cielo e dalla
terra. NellÕanno terribile, infine, riassunto ed amplificazione del decennio,
non solo terremoto e peste ÒuniversaliÓ, ma Çinfinita disturbiaÈ, con
conseguenze traumatiche [6]. Molti credettero prossima quella fine del mondo
descritta in Mt 24,7: ÇÉ et erunt pestilentiae et fames et terraemotus per
locaÈ, e che giˆ Giovanni Villani aveva visto vicina [7].
Su questo tempo eccezionale di epidemie e carestie
puntano quasi esclusivamente lÕattenzione gli storici moderni della ÒcrisiÓ,
Çcome se solo questi fossero stati gli interventi della natura capaci di
scuotere i contemporanei e di modificarne le condizioni di vitaÈ, nota del
tutto opportunamente Arno Borst [8]. Appropriatamente, perchŽ, se non � dubbio che la
dimensione e la ÒqualitˆÓ del flagello si siano imposte con prepotenza allÕattenzione
dei contemporanei, tanto da sollecitare molti a redigere apposite postille ed
aggiunte a cronache giˆ ÒconcluseÓ [9], � dÕaltra parte estremamente raro trovare opere
dedicate esclusivamente alla peste. Konrad von Megenberg e Gabriele de Mussi consacrarono
espressamente ed autonomamente alla peste un lavoro, il primo di carattere
storico-filosofico-letterario, il secondo pi� geografico-medico [10]; i due meriterebbero da soli, e singolarmente, una
relazione. Ma normalmente la descrizione del morbo nelle opere di storia si
integra in un discorso pi� complesso, e generalmente non incentrato su di esso;
al massimo si riserva uno spazio ben preciso, pi� o meno ampio, una rubrica, un
paragrafo, un capitolo, nellÕunico caso di Matteo Villani pi� capitoli.
DÕaltra parte � sicuro che lÕepidemia non attir˜ su
di sŽ lÕinteresse esclusivo dei contemporanei, basti pensare agli eloquenti
silenzi delle prime fasi. Per quanto rapida, la diffusione della malattia non
avvenne di colpo; le notizie giungevano a grande distanza: Francesco da Praga
racconta come gli studenti boemi che tornavano da Bologna in patria riferivano
degli effetti dellÕepidemia in Italia e Francia [11]. Potrebbe quindi risultare sorprendente che nella
stragrande maggioranza delle cronache di cittˆ non ancora toccate dal male non
si trovi alcun cenno allÕepidemia che infuria lontano; non si tratta di uno
stilema storiografico, perchŽ conferma di questo disinteresse si constata anche
nellÕattivitˆ legislativa ed amministrativa. La Carpentier vede un Çquelque
chose de tragiqueÈ [12] in questo vivere normalmente, senza prendere alcun
provvedimento. Ma in realtˆ la spiegazione di questo assurdo, per lo storico
moderno, comportamento da struzzo, risiede nel fatto che nessuno allora nŽ
conosceva nŽ poteva immaginare lÕestrema facilitˆ del contagio, ed in
particolare la pericolositˆ estrema di quel flagello. Le cronache tutte,
italiane ed europee, concordano sul fatto che quel tipo di malattia era fino ad
allora totalmente ignoto.
Tuttavia rimane indubbiamente una sorta di rimozione
pi� o meno consapevole [13]. Certo colpisce che un simile atteggiamento si
ritrovi in cronisti che scrivono dopo quegli anni terribili, quando le cose erano divenute tragicamente pi�
chiare. Eppure � cos“: il cronista orvietano non sente affatto la necessitˆ di
menzionare nei primi mesi del 1348 lÕinfuriare della malattia in Sicilia, od a
Genova od a Pisa. La lezione
della peste non aveva ancora dato alcun frutto. Ma di nuovo non � alcuna
ragione di meraviglia; � ancora troppo presto: anche i provvedimenti sanitari
in merito devono fare molta strada. Nonostante quella tremenda lezione i
pellegrini continuarono ad affluire, in vista dellÕanno giubilare 1350, in
gruppi numerosi ad Orvieto, dove si rinunci˜ quasi sempre a chiudere le porte
di notte per facilitare il loro passaggio, e dove un gran numero dÕorvietani si
un“ ai romei [14].
In
effetti, a conferma di quanto riportato sopra circa lÕopinione di Arno Borst,
non la peste da sola, ma il dittico peste-terremoto, o terremoto-peste, �
corrente [15]; frequentissimo quello carestia-peste [16]. Anzi proprio questo � uno dei motivi cardine della
presentazione del male. Numerosi sono i cronisti che risalgono alle difficili
condizioni climatiche dei due anni precedenti: Giovanni Villani descrive le
calamitˆ provocate dalla grande carestia della primavera del 1347, di cui
soffrono particolarmente Çi poveri e impotentiÈ, tanto che malattie e morti si
contano numerose: entro lÕestate si registrarono pi� di 4000 vittime, Çil pi�
in povere gentiÈ [17]. LÕenfasi � significativa, visto che pare assodato
che non si trattasse di nulla di eccezionale [18]. A Pistoia un cronista locale parla di carestia per
tutta la cristianitˆ [19], e, se proprio non nel mondo intero, conferme per
quanto riguarda Italia, Provenza e Francia sono state reperite in abbondanza;
pare se ne debba vedere la ragione in condizioni climatiche molto difficili,
caratterizzate da grande abbondanza di precipitazioni [20]. Dopo lÕinclemenza del tempo, ed a causa di quella,
lo scarso raccolto del 1347 fu la causa di gravissimi problemi per diverse
cittˆ, Orvieto, Firenze e Bologna in particolare [21].
Ricorre
anche il trittico alluvioni-carestia-peste, per non dire della pala complessa
guerra-alluvione-carestia-fame-peste [22]. E volendo si potrebbe complicare ulteriormente, ma
si correrebbe unicamente il rischio di frantumare lÕargomento. Ma va detto
chiaramente che stabilire un rapporto di dipendenza tra vicende climatiche,
guerra e peste, � fatto da imputare alla storiografia successiva [23], non alla cronistica coeva, che registra quei fatti
senza attribuirvi meccaniche conseguenze. E quellÕinterpretazione storiografica
ha avuto di recente un forte e meditato contraddittore sul piano generale,
proprio e di metodo, nella persona di Carlo Maria Cipolla, comÕ� noto [24].
Queste
prime avvertenze per dire che � necessario attribuire una importanza relativa
allÕepidemia - poichŽ cos“ risulta nellÕattenzione dei contemporanei,
naturalmente, visto che di questo solo ci occupiamo -, guardare con attenzione
alla gerarchia di importanza dei fatti riportati: per lÕanonimo domenicano che
fece lÕaggiunta agli annali del suo convento di Friesach, ad esempio, � stato
pi� rilevante il terremoto della peste; al primo dedica una decina di righe,
nellÕedizione dei Monumenta, al
secondo, - che viene neppure immediatamente dopo, ma preceduto dalla menzione
di Çtonitrua magna de celoÈ - solamente la metˆ dello spazio che ha riservato
al sisma [25]. LÕanonima Cronaca Senese dedica 35 righe ad illustrare la rubrica Della
grande moria. 1348: ma solo una riga
e mezza riguardano propriamente, e genericamente, lÕepidemia; il resto �
riservato alle ben pi� avvincenti avventure del capitano Erbanera,
Çvalentissimo uomo e grande e di bella presenzaÈ [26].
Ancora
unÕosservazione preliminare si impone: la grande mortalitˆ, causata dal
terremoto o dalla peste, si inserisce generalmente in una serie di eventi di
pari dignitˆ, tutti giudicati egualmente degni di menzione, si tratti di fatti
politici o naturali. Non solo non cÕ� - se non rarissimamente, come accennato -
unÕautonoma trattazione della pandemia, ma soprattutto non � possibile
riscontrare mai - neppure in chi riserva ad essa uno spazio particolare -
quella caratteristica ÒcatastroficaÓ che � cos“ frequente invece leggere
attribuita alla peste in tanti contributi di studiosi di oggi. Se Jean de
Venette parla di una Çnova aetasÈ, allude ad un rinnovamento delle persone, non
ad un cambiamento di tendenza; anzi i ÒnuoviÓ sono peggiori dei ÒvecchiÓ [27]; nonostante il tremendo segno divino le cose ben
presto tornano come prima: � un atteggiamento diffuso [28]. Che manchi la prospettiva di lunga durata nei
cronisti contemporanei, che non sanno quello che sappiamo noi, � osservazione
banale; meno banale � la constatazione che le tanto vituperate esagerazioni
imputate dallo studioso moderno al cronista antico, riguardo ad esempio al
tasso di mortalitˆ, non devono poi aver pesato pi� di tanto nella valutazione
complessiva, per dir cos“ cronologico-geografico-contestuale, del fenomeno nei
cronisti coevi. E non mi pare neppure si possa dire che le conseguenze
psicologiche fossero veramente ÇdevastantiÈ [29], visto che gli eccessi di reazione sono sempre
rilevati a livello di aneddoto, mai in chiave generale, e che quindi si possono
ragionevolmente supporre come frutto della mente e della psiche meno
equilibrata, comunque al limite della norma. Per dire, insomma, che per gli
osservatori del tempo ÒcontavanoÓ tanto le vicende dei principi, quanto quelle
della natura, senza alcuna prevaricazione delle seconde sulle prime. Basti
leggere a titolo esemplificativo questa introduzione allÕanno 1349 della Continuatio
Novimontensis [30]:
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A. D. 1349 reges et principes in finibus nostris,
licet prius discordes, tamen cuncti amicabiliter confederati sunt. Item
inundacio aquarum permaxima ubique exorta dampnum intulit copiosum. Pesti
vero contagiosa predictaÉ |
LÕunica
grande eccezione � rappresentata da Petrarca, che si rese conto, con
sensibilitˆ unica, dei cambiamenti in atto alla metˆ del suo secolo [31]; ma anche Petrarca ci conferma che non certo la peste
o il terremoto furono le ragioni della ÒcrisiÓ, semmai ne furono un
evidenziatore. Le reazioni degli uomini mostravano solo assuefazione, apatia,
non avevano imparato nulla dalla storia, non si sentivano spronati a grandi
cose. La mancanza di cultura, o lÕobnubilamento di essa, segnavano i tempi bui
del presente [32].
Con
tutto questo � generalmente indubbio che il terribile male suscitasse una
reazione universale e fortemente marcata. Ci fu chi, come Petrarca, svilupp˜
personali e complesse meditazioni sulla caducitˆ della vita umana, trovando una
ragione finale in un ideale di vita semplice e tutta dedita al bene sommo della
cultura, ripreso dallÕantichitˆ che tanto amava [33], e chi, come il Boccaccio, colse lÕoccasione per la
costruzione di un capolavoro. Sono i personaggi emblematici di quellÕumanesimo
che giusto con loro era nato e con loro conosceva la prima crisi. Secondo il
Baron segnata dai fallimenti di Cola di Rienzo, delle grandi banche fiorentine
e dalla peste [34]; Alessandro Barbero vi ha aggiunto anche la morte di
Roberto dÕAngi˜ [35].
Se
si tratta di personaggi eccezionali, la norma volle che di quel male le
cronache fossero, comÕ� notorio, i testimoni principali, anche se non unici [36]. Una letteratura ormai imponente, cresciuta
rapidamente a partire dalle primissime ricerche degli inizi del secolo scorso
fino ai giorni nostri, ha assodato vie di approccio, metodi via via pi�
raffinati di lettura, possibilitˆ di collegamento e di verifica mediante il
ricorso ad altro tipo di fonti. Noi procederemo, se non del tutto estranei a
questa tradizione di studi, tuttavia per una strada diversa. Tra le possibili
prospettive di lettura sceglieremo quella che sulla peste ci indichi non i
ÇdatiÈ, che interessano ora al medico [37], ora al demografo [38], allo storico dellÕeconomia ed a quello della
mentalitˆ [39], ma il ÇsensoÈ che la peste ha nellÕopera di alcuni
cronisti coevi. Non ci faremo, insomma, nessuna delle domande che ƒlisabeth
Carpentier elencava efficacemente nellÕintroduzione al suo studio del fenomeno
ad Orvieto [40]. Non essendo un medico, un demografo, nŽ uno storico
dellÕeconomia o della mentalitˆ, mi porr˜ anzi agli antipodi di chi considera
la peste del 1348 un fenomeno che va visto esattamente collocato in un insieme
politico, sociale ed economico, punto di partenza per lo studio delle
condizioni di vita di allora invece che bersaglio - � proprio la posizione
della Carpentier [41] -; mirer˜ invece a considerare lÕargomento ÇpesteÈ
nello squisito campo storiografico, interessandomi della ÒveridicitˆÓ dei dati
forniti dai cronisti solo ed in quanto funzionali alla restituzione del mondo
storiografico - a riguardo della peste, naturalmente - della cronaca che
correda con quei dati il suo ricordo della malattia. Non mi interessa qui
mettere in parallelo la descrizione dei sintomi e del decorso della peste, su
cui del resto cÕ� una pressochŽ totale concordanza nelle fonti, tale per˜ da
non fugare i nostri dubbi [42], quanto rilevare il quadro in cui il fenomeno si
colloca nella prospettiva dei singoli o di un gruppo di cronisti; poichŽ non
certo lÕaspetto ÒmedicoÓ � quello che pi� ci pu˜ dire sullÕimpatto che il morbo
- e il ricordo pi� o meno immediato di essa - ebbe sui contemporanei, mentre
invece i segni che preannunciano ed accompagnano lÕepidemia, i provvedimenti presi,
il comportamento generale ed individuale, le reazioni dirette ed indirette, e
soprattutto il significato ultimo del male restituito dalle cronache,
costituiscono il nostro obiettivo.
Abbiamo
detto ÇalcuniÈ cronisti, poichŽ non tutto naturalmente ci � pervenuto - � il
caso, ad esempio, del capitolo relativo dellÕanonimo autore della vita di Cola
di Rienzo, che � andato perduto -, e dÕaltra parte non � neppure pensabile
render conto di tutti coloro che ricordano la peste, pena annegare nel mare
magnum, visto che il fenomeno colp“
a tal punto che non cÕ� quasi chi non la ricordi, seppure fugacemente. E
neppure � pensabile che il ristretto arco di attivitˆ di un singolo cronista
possa in qualche modo rispondere a quelle domande Çdi lungo periodoÈ che tanto
sono state coltivate in maniera privilegiata qualche decennio fa [43]. NŽ, infine, ci si chieda di illustrare la ÒfortunaÓ
del tema della peste, visto lo spazio a nostra disposizione.
1.1. Boccaccio
|
E
partiamo con lo sgombrare il campo da quello che a noi pare un equivoco. Tra le
descrizioni della peste la pi� impressionante, la pi� letterariamente compiuta,
in una parola la pi� ÒbellaÓ, e ben presto ripresa [44], si sa, � quella che apre il Decameron di Giovanni Boccaccio, su cui, ovviamente, si �
esercitata, dal Petrarca ad oggi, la migliore critica. Ma varrˆ la pena
soffermarsi un poco non sul valore e la finalitˆ letteraria di quella
introduzione nellÕeconomia dellÕopera, che lasceremo giustamente agli
italianisti, quanto piuttosto sui moduli adoperati dal grande narratore, con
occhio particolarmente attento al quadro complessivamente fornito dai cronisti
contemporanei, nellÕintento di cogliere quanto la ÒcostruzioneÓ letteraria
debba agli stilemi pi� propri di quel tipo di cultura.
Se
� infatti ormai indubbio che lÕintroduzione vada vista come estremamente
funzionale, ÒnecessariaÓ in ÇquellÕunitˆ ideale e fantastica del Decameron, che solo in questi ultimi tempi abbiamo ritrovato
con gioioso stuporeÈ, come si esprimeva qualche anno addietro Vittore Branca [45], nessuno pu˜ negare che - non suoni scandalo -
quella descrizione � una pura pagina di cronaca: si provi ad immaginarla
proprio come composizione a sŽ, e lo si constaterˆ agevolmente; ed ancora
nessuno pu˜ negare che il Boccaccio avesse sul tema dei modelli. Il Decameron sarˆ la risposta allÕÇuniversale dissolvimento della
vita civile nella Firenze divorata dallÕaviditˆ e dallÕegoismoÈ, nellÕÇonestˆÈ
dei giovani che si ritirano nella villa fiesolana [46], ma ci˜ non toglie che alla domanda principe, il
perchŽ della pestilenza, il Boccaccio risponda, alla fin fine, del tutto
convenzionalmente, che si trattava della manifestazione della collera divina di
fronte alla iniquitˆ umana: ÇÉ lÕira di Dio a punire le iniquitˆ degli uomini
con quella pistolenzaÉÈ, dando, fra lÕaltro, il suo contributo - ed anche in
questo caso niente affatto originale - ad una discussione, per dir cos“, Òdi
modaÓ allora [47]. Se � indubitabile che si tratti di una
Çimpostazione particolarmente coerente allÕidea centrale dellÕopera e alle
convinzioni poetiche che ne regolano lÕattuazioneÈ [48], � altrettanto indubitabile che la medesima risposta
avevano dato tanti fra i cronisti coevi. La peste fiorentina sarˆ una
Çoccasione emblematicaÈ, scelta letteraria consapevole e meditata, ma,
innegabilmente, anche drasticamente imposta dalla storia. Discorso analogo si
pu˜ fare a proposito dellÕinsistenza del Boccaccio sulla desolazione del
paesaggio, in cittˆ ed in campagna, e soprattutto sul manifestarsi di quegli
atti disumani che tanto colpirono i contemporanei, non solo fiorentini, o
toscani, non solo dellÕItalia, dalla Sicilia a Milano, ma dellÕintera Europa,
dalla Spagna alla Boemia. Se Çsono questi spettacoli di disumanitˆ, di
rinnegamento di ogni viver civile che il Boccaccio osserva come estremi sintomi
di depravazione, come segni fatali di un ritorno alla squallida condizione
dellÕÒhomo homini lupusÓÈ [49], sono pur sempre i medesimi segni che moltissimi in
Europa colsero come organicamente legati al diffondersi del contagio. Se noi
intendiamo la descrizione boccaccesca della peste come manifestazione artistica
della consapevolezza dellÕautore dellÕÇuniversale dissolvimentoÈ [50], su questa base dovremmo riconoscere la medesima
consapevolezza, magari meno ÒartisticamenteÓ compiuta, in moltissimi dei
contemporanei, che usano le identiche espressioni.
Tra
i modelli su cui si impegn˜, nella sua imitatio, il Boccaccio sono state variamente indicate le
pagine sulla peste di Tucidide o di Lucrezio - che in realtˆ sembra impossibile
che il certaldese conoscesse direttamente -, di Isidoro di Siviglia, e poi di
Virgilio, Ovidio, Livio, Seneca, Lucano [51]; ma quello che ha avuto maggior fortuna, perchŽ
autorevolmente additato per primo dal Branca, � la descrizione di Paolo Diacono
nella Historia Langobardorum II,
4. Francamente colpisce non tanto lÕaccostamento, pienamente giustificato dalla
sicura conoscenza che di quellÕopera aveva il Boccaccio, quanto il favore
generale che lÕha contraddistinto: a me, confesso, risulta incomprensibile il
confronto tra il brano del Decameron I, Introduzione 27 [52] che dice:
|
É lÕun fratello lÕaltro abbandonava e il zio il
nepote, e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e,
che maggior cosa � e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli,
quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavanoÉ |
a
Paolo Diacono nel luogo citato [53]:
|
Fugiebant filii, cadavera insepulta parentum
relinquentes, parentes obliti pietatis viscera natos relinquebant aestuantes, |
quando
possiamo leggere nella cronaca senese attribuita ad Agnolo di Tura [54]:
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É ognuno era inpaurito che lÕuno non volea aiutare
lÕaltro, el padre abandonava el figliuolo, el figliuolo abandonava el padre e
la madre eÕ fratelli, e la moglie el maritoÉ; |
in
Matteo Villani [55]:
|
É le madri eÕ padri abbandonavano i figliuoli, e i
figliuoli le madri eÕ padri, e lÕuno fratello lÕaltro e gli altri congiunti. |
in
Marchionne [56]:
|
Lo figliuolo abbandonava il padre, lo marito la
moglie, la moglie il marito, lÕuno fratello lÕaltro, lÕuna
sirocchia lÕaltra; |
in
Marco Battagli [57]:
|
É pater postea infirmum filium evitabat,
frater fratrem, uxor virumÉ; |
nella
Chronica abreviata di Parma [58]:
|
É pater et mater vitabat filium, et uxor maritum,
et filius patrem et matremÉ; |
nelle
Storie Pistoresi [59]:
|
É lo padre abbandonava li figliuoli, eÕ figliuoli
lo padre e la madre, e lÕuno fratello lÕaltroÉ; |
in
Pietro Azario [60]:
|
É vidi patrem de filio et filium e contra de patre,
fratrem de frate, amicum de amico, vicinumque de vicino penitus non curareÉ; |
in
Giovanni da Parma [61]:
|
Christiani evitabant se invicem, tamquam lepus
leonem, vel sanus leprosum, et dico tam de patre vel de matre contra filium,
et e converso, vel de sorore contra fratrem, et e converso, vel de propinquo
contra propinquum, quam de illis qui non noverant se; |
nel
Breve Chronicon Flandriae, ben
lontano dallÕItalia [62]:
|
É nec pater visitat filium, nec mater filiam, nec
frater fratrem, nec filius patrem, nec amicus amicum, nec notus notum, nec
quicunque quemcumque alteri coniunctus sit sanguineÉ; |
e
perfino in una iscrizione veneziana [63]:
|
É el pare no volea andar dal fio ne Õl fio dal
pareÉ; |
e potremmo continuare molto a lungo. Dobbiamo vedere
la ripetizione del modello offerto da Paolo Diacono anche in tutti quanti gli
altri? Come credere a quella suggestione antica, quando lÕuniformitˆ della
descrizione, e la ripetitivitˆ fra un cronista e lÕaltro non possono che far
pensare ad un modello diffuso, al quale tutti ricorrono perch� consacrato ormai
dalla consuetudine, e perch� in realtˆ nessuno di questi cronisti se la sentiva
di negare credibilitˆ a quello che era divenuto subito un luogo comune,
soprattutto nella convinzione che, se non si era stati testimoni diretti (anche
la presenza di Boccaccio a Firenze nel 1348 � dubbia), altrove la cosa si era
sicuramente verificata, visto che lo ripetevano tutti. Quando ci sono da
raccontare fatti pi� singolari, lo si fa, come Marchionne, che moltiplica gli
aneddoti.
NŽ
si tratta solo di questo misero passo, perchŽ sarebbe estremamente agevole
scomporre analogamente lÕintera introduzione del Boccaccio, frase per frase,
parola per parola, dallÕinizio alla fine. Diamo un saggio, tra diversi
possibili, partendo proprio dalle prime battute:
Boccaccio
Dico adunque che giˆ erano gli anni della fruttifera
incarnazione del
Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia cittˆ di Fiorenza pervenne la mortifera pestilenza: la quale, per operazion deÕ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali,
alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle dÕinumerabile quantitˆ deÕ viventi avendo
private, senza ristare dÕun luogo in uno altro continuandosi, verso lÕOccidente miserabilmente sÕera ampliata.
Cronache
É negli anni di Cristo, dalla sua salutevole incarnazioneÉ (M. Villani) É MCCCXLVIII fu nella cittˆ di Firenze (Marchionne) É pistilenziosa
mortalitadeÉ (Storie
Pistoresi) É la
congiunzione di tre superiori pianetiÉ (M. Villani) É humana iniquitasÉ iusta Dei sententiaÉ (M. Battagli)É ad correctionem humani generisÉ (Cortusi) É preteritis vero proximis annisÉ (Kšlner Weltchronik) É Cominciossi nelle parti
dÕOrienteÉ (M.
Villani) É cum innumerabili mortalium cedeÉ (Liber regiminum Padue) É nec cessavit frequenti discursu diversas nunc
has nunc illas pervagans regionesÉ (Kšlner Weltchronik) E venendoÉ aggiunse alle parti vicineÉ (M. Villani) É versus
ocidentemÉ (M.
Battagli).
E,
insisto, si potrebbe continuare passo passo, fino alla fine. PerchŽ non
concludere allora, semplicemente, che il Boccaccio fonde sapientemente, da par
suo, materiali diversi che discorsi e scritti dei contemporanei gli fornivano a
dismisura [64], rinunciando a rintracciare un modello unico,
soprattutto nellÕantichitˆ, visto che il tempo presente era sovrabbondante nel
fornire esempi, luoghi comuni giˆ elaborati, tesi a commuovere od inorridire, e
altro alla bisogna; in una parola un ÒgenereÓ ben definito?
2. Il modulo
|
Un
genere con una sua tipologia, forse esemplato per primo da Giovanni Villani [65], comunque impostosi presto, perfino in versi [66] con una struttura schematica precisa e sviluppo di
alcuni motivi cardine; tipologia che varrˆ la pena di delineare rapidamente, al
fine di assodare il quadro generale, nel quale, successivamente, indicheremo
alcune posizioni rilevate. Il modulo corrente affronta in successione il tema
delle cause prossime, quindi della fenomenologia del male, da ultimo,
eventualmente, della sua ragione profonda.
2.1. Le
cause prossime
|
Un
grande fuoco dal cielo, registrato solo dubitativamente da Matteo Villani, �
per molti, un anonimo cronista svizzero, come per il Chronicon Estense, la causa vera della peste; tra le cause per altri [67].
Pi�
o meno lo stesso per la pioggia di serpenti avvenuta in Oriente, verificatasi
dopo il fuoco di cui sopra per alcuni, prima per altri [68].
La
congiunzione astrale di Saturno, Giove e Marte, considerata nefasta
generalmente tra i dotti come tra i cronisti, � ritenuta non determinante dai
colti di medicina, tra gli altri Pierre de Damousy, che scrive a Reims poco
prima dellÕarrivo della peste, e da Gentile da Foligno a Perugia, ma comunque
da entrambi citata tra le cause del male [69]. La spiegazione di un evento con la posizione degli
astri era comune, soprattutto in Italia [70]. Konrad von Megenberg la giudica una concausa, che
pu˜ favorire i sommovimenti del mondo, non certo la causa prima ed agente [71]. Determinante pare invece nella Chronica de
Ducibus Bavariae [72]; in altri variamente, ma comunque un segno
premonitore [73].
Pi�
occasionali sono i cenni ad altre cause prossime. Jean de Venette nota che la
peste � cominciata a Parigi, alla fine di agosto, contemporaneamente
allÕapparizione di una cometa [74], come giˆ Giovanni Villani [75]; ma si trattava in quel caso di un atteggiamento
secolare, che lÕintendeva come preannuncio, pi� che causa. Pierre de Damousy a
Reims accusa i venti caldi del Mezzogiorno che portano lÕumiditˆ di debilitare
i corpi e di predisporli al contagio [76], ed allÕinizio dÕagosto 1348, quando Parigi attende
la peste nellÕangoscia, osserva che il vaiuolo, che compariva allora a Reims, �
considerato come un segno precursore della grande epidemia [77].
Alcuni
indicano la corruzione dellÕaria [78]. Gabriele de Musssi, che descrive con tanti dettagli
il ritorno da Caffa delle galere genovesi portatrici della peste, o Gentile di
Foligno a Perugia, o Guy de Chauliac e Chalin de Vinario ad Avignone, credono
agli astri ed allÕaria impestata, ma pi� ancora al contagio per ammorbamento
dellÕaria, come del resto anche Jean de Venette [79].
Anche
i terremoti risultano tra le concause della peste, quando non la causa [80]; cos“ a Orvieto, poco dopo lÕepidemia, il 9
settembre 1349 un grave terremoto atterrisce tanto gli abitanti, come segno
premonitore di un ritorno del male, che tutti si danno ad esercizi pii per scongiurarlo
[81].
Infine
cÕ� anche chi onestamente ammette che non se ne conoscevano affatto le cause [82].
2.2. La
fenomenologia
|
Quando
si tratta di descrivere propriamente il male di solito si comincia con
lÕindicarne lÕorigine geografica, quindi i modi di trasmissione, i sintomi,
lÕampiezza di diffusione, le caratteristiche peculiari, la durata, gli effetti;
questi ultimi a loro volta illustrati accennando al tasso di mortalitˆ, alla
qualitˆ delle perdite, alle vittime illustri, allÕimpotenza dei medici, alle
conseguenze economiche; infine le reazioni, i comportamenti indotti ed i
provvedimenti presi per affrontare lÕepidemia.
2.2.1. Provenienza
|
Concordemente
la provenienza del morbo � indicata nellÕOriente, dove � attiva per un periodo
pi� o meno lungo, prima di passare in Occidente. Il piacentino Gabriele de
Mussi � uno dei pi� informati - e, pare, molto prossimo alla veritˆ dei fatti [83] - sui momenti della trasmissione del contagio:
furono i Genovesi a portarla dalle colonie italiane pi� orientali, dai porti
del Don ed intorno al Mar Nero, da Tana e Caffa, nei territori propri bizantini
(a Costantinopoli lÕepidemia infuri˜ alla metˆ del 1347) [84]. Giovanni Villani sapeva che pi� o meno nello stesso
periodo ne era colpita Trebisonda [85]. Per il Chronicon Estense la peste
giunse dal lontanissimo ÇCaptayÈ in Persia; due galee genovesi la portarono a
Costantinopoli ed a Pera, quindi a Messina, in Sardegna, ed infine a Genova;
poi lÕautore del Chronicon sapeva
che aveva colpito Marsiglia e quindi la regione intorno a Parigi. La Chronica
abreviata riferisce che da Genova la
moria si � diffusa rapidamente (Çpost paucos diesÈ) in Lombardia, Toscana,
Marche, Puglia, ma che soprattutto era risultata particolarmente attiva nelle
regioni oltremontane, in Provenza, Francia, Aragona, Spagna, Inghilterra,
Germania, Boemia ed Ungheria [86]. La Chronica de Ducibus Bavariae, meno informata, genericamente riporta che la peste
ha regnato per otto anni prima di raggiungere la Baviera, vale a dire dal 1341,
Çin partibus primo transmarinis, deinde GallicanisÈ [87].
2.2.2. Modo
di trasmissione
|
Sono
i mercanti a portarla in Occidente, prima in Grecia, poi in Italia, e quindi
alle regioni contermini [88]. LÕestrema facilitˆ del contagio � sottolineata
universalmente [89].
2.2.3. I
sintomi
|
Di
solito la comparsa dei primi segni della peste - i bubboni alle ghiandole
linfatiche - si accompagna a febbri e dolori; il segno ultimo �
lÕespettorazione sanguigna [90]. La cronaca di Saint-Aubin di Angers dice dei
bubboni come casi particolari: alcuni avevano degli ascessi o dei noduli
allÕano o sotto le ascelle, e di quelli qualcuno scampava; altri avevano sui
corpi delle macchie rosse o branastre, ed alcuni sputavano sangue: per costoro
non era alcuna speranza [91].
La
grande frequenza delle morti improvvise, o sopravvenenti qualche ora dopo i
primi segni, � uno dei sintomi pi� caratteristici e gravi della peste. Ogni
decesso un poÕ rapido � allora sospetto e, se ne avvengono altri nei dintorni
del defunto, la paura si impadronisce di tutti i circostanti. Le morti subitanee
sono numerosissime allÕinizio dellÕepidemia; quasi nessuno sopravvive al quarto
giorno [92].
2.2.4. Ampiezza
di diffusione
|
Oltre
la nota ÒtecnicaÓ, non iperbolica,
|
Fuit generalis mortalitas maxima [93], |
che indica come ormai la malattia sia diffusa
ovunque, non pi� solo in alcune zone circoscritte [94], cÕ� chi distingue tra cittˆ e campagna, tra classi
elevate e basse, tra ricchi e poveri, tra giovani e vecchi [95].
2.2.5. Caratteristiche
della malattia
|
Peculiari
della peste furono la repentinitˆ ed ineluttabilitˆ del male [96], con caratteristiche di eccezione [97], fino ad allora ignote [98]. NellÕuniformitˆ generale Jean de Venette � uno dei
pochi a notare conseguenze diverse in diversi luoghi [99]. Un t˜pos largamente diffuso � lÕincapacitˆ a descrivere la terribilitˆ del morbo
[100].
2.2.6. Durata
|
LÕepidemia
dura normalmente dai tre ai sei mesi [101].
2.2.7. Effetti
|
LÕentitˆ
percentuale delle morti varia tra il 33 e lÕ80% [102]. Il Chronicon Estense riferisce quello che si era saputo in Valle Padana: a
Costantinopoli le vittime della peste erano lÕ89% dellÕintera popolazione,
530.000 erano stati i morti in Sicilia, in particolare a Messina; a Trapani
nessuno si era salvato; in Sardegna era scomparso il 90% degli abitanti; a
Genova le vittime erano 40.000; Marsiglia era un deserto; a Parigi in un solo
giorno di marzo si erano sepolti 1.328 morti, e non era il conto totale; nella
cittˆ di ÇNobelleseÈ di 2.000 uomini dÕarme non erano rimasti in vita che 200;
unÕaltra cittˆ, ÇAvarexeÈ, era deserta, cos“ come molte altre per la massima
parte devastate [103]. In marzo lÕepidemia aveva colpito Napoli, e in due
mesi si era portata via 84.000 persone. In aprile Venezia e Chioggia, causando
600 decessi al giorno; contemporaneamente dallÕaltra parte della penisola non
diversamente Pisa soffriva per il medesimo morbo [104].
Inutile
discutere ancora su questi numeri, generalmente inverosimili [105]: la violenza dellÕepidemia divenne ben presto
leggendaria, cos“ che le cifre comunemente fornite dai cronisti hanno valore pi�
letterario che documentario [106]; non si pu˜ che considerare il loro valore
esclamativo, non essendoci consentito un controllo statistico accettabile [107], e non potendo noi estendere a tutti i cronisti una
osservazione di Arsenio Frugoni circa un passo di Giovanni Villani, a proposito
di una ÒinterpretazioneÓ della storia di Firenze [108]. Rimarchevole che la piccola cronaca di
Saint-Aubin-dÕAngers, con una obiettivitˆ rara per lÕepoca, e tanto pi�
meritoria in quanto il convento aveva perduto poco pi� della metˆ dei suoi
abitanti, compreso lÕabate, riconosca che la peste non infuri˜ ugualmente in
tutti i paesi, poichŽ in certi luoghi sopravvisse un decimo del totale, in
altri un sesto, in altri un terzo, in altri un quarto [109].
Come
per il numero delle vittime, anche la valutazione sulla qualitˆ delle perdite
varia notevolmente. CÕ� concordia nel rilevare che molte famiglie si estinsero
totalmente [110], ma poi chi insiste sul fatto che scomparvero i pi�
rappresentativi, tanto fra i nobili quanto tra i popolani [111], e chi al contrario, come Guglielmo Cortusi, che
ÇmirabileÈ la peste non uccise nŽ un re, nŽ un principe, nŽ un Çdominus
civitatisÈ [112]. Chi nota che prima erano colpiti i fanciulli, poi
quelli di costituzione pi� robusta [113], e chi allÕopposto che la mortalitˆ era Çin personis
validis et iuvenibus magis quam in senibus et debillibusÈ [114]. Per il monaco della Continuatio Novimontensis monaci e monache furono tra le vittime pi� numerose [115], ma anche per Giovanni da Parma Çfratres et sacerdotes
in Tridento quasi omnes sunt mortuiÈ [116]; curiosamente Guy de Chauliac ad Avignone nel 1361
dice che la peste ha fatto poche vittime tra le donne, e non � detto non
facesse un confronto con quella del 1348 [117]; per Agnolo di Tura e gli Annales Mellicenses infuri˜ pi� nel contado che nelle cittˆ [118]. Ad Orvieto la peste arriva ai primi di maggio,
cominciando dai quartieri poveri e cresce rapidamente di gravitˆ fino a luglio,
quando raggiunge i quartieri ricchi e quando - testimonia il Discorso
historico - in un giorno solo
morirono 500 persone, Çgrandi et piccoli, et maschi et femmineÈ. Ancora il
cronista del Discorso historico
attribuisce la morte improvvisa in gran parte alla paura: ÇEt era si grande la
mortalitˆ et lo sbigotimento delle genti, che morivano di subitoÈ [119]. La varietˆ di valutazione � grande, e se sarˆ da
ammettere in generale che gli strati socialmente pi� deboli fossero
maggiormente falcidiati dalla peste [120], non � per˜ affatto possibile, sulla base delle
relazioni cronistiche, concludere unilateralmente col Mollat che ÇLa Peste Nera
decim˜ i poveri, ma non annient˜ la povertˆÈ, o che ÇFurono decimati tutti i
livelli dÕetˆÈ [121]: dÕaltra parte i cronisti inglesi, Guy de Chauliac
ad Avignone e Jean de Venette a Parigi, notano nel 1361 che bambini ed
adolescenti sono i pi� colpiti, mentre la peste del 1348 aveva falcidiato tutte
le etˆ [122].
Qualcuno,
come Marchionne, nota che la malattia colpiva anche gli animali domestici [123].
Non
frequentissima, la registrazione dei personaggi di rilievo che furono vittime
della peste � comunque uno dei motivi ricorrenti: un elenco di personalitˆ
ragguardevoli � fornito da Agnolo di Tura [124]; di peste era morto a Firenze Giovanni Villani, dice
Matteo; Giovanni dÕAndrea � naturalmente ricordato a Bologna [125]; la morte dellÕabate dal Chronicon Sublacense [126].
LÕincapacitˆ
dei medici a porre un qualche rimedio si accompagna al loro terrore di fronte
ai malati [127]; e ci furono anche medici improvvisati per aviditˆ [128]. Guy de Chauliac, medico di papa Clemente VI ad
Avignone, nota che lÕepidemia si risolse nella vergogna pi� totale: ÇEd io, per
evitare lÕinfamia, non osavo allontanarmi, ma con continua paura mi curavoÉÈ [129].
Le
conseguenze sulle attivitˆ artigianali e commerciali normali furono
impressionanti, soprattutto in Italia [130]. A Firenze in particolare la vita economica sub“ un
fierissimo colpo; ma i pi� intraprendenti si riebbero presto: giˆ il 22 marzo
1349 il diario della famiglia Alberti registra uno stato buono della famiglia
ed ancora migliori prospettive future [131]. Altrove per˜ pare che non si possano registrare
gravi conseguenze, eccetto che sul piano demografico [132]. Generalmente i cronisti sono concordi nel rilevare
lÕabnorme crescita dei salari successiva alla peste, ma non la stessa cosa si
pu˜ dire dei prezzi [133].
La
prima difesa, comÕ� comprensibile, fu la fuga dalla cittˆ in preda al contagio;
dovunque, ad Orvieto come a Siena e Firenze, a Venezia come ad Avignone e
Vienna [134].
A
Firenze nel 1348, malgrado lÕinterdizione degli assembramenti, eccezionali
processioni vengono organizzate per implorare quella Vergine [135], la cui immagine si vede il 16 agosto 1348 a Tournai
piangere di compassione per le sofferenze degli uomini [136]. A Vienna il medesimo anno, in un grande slancio di
contrizione e di mortificazione, tutti i partecipanti, clero in testa, si
tolgono le calzature e seguono a piedi nudi le processioni. Per converso,
tuttavia, come a Orvieto, non per timore di favorire il contagio, sembra, ma
per la disorganizzazione del clero in seguito alla violenza dellÕepidemia,
anche processioni abituali, come quella di S. Giovanni il 24 giugno, sono
rimandate di sei giorni, e quella dellÕAssunzione, il 14 agosto, non ebbe luogo
[137].
I
preti, alla pari dei medici, sembrano dimentichi dei loro doveri di assistenza,
e comunque risultano insufficienti [138]. Marchionne dice che a Firenze si erano
scandalosamente arricchiti facendo pagare salatissimi i loro servizi e
visitando con debite precauzioni [139].
Jean
de Venette, Michele da Piazza in Sicilia, Pierre de Damousy a Reims, Gilles li
Muisit a Tournai notano tutti come il clero intero � colpito dai suoi obblighi,
ed il clero regolare pi� ancora del secolare, perchŽ i suoi membri non solo
portano il soccorso materiale e spirituale a domicilio, ma aggiungono a questo
rischio anche quello della vita in comunitˆ [140].
Le
sepolture si facevano a fatica [141]; cimiteri e fosse comuni fuori cittˆ si
moltiplicarono [142]. Nel 1349 a Tournay [143] si proibisce di seppellire dentro e nei pressi delle
chiese ed i magistrati fanno costruire due nuovi cimiteri in cittˆ, ma questa
misura, considerata allÕepoca come necessaria per la salubritˆ degli
agglomerati, urta con il desiderio dei fedeli di riposare in terra consacrata,
o nella chiesa, per essere pi� prossimi al Santo Sacramento o alle reliquie dei
santi di cui cercano lÕintercessione, ed anche per evitare le profanazioni.
Ci
fu anche la tentazione di abbandonare del tutto le cittˆ colpite [144], e non mancarono gli sciacalli [145]:
Ovunque
regnava lÕavvilimento, unÕatmosfera angosciosa [146]. Eppure Matteo Villani ricorda lÕindulgenza concessa
da Clemente VI, ed i molti che muniti dei sacramenti, cristianamente
rassegnati, si disponevano alla morte, e la Chronica de Ducibus Bavariae insiste nella descrizione delle morti serene dei
molti che con i conforti religiosi si apprestavano allÕestremo passo, Çquasi
gaudia celestis patrie pregustarentÈ [147].
Il
Langer [148] ha riassunto gli elementi di psicologia religiosa,
le forme pubbliche di penitenza, la crescita delle opere di caritˆ, le
devozioni [149]; ma poi constata che questo apparente rinnovamento
spirituale, dovuto allÕimpressione del castigo lasciata dalla peste e dal
desiderio di quietare la collera divina, va di pari passo con una immoralitˆ
crescente e si accompagna talvolta ad un malcontento nei confronti della Chiesa
(� il secolo di Wyclif e Huss) ed un automatismo dei mezzi di salvezza (� anche
lÕepoca del commercio delle indulgenze). E contemporaneamente il ricorso
allÕastrologia, alla magia, al satanismo. Tutto ci˜ contribuisce alla creazione
di uno stato dÕanimo tipico della fine del Medio Evo. Se ne trova unÕeco nei
temi prediletti dagli artisti del tempo: la Passione, il Giudizio finale,
lÕInferno, la Danza macabra [150]. In effetti sono molti i segni del crollo della
moralitˆ pubblica e privata, ad esempio ad Orvieto [151]. Una legge generale sembra essere che la reazione di
fronte al ripetersi dei disastri naturali � normalmente o di angoscia disperata
o di sfrenata vitalitˆ [152].
Dopo
il male i superstiti, dotati dei beni dei morti, dimentichi dellÕorrore
trascorso, divennero pi� litigiosi di prima. LÕeccesso caratterizza il
dopo-peste: Çintrepide metam excedebant et sine lege quam plures vivebantÈ [153].
LÕabbattimento
degli spiriti causato dalla peste fu anche, in qualche caso, allÕorigine
dellÕindebolimento della funzionalitˆ politica, e ci fu chi, come Francesco di
Montemarte, mise in relazione con la peste la pacificazione tra le parti ad
Orvieto e la soggezione della cittˆ a Perugia [154]. Un legame tra la peste e la riconciliazione tra i
principi austriaci sembra di dover desumere anche nella Continuatio
Novimontensis [155].
In
generale gli interventi delle autoritˆ non sono nŽ tempestivi nŽ massicci, e di
conseguenza di scarsa efficacia [156]. Gli impedimenti per coloro che venivano da zone
infette sono tra le prime misure di difesa adottate dalle cittˆ [157]; ma poi generalmente i forestieri, ed in particolare
i mercanti, vengono respinti oltre le porte [158].
Non
mancarono le rudimentali misure sanitarie per arginare lÕepidemia. Uno dei
mezzi pi� antichi per isolare i malati consiste nel chiuderli dentro le loro
case: il metodo riesce, si dice, a Milano dove, nel 1348 si evita la peste
barricando porte e finestre di tre case infette e chiudendovi gli abitanti
insieme ai malati [159]. In Italia lÕinfezione che i morti son creduti
propagare fa prendere delle misure dÕigiene pi� varie. A Catania [160] nel 1347 si decide di bruciare i corpi dei rifugiati
da Messina morti di peste, ed il patriarca per risparmiare ai cittadini la
puzza dei roghi ordina che i corpi dei Messinesi siano bruciati in campagna [161]. Per il resto i consigli a carattere generalmente
preventivo dei Çmedici di Parigi e tutto il loro collegio a riparo della
mortalitˆÈ, riportati dalle Storie Pistoresi, risultano totalmente cervellotici, tanto che non
siamo assolutamente in grado di riconoscere dove stia il discrimine fra buona
volontˆ e mistificazione [162]
A
Pistoia, nellÕaprile 1348, solo le vedove hanno il permesso di portare il lutto
che � proibito ad ogni altro membro della famiglia dei defunti, proibizione di
annunciare pubblicamente i funerali, di suonare le campane per i morti e le
sepolture, di darsi a qualunque manifestazione esterna di dolore [163].
A
partire dalla peste nera la frequenza degli orfani pone dei problemi alle
autoritˆ locali [164].
2.3. La
colpa
|
Tutti
i cronisti attribuiscono generalmente alla collera divina la causa prima delle
epidemie [165], ma questo era scontato. Era stato cos“ da sempre:
di fronte allÕinesplicabile il ricorso al divino � automatico. Il male viene
dal peccato; la punizione, o lÕammonimento, da Dio [166], ed � procedimento non limitato ai secoli bui. Se
sono sempre da evitare i paralleli improponibili e spesso ÇirritantiÈ tra
lÕoggi ed il secolo XIV [167], come dimenticare che � stato indicato qualche anno
fa il dilagare dellÕAIDS come conseguenza del disordine dei costumi sessuali,
quindi niente altro che come giusta punizione divina che colpisce i reprobi? Il
punto era, nel 1348, identificare di chi in particolare, in maniera precisa e
concreta, era la colpa di aver suscitato lÕira divina, e di conseguenza la
peste [168]. Volta a volta in passato si era accusato un
principe, un popolo, e via via le colpe erano state indicate nei vizi capitali,
lÕaviditˆ, la lussuria, la superbia, la crudeltˆ; nei cronisti coevi alla peste
niente di nuovo, dunque, tanto pi� che la Bibbia, il modello per eccellenza di
ogni narrazione, pi� volte offriva esempi di tal genere [169]; si pu˜ notare, solamente, che non viene registrata
lÕopera della Fortuna, alla quale pure, come alla volontˆ di Dio, si ricorreva
con una certa frequenza [170].
Il
nesso peste-colpa, aspetto particolare del pi� generale tra calamitˆ e colpa,
si manifest˜ nelle forme consuete: lo storico della povertˆ nota che furono
accusati i poveri, quello dellÕeconomia ricorda soprattutto gli usurai, lo
storico della mentalitˆ i ricchi [171]; ma certo le vittime pi� adatte erano gli Ebrei, i
miscredenti, le prostitute [172], soprattutto gli Ebrei, spesso identificati pure
come i responsabili delle povertˆ altrui. Con rara luciditˆ i cronisti
strasburghesi scrivono che la ragione della accuse e delle persecuzioni
violente stava nel fatto che essi erano semplicemente ricchi [173].
La
tentazione di identificare i colpevoli tra i viventi dovette cominciare molto
presto, ma � del tutto estranea allÕItalia. Le prime accuse di avvelenare le
acque nei confronti di alcuni non meglio identificati homines miseri sono registrate ad Avignone; ne conseguono roghi
continui [174]. Ma poi lÕaccusa diviene nelle regioni centrali
dÕEuropa specifica nei confronti degli Ebrei, e cambia fondamentalmente il tipo
della imputazione: non tanto colpevoli perchŽ fanno qualche cosa che facilita il contagio - del resto
nessun cronista dellÕepoca dice una sola parola sulla possibilitˆ effettiva
della trasmissione del contagio mediante gli artifici che a quello scopo si
attribuivano agli Ebrei [175]-, quanto perchŽ sono fondamentalmente responsabili in quanto
costituzionalmente rei. Il carattere scomposto di questo tipo di reazione
risulta palmare dal fatto che lÕaccusa viene rivolta agli Ebrei in blocco: alcuni di loro possono essere costretti a confessare di
avvelenare lÕacqua, ma i colpevoli sono tutti [176], conseguenza dellÕidea che si tratti di un blocco
monolitico; lo dimostra ampiamente il fatto che le notizie in proposito sono in
Germania, nella terra di elezione dei tormenti inflitti agli Ebrei,
estremamente generiche; il solo Heinrich von Diessenhofen dˆ indicazioni
precise sui pogrom antiebraici [177]. La punizione arriva al rogo ed alla distruzione
delle case [178], e non � raro che si raccolgano diverse vittime in
un luogo per procedere ad una esecuzione in massa [179]: come si faceva con gli eretici. Le azioni contro
gli Ebrei, a differenza di quanto avviene nella gran parte dÕEuropa - dove sono
accusati di diffondere ad arte il contagio, e perseguitati con un impegno
totale, fino alla distruzione piena [180] o parallalemente al diffondersi delle notizie
sullÕarrivo del male, o contemporaneamente allÕinfuriare della pestilenza, (e
del resto ben oltre i limiti cronologici della peste nera [181]) -, in Italia sono molto modeste, si verificano
solamente dopo che lÕepidemia ha
infierito, e non riguardano affatto lÕaccusa di essere in qualsiasi maniera
responsabili del male: ad Orvieto consistono nella riduzione ad un quarto della
cifra che gli eredi dei debitori defunti per la malattia devono rimborsare ai
prestatori ebrei, non sapendosi esattamente quanto gli scomparsi avevano giˆ
corrisposto, e nellÕintento di evitare che si approfitti della situazione [182].
Ma
la ragione profonda del male sta nel peccato: o meglio in un peccato
particolare che si cerca volonterosamente di identificare. Per il cronista
senese � colpa degli stessi cristiani, che si uccidono a vicenda, magari
alleandosi con i nemici infedeli [183]:
|
Queste maledette galee deÕ Genovesi venivano e
aveano aiutato aÕ Saraceni e al Turco a pigliare la cittˆ di Romania che era
deÕ Cristiani e amazaro molti Cristiani e molte pi� crudeltˆ e uccisioni fŽro
quelli Genovesi aÕ Cristiani che non fŽro i Turchi, e per questo si tenea che
Dio avea mandato tanta mortalitˆ a i detti Genovesi e aÕ Cristiani e in
Turchia, e mor“ in Saracina eÕ tre quarti e cos“ deÕ Cristiani. |
Il Breve
Chronicon Flandriae riporta lÕopinione
diffusa ad Avignone [184]:
|
Quis finis vel quod principium, Deus scit; quidam
tamen timent quod pro morte Andree regis, qui ita trucidatus fuit, Deus his
malis mundum flagellat. |
Per
Guglielmo Cortusi la peste � solo la pi� tremenda delle punizioni divine, ma a
scopo correttivo: Çad correctionem humani generisÈ [185]; la ragione sta nel perdurare di guerre dovunque [186]:
|
Hoc tempore Christianitas in quinque locis furebat
in armis. Primo contra Turcos, iuxta Smirnas: et Rex Angliae contra Franciam:
Rex Hungariae in Apuliam: Rex vero Boemiae, electus Imperator, contra
Bavariam: Tribunus Romae oppressus a Patribus fugit in Apuliam. |
In
ogni caso al peccato bisogna porre rimedio. Diverse cronache riportano
lÕepisodio di quel signore pagano che aveva manifestato lÕintenzione di farsi
battezzare, ma che, dopo aver sentito che i cristiani erano ugualmente vessati
dalla peste quanto i musulmani, aveva cambiato proposito [187]; doveva insegnare che la colpa della peste non era
nel perdurare del paganesimo. Ci˜ nonostante si rivers˜ generalmente
allÕesterno, sui non-cristiani, o sui cristiani troppo tiepidi, o sui peccatori
pubblici, lÕaccusa di essere allÕorigine del male.
Dapprima,
per˜, ci fu la grande ventata dei flagellanti, risorta grandiosamente giusto
nel 1348 [188]; che per˜, seppure nata, - pare - ancora una volta,
come nel 1260, in Italia, primo paese occidentale colpito dalla peste, non
conobbe nella penisola gli eccessi che tanto colpirono invece i cronisti
tedeschi e francesi nelle loro regioni, al punto che Frantisek Graus ha
indicato nel nesso peste-flagellanti-persecuzioni ebraiche la cifra pi�
appariscente della crisi europea della metˆ del secolo [189].
Persecuzioni
ebraiche e penitenti pubblici impressionarono grandemente i contemporanei, non
necessariamente in questÕordine; in molti casi si riferiscono prima le
manifestazioni dei penitenti, quindi le persecuzioni, come negli Annales
Mellicenses [190]. E molti, ad esempio la Continuatio Zwetlensis
Quarta e Froissart, diedero maggiore
rilievo al fenomeno dei flagellanti, pi� che alla peste che lÕaveva causato [191].
* * *
Su
questa base tipologicamente comune si evidenziano, per una maggiormente
caratterizzata posizione, alcuni cronisti. Procediamo di qui in avanti seguendo
lÕitinerario geografico e, grosso modo, parallelamente cronologico, della peste
in Europa. Non stupisca veder riservato maggiore spazio allÕItalia, che vide
per prima il male e pi� ne sofferse: pi� ne parlarono i suoi cronisti.
3. Italia
|
3.1. Michele
da Piazza
|
Il
primo cronista di rilievo che incontriamo � il siculo Michele da Piazza. Il
quadro dellÕepidemia da lui fornito [192] � particolarmente vivace. Poco incline alle ampie
interpretazioni, Michele intende il tempo del flagello, alla pari di ogni altro
evento da lui registrato, come Çrealtˆ viva di sua vitaÈ [193].
Lo
scoppio della peste avviene in un quadro idilliaco:
|
Siculis vero de huiusmodi pace nimium
congaudentibus, et sub pace existentibus tranquilla Deum collaudantibus de
tam immenso dono, quod antiqui Reges Siculi hactenus obtinere minime
potuerantÉ, |
appena velato - Çnimium congaudentibusÈ - dalla
deprecazione di un eccesso di fiducia nella felicitˆ dello stato presente. Ma
ecco che allÕinizio di ottobre del 1347 dodici galee genovesi attraccano al
porto di Messina. Su di loro pesava la collera divina:
|
É divinam fugientem ulcionem, quam Dominus noster
pro eorum iniquitatibus desuper eis transmiseratÉ |
Michele
non dice le ragioni dello sfavore divino, che comunque riguarda i forestieri,
non glÕincolpevoli siciliani. Il male � giˆ nei genovesi, Çossibus infixumÈ, e
subito trasmesso, visto che bastava parlare loro, o toccare qualche oggetto
loro appartenuto, per contrarre la malattia, al punto da non poterne scampare.
I segni dellÕaffezione sono precisi ed inconfondibili: prostrazione totale e
dolore per tutto il corpo, pustole sulle gambe o sulle braccia, quindi sputo di
sangue che durava tre giorni, incessante, incurabile, fino alla morte. Resisisi
conto del male portato dalle galee genovesi, i Messinesi li allontanano dal
porto e dalla cittˆ con la massima celeritˆ. Le navi partirono, la malattia
rimase.
Incapace,
perchŽ fondamentalmente poco o nulla interessato, a trovare una spiegazione
dellÕinfuriare del morbo, il cronista isolano risolve il tema in una casistica
minuziosa ed accurata, tutta tesa al contrario a restituirne il carattere
totalizzante. Il resto, la vita politica o amministrativa, i protagonisti della
vita pubblica, tutto scompare; rimangono i rapporti personali, o meglio, la
disgregazione di essi. Subito si innesca un crescendo pericolosamente orientato
al completo annullamento dei legami umani, che va perfino oltre la volontˆ dei
singoli: se il figlio si ammalava il padre ricusava di avvicinarsi a lui, e se
osava farlo immediatamente contraeva il male e nel giro di tre giorni esalava
lÕultimo respiro; e con lui morivano tutti i membri di quella famiglia, e gli
animali domestici. Non solo i rapporti di naturale solidarietˆ familiare sono
cos“ profondamente alterati, perchŽ allo stesso modo - oltre il volere
personale, ripeto - entra in crisi anche la solidarietˆ religiosa, anche quella
sacramentale, e quella civile che si esprime nel riconoscimento pubblico delle
volontˆ ultime: molti ricorrevano ai sacerdoti per confessare i propri peccati,
ai notai per fare testamento, e preti, giudici e notai non volevano entrare
nelle loro case, e chi entrava non poteva evitare una morte rapida. I frati
degli ordini mendicanti e gli altri regolari che erano assidui nelle
confessioni e nellÕamministrazione dei sacramenti erano i pi� colpiti. I
cadaveri rimanevano abbandonati nelle case: nessuno, prete, figlio, padre,
parente aveva il coraggio di entrare, ma si ricorreva a carrettieri pagati non
poco per portare le salme alla sepoltura. Le case rimanevano aperte, con tutto
quello che contenevano, comprese le ricchezze: se qualcuno avesse voluto
entrare niente glielo avrebbe impedito. LÕimprovvisa pestilenza si svilupp˜ al
punto che prima non vi fu un numero sufficiente di persone in grado di fornire
aiuto, ed in seguito non ve ne furono affatto.
Infine
la cittˆ � devastata tanto da rischiare la fine. I cittadini decidono di
abbandonarla, si vieta agli altri non di entrarvi, ma neppure di avvicinarsi ad
essa. I Messinesi si rifugiano in campagna, in luoghi aerati ed in mezzo alle
vigne ben oltre il limite dellÕabitato; un gran numero si dirige a Catania,
fidando nellÕaiuto della vergine Agata; altri passano in Calabria, altri in
diverse regioni della Sicilia.
Ed
il crescendo aumenta di intensitˆ e di orizzonte. Che serve la fuga, se il male
era nelle loro ossa e viaggiava con loro? I fuggitivi morivano nei campi, nelle
strade, sulle spiagge, nei boschi, dovunque. Chi arriv˜ a Catania mor“ lˆ dove
era stato ospitato, e la mortalitˆ portata dai Messinesi crebbe tanto che a
richiesta dei cittadini catanesi il patriarca decret˜ sotto pena di scomunica
di non seppellire alcun messinese in cittˆ, ma piuttosto fuori, in fosse molto
profonde.
Dopo
i congiunti che si evitavano vicendevolmente, i Catanesi che evitano i
Messinesi. CÕera chi per terrore non parlava neppure con essi, ma fuggiva alla
loro vista. Se qualcuno rivolgeva loro la parola, lo apostrofavano: Çnon mi
parlari ca si MissinisiÈ. Non trovavano case dove risiedere, e se non ci
fossero stati alcuni messinesi abitanti a Catania con le loro famiglie ad
ospitarli di nascosto, sarebbe loro totalmente mancato ogni aiuto. Dopo
Messina, Catania; dopo Catania lÕisola intera. Si disperdono i contagiati, e
giungono a Siracusa, Sciacca, Agrigento, soprattutto Trapani, che quasi
perdette la totalitˆ degli abitanti.
Disegnato
il quadro generale Michele torna sugli individui martoriati, e descrive
minutamente il decorso della malattia: non solo le pustole volgarmente chiamate
antrachi, ma anche ghiandole
crescevano in diverse parti del corpo, sul petto, alle gambe, alle braccia alla
gola. AllÕinizio erano come nocciole, e venivano insieme ad un gran gelo, e
prostraevano a tal punto che ci si poteva solo stendere, in preda ad una
altissima febbre e ad una angoscia profonda. Poi crescevano come noci, come
uova di gallina, di anatra, ed il dolore enorme e la corruzione degli umori
interni costringevano a sputare sangue, e lo sputo, salendo dal polmone infetto
alla gola, corrompeva il corpo intero, ed il corpo corrotto, non pi� sostenuto
dagli umori, esalava lo spirito. La malattia durava tre giorni; nel quarto
almeno il corpo era liberato dalle sofferenze di questo mondo.
LÕimpotenza
dei rimedi lascia una sola speranza: quella di raggiungere il bene ultimo.
Considerando il breve ciclo del male, i Catanesi, come erano preda del mal di
capo e del freddo intenso per il corpo, subito si confessavano, quindi facevano
testamento. Ma giudici e notai stanchi si rifiutavano di andare per i
testamenti, e se si recavano da qualche ammalato, ne stavano ben lontani; i
sacerdoti non si sottraevano al loro dovere, ma nŽ giudici e notai per i
testamenti, nŽ sacerdoti per i sacramenti, erano sufficienti alla bisogna.
Perci˜ il patriarca, volendo provvedere alle anime, concesse a qualunque prete
la facoltˆ di assolvere dai peccati: tutti quindi guadagnarono certamente il
luogo della salvezza eterna.
Quanto
forte fosse stato il pericolo del totale annichilimento delle grandi cittˆ
dellÕisola, e della sua vita civile, era stato evidente, ma per quanto
terribile, per quanto segno tremendo della caducitˆ del benessere, non si
trattava della fine del mondo, nŽ di un evento inesplicabile, in sede di
bilancio finale. Il male era venuto da fuori, lo si era sub“to, non causato; se
non si era stati in grado di combatterlo, si era comunque sopravvissuti. La
peste in Sicilia era stata una prova grandiosa, ma in fondo assimilabile:
niente pi� che un brusco cambio di velocitˆ, unÕaccelerazione inconsueta della
parabola umana, una via rapida verso il destino ultimo dellÕuomo. Il tratto
intermedio si era compresso, ma lÕalfa e lÕomega rimanevano inalterate.
3.2. Cronaca senese
|
LÕautore
della cronaca senese attribuita ad Agnolo di Tura [194], sa che a Natale la peste � in Dalmazia e giˆ a
Genova [195], portatavi da alcune galee genovesi provenienti dal
Mediterraneo orientale dove avevano combattuto:
|
Le galee deÕ Genovesi tornaro dÕoltramare e da la
cittˆ di Romania a d“ ....di novenbre e tornaro con molta infermitˆ e
corutione dÕaria la quale era oltremare, inpercoh� in quel paese dÕoltremare
mor“ in questo tempo grande moltitudine di gente di morbo e pestilentia.
Essendo gionte a Gienova le dette galee tenero per la Cicilia e lassorovi
grande infermitˆ e mortalitˆ, che lÕuno non potea socorare lÕaltro: e cos“
gionti a Gienova di fatto vÕattacoro il morbo grandissimo e morivavi molta
gente, e dur˜ questo pi� semane e continuo cresceva il detto morbo e per
questo tutti quelli navili furono tutti cacciati di Genova, e cos“ si partiro
quelle maledette galeeÉ |
Cacciate da Genova le navi vanno a Pisa ad inaugurare
il nuovo anno:
|
É e vennero a Pisa a d“....di gienaio, e come
furono a Pisa nella piaza deÕ pesci e a qualunque favellavano subitamente
amalavano di morbo e subito cadevano morti, e cos“ chi favellava a quelli
amalati o tochasse alcuna di le loro cose, cos“ di subito amalavano e
morivano, e cos“ si sparse per tutta Pisa, per modo che vi fu tal d“ che ne
moriva 400É |
Di
qui, dice il cronista senese, lÕepidemia si sparse in tutto il mondo. Da Pisa
con le Çmaledette galeeÈ a Piombino; nel febbraio a Lucca, a marzo a Firenze,
tra aprile e maggio a Siena, Perugia, Orvieto, ed oltre lÕAppennino a Bologna e
Modena [196].
Ma
nonostante questo avvio di respiro ampio, almeno sul piano regionale,
lÕorizzonte del cronista ben presto si restringe recisamente allÕambito
cittadino. La descrizione propria della peste, dopo un avvio convenzionale [197], sembra prendere la via del ricordo personale: ÇE io
Agnolo di Tura, detto il Grasso, sotterrai 5 miei figliuoli coÕ le mie maniÉÈ [198], tanto che il Larner rimanda a questa cronaca per
esemplificare come si trattasse di un fenomeno dalle rilevanti conseguenze
psicologiche [199]. Ma dopo questo breve cenno di carattere
autobiografico, il cronista presenta invece una situazione generale,
tipicamente cittadina; anzi tipicamente senese.
Non
gli importa indagare le ragioni, terrene o divine che siano, del male, quanto
piuttosto esclusivamente gli effetti che ebbe lÕepidemia nella vita della
cittˆ. Ed ecco, nellÕordine, la sensibilitˆ dei governanti nel provvedere
allÕassistenza degli indigenti, fino alla sepoltura, lÕinsistenza sulla
decimazione della popolazione [200], lÕabbandono delle opere pubbliche [201] e delle cave dÕargento, oro e rame, lÕincapacitˆ ad
impedire lo strazio dei cadaveri da parte delle bestie selvatiche, lÕelenco dei
notabili vittime del male. Infine, Çrestata la pestilentiaÈ, il disordine della
condotta dei sopravvissuti: Çognuno che scanp˜ atendevano a godere; frati,
preti monache e secolari e donne tutti godevano, e non si curavano lo spendere
e giocare, e a ognuno pareva essere richo, poich� era scanpato e riguadagnato
al mondo, e nissuno si sapea assettare a far nienteÈ [202]. Si noti, oltre il rinvio ad un passo parallelo di
Matteo Villani, su cui ha richiamato lÕattenzione il Mollat [203] - e numerosi altri potrebbero essere ricordati -,
che la sensazione di riacquisto di vitalitˆ fosse per il cronista senese solo
relativa - tutti si consideravano ricchi per il sempice fatto di essere
sopravissuti -, mentre reale invece fu lÕinterruzione di un periodo di
floridezza che aveva visto nella costruzione del nuovo duomo la sua
manifestazione pi� appariscente. Il tempio moderno non si costru“ pi�, e non
perchŽ i Senesi, superato il periodo angoscioso della peste, avessero perso la
testa in un totale rilassamento morale:
|
E per cagione di detta moria si tralass˜ e non si
segu“ pi� oltre per la poca gente che rimase in Siena, e anco per le
malinconie e affanni che ebe chi rimase. E anco li maestri, che tolsero a
fare detto lavorio, quasi tutti morirono. E similmente i cittadini che erano
operai al detto lavoro moriro, il quale difitio si cominci˜ nel 1338, come
indietro � detto [204]. |
Erano
venute meno le forze morali e materiali che avevano spinto tempi addietro a
quellÕopera grandiosa di celebrazione della opulenza della cittˆ. Se in seguito
il cronista sembra di nuovo allineare i fatti degni di menzione per la vita
cittadina, come se nulla fosse cambiato, non pu˜ esimersi dallo stilare un
bilancio finale da cui emerge chiaramente, oltre il moralismo, che la societˆ
senese nel breve volgere di un anno, � profondamente mutata:
|
1349. Doppo la gran pestilentia de lÕanno passato,
ogni persona viveva sicondo il suo albitrio; e ogni persona tendeva a godere
di mangiare e bere, cacciare, uccellare e giocare; e tutti li denari erano
venuti a le mani di gente nuova [205]. |
Dove
non conta tanto la deprecazione degli eccessi, quanto piuttosto la
constatazione di un emergere di nuovi ricchi e potenti. Veramente qui la peste
appare giocare un ruolo importante nella storia dello sviluppo della vita
civile in Siena, e la valutazione dello storico moderno, ben pi� motivata,
dialoga con quella dello storico antico [206].
3.3. Matteo
Villani
|
Matteo
Villani inizia la sua continuazione della cronaca di Giovanni proprio dalla
peste in cui il fratello maggiore era scomparso. Rivolgiamoci, accogliendo ancora
una volta lÕesortazione di Arsenio Frugoni [207] a porre particolare attenzione ai prologhi, tanto
fruttuosa - basterˆ ricordare quanto sul piano tipologico � servita a Bernard
GuenŽe [208] -, e, per quel che ci interessa qui, particolarmente
al prologo al capitolo primo, che � anche, e soprattutto, prologo allÕintera
opera. In veritˆ molto � giˆ stato scritto circa i prologhi di Matteo [209], veri manifesti programmatici e riassunti icastici
della sua Çconcezione del mondoÈ. Ora quel prologo � lÕillustrazione pi� piena
di uno Çsfiduciato moralismoÈ [210], constatazione del caos che regna sovrano dovunque,
sia per lÕazione umana, sia per lÕinfuriare delle forze della natura; ma,
chiediamoci, � anche Çconsapevolezza lucida di una crisi del mondo presenteÈ,
come vedeva proprio qui a Todi qualche anno fa Enrico Artifoni [211]? Se per Giovanni Aquilecchia il pessimismo di Matteo
ha in questo punto la sua prima manifestazione Çdi stampo biblico-cristianoÈ [212], se per il Green quel pessimismo mostra di
risolversi in una per dir cos“ dissoluzione storiografica [213], ci pare doveroso osservare che la presentazione
dellÕopera si muove non allÕindietro, sul piano dellÕapocalisse, al pi� in
rassegnata attesa del giudizio ultimo, ma su quello pi� propriamente positivo e
propositivo tutto volto al futuro. Tanto pi� che, se Aquilecchia nota come tema
tra i pi� ÇinteressantiÈ le tirate antiecclesiastiche di Matteo [214], che sembrerebbero rendere materiche nello scritto
della cronaca le tensioni del tempo, tra Firenze ed Avignone, Artifoni ha
mostrato come fossero presenti nel secondo Villani sincera ed appassionata fede
repubblicana e - soprattutto, aggiungiamo noi - una Çintransigenza guelfaÈ [215] che, per quanto pi� reazione emotiva che meditazione
politica, sono in un qualche modo quella risposta alternativa al disordine del
mondo che Aquilecchia pensava arduo poter rintracciare nella cronaca Çal di lˆ
dello sfiduciato senso del precarioÈ [216]. Per dire che se il prologo al primo libro � come
allÕinizio della nona sinfonia beethoveniana, il segno del caos, si dovrebbe
constatare che il resto del lavoro non � affatto lÕillustrazione del regno del
caos; altrimenti non si capirebbe come subito dopo, per quanto sicuramente in
omaggio ad un preciso schema retorico, si giustifichi quella fatica con la
speranza - la parola appare esplicitamente - di giovare, in maniera tutta
particolare a coloro che sono Çmeno spertiÈ, in modo che Çcon fatica e studio
da poter venire a operazioni virtudioseÈ. Di pi�: teniamo conto che il quadro
sconsolato del mondo - quadro sconsolato dellÕesistenza - si prolunga e si
amplifica nei successivi capitoli, dal primo al quinto, che costituiscono
proprio i limiti entro cui si iscrive la peste del 1348.
Consideriamo
la partenza, giˆ a suo modo ambiziosa: si delinea immediatamente lÕimmane
soffio della storia umana:
|
Trovasi nella santa ScritturaÉ |
Il
male che colpisce il mondo ha la sua prima motivazione nel male commesso dagli
uomini; cos“ si leggeva nel prologo allÕopera,
|
É per la macchia del peccato la generazione umana
tutta � sottoposta alle temporali calamitˆ e a molta miseria e a innumerabili
maliÉ |
ed
allo stesso modo si prosegue qui: cos“ era stato al tempo del diluvio, quando
il peccato aveva corrotto lÕumanitˆ intera:
|
É avendo il peccato corrotto ogni via della umana
carneÉ [217]. |
In
seguito, se non vi furono pi� diluvi universali, in accordo con la promessa
divina a NoŽ, suggellata dallÕarcobaleno [218], che per˜ Matteo non ricorda affatto, si
susseguirono Çdiluvi particolari, mortalitˆ, corruzioni e pistolenze, fami e
molti altri mali che Iddio ha permesso venire sopra gli uomini per li loro
peccatiÈ. Questa insistenza sui ÇdiluviÈ non pare affatto puramente topica,
visto che i due anni precedenti erano proprio stati caratterizzati da
unÕanomala abbondanza di piogge, come abbiamo ricordato sopra, e la stessa
parola ÇdiluvioÈ, in volgare ed in latino, si trova largamente adoperata in
proposito nei testi coevi, di cronisti e non [219]. Quindi Matteo dˆ un saggio di storia delle grandi
epidemie, ovviamente per quel che sa. E sa - con qualche confusione -
dellÕepidemia Çal tempo di Marco Aurelio Antonio [220] e Lucio Aurelio Commodo imperadoriÈ; poi di quella
Çal tempo di Gallo Ostilio Augusto e Bolusseno suo figliuolo, occupatori dello
imperio e gravi persecutori dei cristianiÈ [221]; continu˜ per i tre lustri successivi [222]. Ma poi pi� nulla; la sua cultura storica � troppo
modesta per consentirgli di proseguire la rassegna, e subito viene al caso
presente, che, naturalmente, non solo regge il paragone con le pestilenze
antiche che ha ricordato, ma addirittura le sovrasta per lÕampiezza delle
regioni colpite, Çuniversale giudicioÈ, perfino superiore incomparabilmente, se
guardato dallÕentitˆ delle vittime, a quello del diluvio universale, che colp“
i pochi abitanti della terra di allora [223].
Ma
� tempo per il Villani di entrare in argomento. LÕinizio proprio � a dir poco
sconcertante: Matteo si propone di narrare Çlo sterminio della generazione
umanaÈ, scandendone tempi e modi, fenomenologia e vastitˆ, e subito si stupisce
non della terribilitˆ del male, ma piuttosto della Çmolta misericordiaÈ usata
dalla Çdivina giustiziaÈ in quellÕoccasione, visto che lÕumanitˆ sarebbe stata
invece degna Çper la corruzione del peccato di final giudizioÈ. Il peccato in
questione non � certo quello originale, ma anzi il dilagare presente del
peccato, giunto a tanto da meritare lÕestinzione estrema. Anche se poi il
Villani non ci dice affatto in che consistano quei peccati talmente diffusi da
causare la collera divina. In realtˆ � proprio questa indeterminatezza a
chiarire di che si sostanzi e fino a che punto giunga il tanto conclamato
scetticismo villaniano. Se il cronista senese giudicava lÕepidemia giusto
castigo divino per il malvagio comportamento dei genovesi, esteso poi per
riverbero a tutta la cristianitˆ [224], Matteo, che pure sa bene del modo preciso in cui il
male � giunto in Occidente, ne incolpa lÕintera razza umana: per il senese il
tramite furono le Çmaledette galee deÕ GenovesiÈ; per il fiorentino alcune
Çgalee dÕItalianiÈ. Ugualmente in chiave cosmica, viene intesa la parabola
complessiva del male. LÕavvio solenne, ÇVidesi negli anni di Cristo, dalla sua
salutevole incarnazione, 1346ÉÈ, non � puro dato cronologico, ma afflato
provvidenziale in cui situare esattamente il fenomeno. Cos“ la precisazione
astrologica, su cui evidentemente molti avevano attirato (poi) lÕattenzione,
per additarne un segno premonitore, viene riportata per dovere di cronaca [225], ma con la precisazione esplicita che non certo l“
sta la ragione profonda del male: a questa conclusione conducono una
constatazione a metˆ tra lo scientifico ed il senso comune, e la convinzione
religiosa:
|
É la congiunzione di tre superiori pianeti nel
segno dellÕAquario, della quale congiunzione si disse per gli astrolaghi che
Saturno fu signore: onde pronosticarono al mondo grandi e gravi novitadi; ma
simile congiunzione per li tempi passati molte altre volte stata e mostrata,
la influenza per altri particulari accidenti non parve cagione di questa, ma
piuttosto divino giudicio secondo la disposizione dellÕassoluta volontˆ di
Dio. |
Matteo
ripete qui quanto giˆ il fratello Giovanni aveva osservato a proposito della
pestilenza del 1347 [226]; Boccaccio era stato apparentemente neutrale [227]:
|
É mortifera pestilenza, la quale o per operazione
deÕ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a
nostra correzione mandata sopra i mortaliÉ |
Ma
la peste serviva al grande narratore per disegnare il suo contrario, lo scuro
su cui tracciare i disegni chiari delle speranze e dei lieti conversari; per
Matteo � invece il momento ammonitore dellÕapocalisse finale, il flagello che
colpisce tutti, Çgli uomini dÕogni condizione di catuna etˆ e sessoÈ, prima in
Oriente dove ha origine, e poi in Occidente. Anche la vastitˆ del quadro
geografico,
|
CominciossiÉ inverso il Cattai e lÕIndia [228] superioreÉ si venne di tempo in tempo e di gente
in gente apprendendo: compreseÉ la terza parte del mondo che si chiama AsiaÉ
sÕaggiunse alle nazioni del Mare Maggiore e alle ripe del Mare Tirreno, nella
Soria e Turchia, e in verso lo Egitto e la riviera del Mar Rosso, e dalla
parte settentrionale la Rossia e la Grecia, e lÕErminia e lÕaltre conseguenti
provincieÉ, |
anche questo accumulo, dal generale (lÕAsiaÉ) alle
regioni pi� particolari ed individuate, ma sempre con una riserva di mitico, lontano
ed in fondo terrorizzante, situa lÕarrivo del male in un immane soffio divino
che avvolge lÕumanitˆ. Di questa terribile grandiositˆ devono prendere
coscienza i lettori, non i fiorentini, non gli Italiani, ma le Çnazioni che
dopo noi seguirannoÈ; questa � la ragione precisa per cui scrive Matteo.
Le
Çgalee dÕItalianiÈ venute dallÕOriente infettano la Sicilia, e quindi Pisa, e
Genova. Quindi riprende vigore il grande respiro provvidenziale: Çconseguendo
il tempo ordinato da DioÉÈ, parallelo apocalittico dellÕevangelico tempo della
salvezza, la Çmortale pestilenzaÈ avvolge la Sicilia intera, e quindi lÕAfrica,
il Tirreno e le sue isole e tutta Europa: lÕItalia, la Provenza, la Spagna fino
allÕOceano, lÕIrlanda, lÕInghilterra, la Scozia, ed infine Çgli Alamanni e gli
Ungheri, Frigia, Danesmarche, Gotti e Vandali e gli altri popoli
settentrionaliÈ. Il panorama storico e geografico della peste si conclude cos“,
tumultuosamente dilatandosi, e tutto avvolgendo, fin nelle brume pi� estreme
del nord, come dalle leggendarie estremitˆ orientali si era mosso.
Sulla
atrocitˆ dei comportamenti ingenerata dal terrore del male insiste anche il
Villani, soprattutto nei confronti di chi pi� avrebbe avuto bisogno di aiuto.
Tutti i cronisti sottolineano con analoghe parole, sappiamo, Çla crudeltˆ che
era e modi dispiatatiÈ, come si esprime la cronaca senese [229], ad ogni livello, anche tra i parenti pi� intimi [230], ma Matteo � il solo a classificare come
originariamente ÒbarbaraÓ quellÕÇinumanitˆ crudeleÈ, che pure si ritrov˜ in
seguito anche fra i cristiani [231]. La sollecitudine reciproca poteva esser un rimedio,
ma tutti evitavano i malati. Di contro allÕinsieme degli altri cronisti -
notevole correzione ad un pessimismo rassegnato -, il solo Villani sostiene che
chi si era giˆ disposto alla morte, volendo continuare a prestare soccorso a
parenti ed amici infermi, pur contraendo il male non mor“, e potŽ continuare la
sua opera, e la cosa incoraggi˜ altri a fare altrettanto, per cui molti, cos“
sollevati, poterono guarire [232].
Il
tempo successivo alla peste pare il culmine del pessimismo villaniano. Il
quarto capitolo, Come gli uomini furono peggiori che prima, esemplifica la norma che, scampato il pericolo,
dopo i giorni del dolore, Çgli uomini trovandosi pochi e abbondanti per lÕereditˆ
e successioni dei beni terreni, dimenticando le cose passate come state non
fossono, si dierono alla pi� sconcia e disonesta vita che prima non aveano
usataÈ. Senza limiti ci si diede ai piaceri, cibi, vesti, lussuria, senza
freno, anzi nei modi pi� esasperati. Se Dante aveva poco dopo lÕinizio del
secolo contrapposto gli eccessi di comportamento della Firenze di allora alla
misura della Firenze di Cacciaguida, se Riccobaldo negli stessi anni aveva
fatto pi� o meno lo stesso per la sua Ferrara [233], oltre mezzo secolo pi� tardi Matteo Villani non pu˜
giˆ pi� ripercorrere quel modello: esecrazione dei tempi presenti, s“, ma
nessun ricordo di tempi pi� morigerati! Da troppo tempo Firenze viveva in un
clima di benessere tale da avere fatto del tutto dimenticare lÕetˆ dei sobri
costumi degli antenati. E Matteo scioglie la sua amarezza senza speranza in
dimensioni universali: non si tratta della sola Firenze infatti, Çe cos“, e
peggio, lÕaltre cittˆ e province del mondoÈ. La chiusa del capitolo � speculare
allÕinizio del primo capitolo: lˆ si partiva dalla Scrittura, dal diluvio; qui
si ammonisce che Çsecondo il profeta Isaia, non � abbreviato il furore dÕIddio,
nŽ la sua mano stancaÈ. Cos“ si conclude lo spazio dedicato alla peste. Il
capitolo successivo, Come si stim˜ dovizia, e segu“ carestia, serve egregiamente ad illustrare per Ruggiero
Romano e John Day la crisi italiana della metˆ del Trecento [234], per il Mollat Çle conseguenze sociali e morali
della pesteÈ [235]; sorprende che questi qualificati commentatori citino
il brano a sostegno di interpretazioni offerte con scarsa problematicitˆ, quasi
che le conseguenze dellÕepidemia non potessero essere naturalmente che quelle. Mentre invece � da rilevare che il
fiorentino e sensibile agli ÒaffariÓ Matteo Villani, un ÒespertoÓ dÕallora,
presenti quelle conseguenze come la negazione delle previsioni naturali. Un buon conoscitore delle leggi di mercato, come
era Matteo, confessa che lui, e come lui tanti altri, non erano stati in grado
di immaginare quello che sarebbe successo, anzi avevano supposto il contrario.
Lo studioso di oggi sorride con compatimento di fronte ai lamenti moralistici
di Matteo, mettendo in mostra la propria conoscenza delle leggi economiche, e
dimenticando quello che oltre un secolo fa aveva notato Jakob Burckhardt: ÇUn
fiorentino soltanto poteva lasciare scritto come tutti si aspettassero che, per
la scarsezza degli abitanti, tutti i prezzi delle cose ribassassero, e come
invece e viveri e mercedi siano rincarati del doppio; come il popolo in sulle prime
non volesse pi� lavorare, ma darsi buon tempo; come nella cittˆ non potessero
pi� aversi nŽ servi, nŽ fantesche se non a prezzi elevatissimi; come i
contadini non volessero pi� coltivare che i terreni migliori, lasciando incolti
gli altri e come gli enormi legati lasciati durante la peste a favore dei
poveri apparissero dopo inutili affatto, perchŽ i poveri o erano morti o poveri
pi� non eranoÈ [236]. PerchŽ condannare il moralismo, ricorrere al
liberatorio passepartout della
ÒmentalitˆÓ di un uomo del Medioevo, e non limitarsi alla constatazione che si
trattava semplicemente di un fatto,
registrato da altri, pi� o meno con le stesse modalitˆ, anche altrove, in
Italia ed in Europa [237]? Se invece si trattava di un errore di valutazione
dei contemporanei, in generale, non sarˆ inutile ricordare che ancora
lÕÒespertoÓ moderno Robert Fossier ha dovuto avvertire che non sempre - anzi,
quasi mai - i modelli ÒmoderniÓ funzionano per i secoli finali del Medioevo [238]. Anche la peste era stato un fatto, e quel che era seguito, insomma, appariva tale da
vanificare le leggi economiche nelle quali una persona particolarmente versata
per il mondo economico, come appunto Matteo Villani, credeva; si delineavano
nuovi comportamenti, nuove leggi, un nuovo tempo, da comprender su basi
diverse; del nuovo tempo, la peste era stata, per Matteo, la cifra iniziale.
Ma
torniamo a chiederci quale sia lÕinsegnamento che i lettori devono trarre,
quali siano Çil consiglio e Õl rimedio dellÕavversitˆÈ che il Villani si
proponeva di indicare programmaticamente. La risposta ora � semplice e
disarmante: niente pi� che la constatazione che qualunque catastrofe, per
quanto enorme, non � dovuta al mal fare contingente; che non � ragione alcuna
di trovare giustificazione allÕinfuriare di una forza naturale -
incontrollabile -, nella cattiva condotta di questo o di quello, singoli o
collettivitˆ. La ragione profonda � nella stessa natura dellÕesistenza, tutta
ed esclusivamente nelle mani di Dio. NŽ angoscia inerte, nŽ presunzione quindi;
nŽ scarico di responsabilitˆ, nŽ identificazione di colpevoli, perch� tutti, e
da Adamo, siamo colpevoli; la ÒlezioneÓ della peste deve avere validitˆ al
livello delle coscienze, deve spronare Ça operazioni virtudioseÈ, non per
placare lÕira di un Dio irraggiungibile, ma per agevolare il tragitto terreno
dellÕuomo. Cos“ essendo intesa la vita, limpido significato acquista allora il
prologo:
|
É per la macchia del peccato la generazione umana
tutta � sottoposta alle temporali calamitˆ e a molta miseria e a innumerabili
mali i quali avvengono nel mondo per varie maniere e per diversi e strani
movimenti e tempi, come sono inquietazioni di guerre, movimenti di battaglie,
furore di popoli, mutamenti di reami, occupazioni di tiranni, pestilenzie,
mortalitˆ e fame, diluvi, incendi, naufragi e altre gravi cose delle quali
gli uomini neÕ cui tempi avvengono, quasi da ignoranza soppresi, pi� forte si
maravigliano e meno comprendono il divino giudicio e poco conoscono il
consiglio e Õl rimedio dellÕavversitˆ, se per memoria di simiglianti casi
avvenuti neÕ tempi passati non hanno alcuno ammaestramento; e in quelle che
la chiara faccia della prosperitˆ rapporta non sanno usare il debito
temperamento, rischiudendo sotto lo scuro velo della ignoranza lÕuscimento
cadevole e il fine dubbioso delle mortali coseÉ |
Questa
coscienza esistenziale, nŽ angosciosa nŽ eroica, sostanzia lo scopo per cui
Matteo ha scritto la sua storia, il suo ÇammaestramentoÈ, in tempo di
ÇavversitˆÈ come in tempo di ÇprosperitˆÈ; la ÇconsapevolezzaÈ di Matteo
Villani veramente qui Çsi trasferisce sul piano del cosmoÈ [239] ed oltre, e dˆ un senso alla peste, a Firenze,
allÕItalia ed al mondo, in breve alla vita umana. Meditando la storia della
peste del 1348 si potrˆ in simili frangenti vivere consapevolmente: � la stessa
importante ÒlezioneÓ che il nostro contemporaneo Arno Borst trae dallo studio
del terremoto di quel medesimo anno [240]. Se le insicurezze sul mondo erano divenute in
Giovanni Villani insicurezza della persona, come rilevava il Green [241], in Matteo la catastrofe della peste era possibilitˆ
di esercitare quel rigore di concatenazione delle riflessioni che giˆ � stato
notato sul piano letterario [242], e motivo per procedere oltre in un maggiore
equilibrio dellÕanima.
3.4. Marchionne
|
La
ÒmutazioneÓ dei tempi, avvertita alla vigilia della peste da Giovanni Villani,
e dopo il male resasi evidente agli occhi del cronista senese e di Matteo
Villani, diviene pi� chiara in Marchionne fiorentino [243]. Tuttavia si potrebbe dire che la pagina della sua
cronaca dedicata alla peste � un intermezzo del mutamento in atto, tra un prima
in cui lÕorganismo cittadino sembra funzionare a fatica, ed un dopo in cui la
direzione amministrativa della cittˆ si avvia a riacquistare una nuova ed
efficace capacitˆ di intervento. La rubrica sulla Çmortalitˆ la quale fu nella
cittˆ di Firenze, dove morirono molte personeÈ rappresenta una netta cesura del
tessuto narrativo della cronaca, e si presenta con aspetti, per cos“ dire,
ÒmistiÓ, visto che accosta tributi diversi a quello che abbiamo detto il modulo
cronachistico convenzionale, a notazioni vivaci e popolaresche che hanno il
fresco sapore della realtˆ, vissuta personalmente - Marchionne nel 1348 aveva
dodici anni -, o comunque udita narrare da testimoni vicini cronologicamente e
spazialmente, amici, conoscenti e familiari.
LÕorizzonte
� ristretto: Marchionne ignora totalmente lÕepidemia al di fuori di Firenze,
non dice come vi fosse portata o da chi; il male scoppia senza una riga di
introduzione, improvviso, ingiustificato, non preceduto da segni premonitori,
nŽ come coronamento di eventi calamitosi o comportamenti colpevoli, un hˆpax
della storia di Firenze.
Il
quadro � colorito, ma piuttosto disordinato [244], tutto intessuto sui particolari, spesso risolto in
puri elenchi [245], ma anche con una tale abbondanza di aneddoti che,
oltre allÕorrore, non possono che essere diretti ad intendere la vicenda con un
certo distacco, fino a strappare un sorriso. Come quando racconta di quelli che
al malato dicevano: ÇIo vo per lo medicoÈ, ed una volta guadagnato lÕuscio non
si facevano pi� vedere; o degli altri che, con la scusa di evitare al malato la
fatica di chiamare durante la notte, gli ponevano accanto al letto ci˜ che si
pensava potesse essere dÕaiuto, pillole, vino, acqua, e dopo che il disgraziato
aveva preso sonno si allontanavano; o quando riferisce dei cadaveri ricoperti
con un leggero strato di terra, e quindi con altri cadaveri, ed altra terra,
come si fa con le lasagne ed il formaggio.
Ma
la somma dei particolari non fa una unitˆ. Gli elementi singoli rimangono a sŽ
stanti, una lista di fatti unici, efficaci nel complesso a rendere una
atmosfera, ma soprattutto orientati, crediamo, a restituire la disintegrazione
della cittˆ nellÕatomismo del particolare e del negativo: ÇTutta la cittˆ non
avea a fare altro che a portare morti a seppellireÈ [246]. Se non mancano gli interventi del pubblico -
divieto di celebrazione dei funerali con suoni di campane, catafalchi ed
annunci a voce; limitazione della partecipazione dei religiosi alle esequie;
proibizione di importare in cittˆ frutti considerati nocivi - si tratta di
provvedimenti, escluso lÕultimo, giusto diretti a confinare nellÕambito del
privato quelle manifestazioni di lutto che, troppo perniciose al morale perchŽ
cos“ numerose, non si giudicava opportuno ammettere come ordinarie. Quasi che
impedirne il clamore potesse nasconderne la diffusione. Ci si trova per˜ ancora
insieme, o nelle processioni Çgridando: ÒMisericordiaÓ, e facendo orazioniÈ, o
Çin brigata a mangiare per pigliare qualche confortoÈ; ma anche i pranzi con
gli amici sono unÕennesima occasione per constatare la mancanza dei convitati.
Solo
la fine dellÕepidemia rimette in moto lÕapparato di governo, fino a quel
momento solamente in grado di procedere alla conta dei decessi:
|
Nel detto anno, essendo ristata la mortalitˆ, era
in Firenze trasandato gli uomini e le donne nel vestireÉ e fessi ordine
sopra ci˜, e diessi bal“a a seguir gli ordini al giudice della grascia. Li sarti erano s“ forte smisuratiÉ Fu a loro
posto ordine quello dovessero t™rre dÕogni cosa per s�. Li fanti e fante erano s“ spiacevoli con
grandissimi prezzi che convenne farvi grosse pene a raffrenarle. Li lavoratori delle terre del contado volieno tali
pattiÉ Di che fu fatto ordini gravi sopra ci˜É Missesi freno ancora nelle
nozzeÉ [247] |
Il
controllo della situazione � ristabilito; la peste ha segnato un periodo di
totale arresto della capacitˆ del comune a fronteggiare la situazione; ma ora
tutto e passato. Il tempo si � fermato da marzo a settembre 1348; la storia di
Firenze riprende a scorrere.
3.5. Marco Battagli
|
Per
Marco Battagli da Rimini, autore di una cronaca dal valore discusso [248], la peste [249] va intesa come evento del tutto provvidenziale. La
chiave � tutta moralistica, ma grandiosa, di stampo biblico. Comincia anchÕegli
nel ricordo del diluvio universale:
|
É humana iniquitas et cuiuscumque generis peccata
tantum creverant super terram, quod eorum fetor et clamor ad iustas aures
pervenit altissimi. Tunc iusta Dei sententia, similis diluvio Noe, cum ignea
mortis acute plaga super omnem faciem terre irruit cum furore et quasi
inquit, sicut fecit tempore diluvii: - Omnem creaturam delebo et propter
eorum facinora finis universe carnis perveniat ad effectumÉ, |
che
riprende Gn. 6, 5-13:
|
Videns autem Deus quod multa malitia hominum esset
in terra et cuncta cogitatio cordis intenta esset ad malum omni temporeÉ
Delebo, inquit, hominem, quem creavi, a facie terraeÉ dixit ad Noe: Finis
universae carnis venit coram meÉ |
Opportunamente
dimentica il Battagli, come Matteo Villani, la promessa divina di non pi�
colpire il genere umano con un nuovo flagello ÒuniversaleÓ, e passa a
descrivere i segni del male che ha visto da vicino: Çtestimonium perhibeoÈ. Il
ricordo della congiunzione astrale sotto cui si � iniziata lÕepidemia, altrove
oggetto di discussione, � in lui declassata a nota puramente cronologica,
mentre lÕorigine prossima della malattia vien fatta discendere, come in altri,
da un grande fuoco. Solo che in Battagli quel fuoco offre il destro per
continuare il parallelo con la storia sacra, questa volta verso il tempo
ultimo. Come allÕinizio della storia umana la malvagitˆ aveva causato il
diluvio, cos“ oggi gli innumerevoli peccati hanno causato la peste; come il
giudizio finale avverrˆ nel segno del fuoco, cos“ la peste di oggi, sorta dal
fuoco, esemplifica e preannuncia il dies irae:
|
Hoc enim tale periculum Dei sententiam possumus
appellare et quasi videtur esse et fuisse iudicium futurum per ignem, quod in
Scripturis sanctissimis invenitur, quoniam illud infirmitatis iudicium processisse
ab igne videtur. |
In
questo modo il flagello � posto al centro della parabola spirituale, e lo
stesso Battagli, risparmiato miracolosamente - Çpro dei gratia ego evasiÈ -, �,
nel dilagare della malvagitˆ, segno del rinnovarsi della figura di No�, segno
del sopravvivere nellÕumanitˆ tralignata, di pochissimi buoni. Ma a questo
punto ogni possibilitˆ di una rinnovata storia parallela a quella biblica cade
bruscamente: non solo lÕira divina non ha colpito chi avrebbe dovuto colpire,
ma le cose ora, dopo la peste, stanno peggio di prima:
|
Omnes autem formose domine et viri iusti omnes vite
terminum assignaverunt et quasi iniqui et reprobi pro contrario remanserunt.
Quod post mortalitatem in operibus patuit, quia in duplo peiores sumus,
quoniam nullus de altero, si potest obesse, confidat, cur cupiditas et
avaritia modo ad presens in omnibus est conserta: ergo quasi ab omni
conversatione caveto. |
LÕimpostazione
iniziale del brano � profondamente turbata da questa conclusione; ma
evidentemente il Battagli ha barato: partito come un predicatore ha mostrato
alla fine il suo vero volto di pessimista politico. In realtˆ ci˜ che guida il
suo giudizio - anche a riguardo della peste - � lÕantiguelfismo sconsolato e
senza speranza di chi nel 1352 pu˜ solo concludere:
|
Modo solum ecclesia cum tyrannis in Ytalia
dominatur et Romanorum imperium et iustitia obscure sepulta sunt et
tyrannorum iniquitas et superbia cum Luciferi sequacibus, sicut in celo, ita
modo in terra deviat rectum iter [250]. |
Allora
si comprende come lÕÇhumana iniquitas et cuiuscumque peccataÈ, che hanno dato
origine allÕintervento divino, sono quegli stessi mali, Çcupiditas et avaritiaÈ
che si constatano regnare ancora, nonostante quellÕintervento; � lÕÇiniquitas
et superbiaÈ dei tiranni e della chiesa, negazione del ÇRomanorum imperium et
iustitiaÈ - unÕendiade! -, che regge e governa sovrana, parallelo terreno
dellÕazione luciferina nei cieli. La peste non ha cambiato nulla; la sola
consolazione, di chi non ha speranza di vedere un mutamento, � che alla fine,
se Dio vuole, ci sarˆ un giudizio.
4. Francia
|
4.1. Breve
Chronicon Flandriae
|
LÕanonimo
chierico di Fiandra che scrive della peste [251] comincia con il riportare il contenuto di una
lettera, spedita il 27 aprile 1348 da Avignone a Bruges, dal cantore e canonico
di Saint-Donatien Louis Heiligen, o Sanctus, uno dei pi� cari amici del
Petrarca, cui dedic˜ le familiari. Il resoconto � lungo e particolareggiato.
Oltre le dicerie sugli straordinari fatti dÕOriente che hanno preannunciato
lÕarrivo del male in Occidente - pioggia di animali repellenti e velenosi,
tuoni, fulmini e grandine in misura eccezionale, fuoco dal cielo ed
ammorbamento dellÕaria -, ritornano i vascelli maledetti di Genova, che in
questo caso sono il veicolo esclusivo di propagazione della peste, perchŽ uno
di essi, respinto da Genova, va verso Marsiglia, ed unÕaltro verso la Spagna. I
sintomi della moria sembrano indicare tre tipi diversi di malattie, di cui due
sembrano attagliarsi a quanto sappiamo della peste polmonare e di quella bubbonica,
mentre la terza sembra solo una variante della seconda. Si diffonde ancora il
canonico sulla facilitˆ del contagio, sulla entitˆ dei decessi, sullÕampiezza,
per quanto sa allora, dellÕepidemia, oltre il Rodano e fino a Tolosa. Dopo
altri particolari su quanto si fece ad Avignone, dˆ consigli per difendersi:
mangiare e bere con misura, proteggersi dal freddo, evitare ogni eccesso,
limitare al massimo i contatti umani, in conclusione chiudersi in casa ed
aspettare che lÕepidemia si esaurisca: cos“ faceva anche il papa. Ma poi il Chronicon pare dimenticarsi della peste per dedicarsi ad altri
fatti e fatterelli. Ma invece ritorna in due brevi paragrafi a rammentare che
lÕepidemia avanza in Borgogna e Normandia. Quindi riprende ad occuparsi di
tuttÕaltro: guerre, alleanze, miracoli, successioni. Fugacemente riferisce di
molte migliaia di ebrei bruciati a Worms ed altre cittˆ, sotto lÕaccusa di aver
avvelenato le acque - ma nessun cenno alla peste -, e passa per alcune pagine a
descrivere i flagellanti; ma gran parte dello spazio loro dedicato � occupato
dalla copia di una lettera del papa che li condanna senza eccezione. Poi pi�
nulla, in proposito. La peste rimane dunque sullo sfondo, neppure angosciosa e
incombente presenza che tutto condizioni, ma nulla pi� che elemento di una
cornice, alla pari di altri. Lo stesso legame dei flagellanti con il senso di
colpa suscitato dallÕepidemia � appena accennato: in realtˆ quello che
preoccupa � la dimensione del fenomeno, le manifestazioni disordinate, il
mancato inquadramento della devozione: Çquia sine auctoritate episcoporum vel
pape faciebantÈ. Non si dice neppure esplicitamente se il morbo � giunto nelle
Fiandre. In conclusione per il chierico autore del Chronicon si deve allineare quel male dopo e in mezzo ad altri
fatti, pi� o meno memorandi,
visto che non ha tali caratteri di eccezionalitˆ da esigere uno spazio compatto
ed una trattazione analitica.
4.2. Gilles
li Muisit
|
Gilles
li Muisit, abate di Saint-Martin-de-Tournai, ci ha lasciato una Nouvelle
chronique che va dalla Pasqua del
1349 al marzo 1353 [252]. Uomo di cultura modesta, prevalentemente poetica e
morale, tutto teso alle questioni pratiche, Gilles � tutto sommato Çun tŽmoine
secondaire de son tempsÈ [253]. Ma si tratta degli anni cruciali della peste, che
lo obbligano, con gli avvenimenti rilevanti ad essa collegati, a prendere una
posizione piuttosto netta.
Per
la veritˆ la peste lo occupa direttamente solo come conclusione di un periodo
per lui piuttosto impegnativo. Comincia infatti col descrivere le persecuzioni
contro gli ebrei nellÕaprile del 1349 a Colonia e nel Brabante [254], prosegue poi con lÕapparizione dei flagellanti
nella regione ed in particolare a Tournai, ed infine con lÕarrivo della peste
ed il suo sviluppo.
Pare
che il morbo non colpisse la regione in maniera grave quanto nelle regioni
circostanti [255]; in ogni caso essa precedette di poco lÕarrivo dei
flagellanti allÕinizio dÕagosto, ma divenne grave solo in settembre.
Anche
Gilles � particolarmente colpito dal fenomeno dei penitenti, come tanti altri
suoi contemporanei, ma ben pi� degli altri spinge il suo interesse fino ad
informarsi a fondo. Cos“ pu˜ fornire abbondanti dettagli sul movimento che,
dice, ha ricavato da conversazioni con i loro capi; lo impressiona in
particolare lÕeterogeneitˆ del reclutamento e nel contempo la capacitˆ di
omogenizzazione:
|
Et cantantes et ordinati ibant cantando secundum
suum ydioma, Flamingi in flamingo, illi de Brabantia in Theutonico, et
Gallici in gallico. Habebant cantilenam ordinatam secundum suum ydioma,
quam cantilenam incipiebant cantores ordinati, ceteris una voce
respondentibusÉ Surgebant et cantando de beata Virgine, juxta suum ydioma. |
La
pietˆ sincera e commovente fˆ s“ che sulle prime i flagellanti possano giungere
a Tournai e fare le proprio opere di devozione con il benestare delle autoritˆ [256]. Ma la reazione non tarda: la religiositˆ popolare
espropria il diritto-dovere di indirizzo e di guida proprio della dirigenza
religiosa [257], che non pu˜ permettere alcuna alienazione in
proposito, pena la perdita del proprio ruolo, in sede locale come al sommo
vertice. Ed ecco il capitolo di Tournai opporre le proprie processioni,
predicazioni e penitenze a quelle dei flagellanti [258]. Ma cÕ� di pi�: la mobilitazione spirituale si fa
sempre pi� razionale e sistematica. Giˆ la liturgia era stata adattata alle
circostanze dal papa Clemente VI, che aveva istituito un officio speciale per
la peste. Gilles segue e si affianca: nella sua cronaca inserisce molte
preghiere in francese, due delle quali indirizzate a S. Sebastiano, da recitare
in tempo di peste [259]. Particolarmente insistita la descrizione
dell'intervento delle autoritˆ laiche in quella occasione, anche in tema di
processioni: � segno manifesto del positivo disciplinamento di tutte le
attivitˆ cittadine [260].
AllÕepidemia
in sŽ Gilles dedica una considerazione ovviamente particolare, ma ancora
prevalentemente con lÕocchio dellÕamministratore pubblico. Racconta s“ qualche
fatto eccezionale, come quello del pellegrino che tornava da S. Giacomo di
Compostela e che dopo aver cenato una sera in una osteria con lÕoste, le sue
due figlie ed un servo, il giorno seguente li trov˜ morti di peste tutti e
quattro [261]; ma la tragedia quotidiana, pi� o meno uguale per
tutti, non lo sollecita a nessuna descrizione puntuale. Perfino il rilievo che
le vittime sono numerose tra i pi� indigenti [262], e nei villaggi con vicoli stretti, pi� che tra i
maggiorenti e nelle cittˆ caratterizzate da spazi maggiormente aperti [263], sembra destinato a trasmettere la convinzione che
lÕordine, la razionalitˆ civile, tipica di un luogo pubblicamente ben condotto,
in qualche modo siano una garanzia contro il diffondersi del male dalle origini
sconosciute. Racconta che allÕinizio i funerali si fanno con gran pompa, le
campane suonano giorno e notte, ma che poi i magistrati cittadini si
preoccupano delle conseguenze sul morale della popolazione, e prendono una
serie di provvedimenti, che vanno dalla limitazione del suono delle campane
alle sole messe domenicali, al divieto delle vesti nere, alla semplificazione
delle sepolture, che devono essere simili per ricchi e poveri; importante
lÕosservazione finale: la popolazione � unanime nel lodare queste misure che
calmano gli spiriti, e quindi fanno indietreggiare il male [264]. La vigilanza e lÕoperativitˆ delle autoritˆ, civili
ed ecclesiastiche, � non solo assolutamente necessaria per governare
lÕinsostenibile situazione creata dalla peste, come nel caso dei flagellanti,
ma ha anche indubbia validitˆ terapeutica preventiva [265].
La
cronaca dellÕabate di Tournai sembra una vivace risposta, sul piano propositivo
alle numerose pi� o meno esplicite, rimostranze circa lo stato del clero [266], testimoniateci da molti contemporanei, e per la
veritˆ giˆ attestate prima della peste, ma che parvero acuirsi durante
lÕepidemia, fino a spingersi allÕaccusa che proprio i chierici ne fossero in
qualche misura responsabili [267].
4.3. Jean
le Bel
|
Per
Jean le Bel, canonico di Saint-Lambert di Liegi, la peste in s� non ha grande
rilevanza [268]: la liquida in poche righe, utilizzando argomenti
del tutto convenzionali. Ben pi� importante � ci˜ che ne deriv˜: vista
lÕimpossibilitˆ di trovare un qualche rimedio allÕepidemia si diffonde lÕidea
che si tratti di un intervento soprannaturale, e molti si danno a penitenze e
devozioni. Allora, in questo clima giˆ favorevole, monta la marea dei
flagellanti partiti dalla Germania e giunti anche a Liegi. Vivamente
impressionato Jean evoca con ampiezza di dettagli le marce ad ampio raggio dei
penitenti, le processioni grandiose sulle quali campeggiano crocefissi,
stendardi, palii dipinti, che � naturale immaginare gonfi di vento su quelle
teste curve che Çaloient par les rues II et II chantant haultement chanchons de
Dieu et de Nostre Dame rimŽes et dictŽesÈ, facendo loro ÇserymoniesÈ, e Çtoudis
chantant leur chanchonsÈ [269]. Si tratta di un vasto quadro, ricco di colori e di
movimento, che subito colpisce e commuove gli abitanti di Liegi accorsi
immediatamente. E il fiume ingrossa e si scinde in mille rivoli; le vene si
ampliano alle regioni vicine. Un immenso afflato di religiositˆ popolare molto,
molto pi� importante della peste. Ma il canonico di Liegi non pu˜ concludere
con lÕadesione al movimento. Si capisce che ha guardato con stupore e
meraviglia al tumultuoso crescere dello spirito penitenziale e comunitario; ma
poi in questo spirito comunitario � anche la radice della contestazione, o
comunque del contrasto con ci˜ che � estraneo a questo spirito: Çceste grande
affliction se converti en orgueil et en presumptionÈ. I penitenti, come tante
volte si � visto nel Medioevo, assolutizzano la via di salvezza che percorrono,
sono in contrasto con le devozioni ÒnormaliÓ perchŽ giudicano le loro Çplus
dignesÈ, fanno violenza a preti e chierici, per impossessarsi dei loro beni e
benefici, dice il canonico cadendo bruscamente di tono.
A
questo punto cessa di colpo lÕinteresse di Jean per i penitenti, ed una
osservazione finale introduce ad un nuovo argomento stimolante: in realtˆ i
flagellanti non fecero cessare la pestilenza, e questo fece s“ che si spargesse
la voce che la moria fosse causata dai Giudei. Bisogna notare che mentre nel
caso dei flagellanti lÕorigine del morbo era in un atto volontario di Dio,
mosso a vendetta dellÕumanitˆ peccatrice, gli Ebrei sono incolpati non di aver
suscitato la collera divina, ma di aver dato principio materialmente al
contagio, avvelenando pozzi e sorgenti. Si tratta di un mutamento di
prospettiva notevole, ma sul quale Jean non insiste. Come non gli importa
affatto esprimere un giudizio sulla cosa. Di nuovo � affascinato dalla descrizione
di un nuovo evento straordinario: la furia popolare, i roghi, ma soprattutto i
martiri ebrei che forti delle loro profezie, della loro fede, si danno
volontariamente alle fiamme, con i piccoli in braccio, Çtrestout chantantÈ. Di
nuovo i canti, questa volta a ritmare le urla di una folla inferocita,
lÕansimare delle corse, lÕangoscia della caccia, e, per stupefacente converso,
i gruppi di coloro che Çaloient morir tous dansans et chantans aussy
joyeusement comme sÕilz alassent aux nocesÈ. Chi ricorda leggendo quelle pagine
di Jean le Bel che tutto ha avuto origine dalla peste? Chi pensa che la peste
sta ancora infuriando? Tutto preso dalla rievocazione di quegli eventi
stupefacenti il canonico di Liegi ha relegato lÕepidemia ad occasione, casuale
sorgente di ben altri drammi.
4.4. Froissart
|
Le
poche pagine che Froissart dedica alla peste [270] hanno un parallelo in Jean le Bel, sua fonte
largamente privilegiata, comÕ� noto; eppure le differenze sono notevoli, segno
esplicito di un ben diverso approccio al tema. Fin dalla rubrica del capitolo
lÕinteresse dellÕautore si mostra inequivocabilmente: ÇLa peste et les
FlagellantsÈ, elementi di un inscindibile binomio. Anzi, proseguendo la lettura
ci si rende immediatamente conto che il vero argomento del capitolo sono solo i
secondi:
|
En lÕan de grace Nostre Signour mille .CCC.XLIX,
alerent li penantÉ |
Froissart ne dice la
provenienza, dalla Germania, spiega minuziosamente gli strumenti che
adoperavano e come li impiegavano, i canti che accompagnavano gli atti penitenziali;
riferisce particolari truculenti: alcune donne raccoglievano il loro sangue e
lo usavano come rimedio miracoloso. Solo a questo punto sente la necessitˆ di
spiegare che lo scopo era quello di far cessare lÕepidemia. Ma sulla peste dice
ben poco: le morti improvvise che raggiunsero circa un terzo della popolazione.
Poi subito riprende a parlare dei flagellanti che andavano di cittˆ in cittˆ
per schiere ben differenziate dal colore dei loro ruvidi copricapi, con il
proposito di non dormire in uno stesso luogo per pi� di una notte, ed il loro
pellegrinaggio doveva durare 33 anni e mezzo, in ricordo degli anni di vita di
Cristo. Insiste ancora sulla buona accoglienza che incontravano, sugli
atteggiamenti umili che mostravano dovunque, sulle pacificazioni che
favorirono. Senza mostrare alcun giudizio prosegue dicendo che non poterono
entrare nel regno di Francia, poichŽ papa e cardinali decisero che quel tipo di
penitenza pubblica ÇnÕestoit pas licite ne raisonnableÈ, scomunicarono loro e
chi li affiancava, e privarono dei benefici ecclesiastici i chierici che li
sostenevano. Combattuti dal papa e dal re di Francia il movimento si ridusse al
nulla. Terminata la vicenda dei flagellanti, con una frase di passaggio,
Froissart lega lÕargomento successivo: i pogrom antiebraici, non descritti
comunque, solo accennati brevemente, ma piuttosto presentati come lÕavverarsi
di una delle loro profezie. E con questo termina il capitolo. Per la peste sono
rimaste poche righe, del tutto convenzionali; il cronista delle infinite
battaglie anche nel morbo universale, intrinsecamente materia povera, ha
trovato il mezzo per accentuare il movimento di grandi masse, per fissare gli
occhi sul sangue che sprizza, sui massacri, sui roghi. Il lettore anche
leggendo questo capitolo sarˆ soddisfatto: i fatti che veramente contano anche
qui sono compiutamente descritti.
5. Germania
|
5.1. Konrad von Megenberg
|
La
figura pi� dotata di indipendenza di giudizio, obiettivitˆ e spirito razionale
� quella di Konrad von Megenberg. Contro le dicerie correnti, ad esempio,
argomenta che gli ebrei a Vienna sono pi� numerosi che in alcunÕaltra cittˆ
tedesca, che anche qui vi moiono in cos“ grande quantitˆ da dover ampliare il
loro cimitero: � quindi assurdo pensare che fossero stati proprio loro a provocare
il male [271].
A
riguardo delle cause della peste esclude che si tratti del dispiegarsi nel
mondo dellÕira divina, in base alla constatazione che nel periodo immeditamente
precedente erano state falcidiate moltissime brave persone, mentre al contrario
molti malvagi erano stati risparmiati. Se la provvidenza divina non cÕentra,
allÕorigine delle recenti catastrofi, del terremoto e della peste, devono
essere ragioni naturali. Se si tratta di cause naturali bisogna identificarle,
cos“ che sia possibile agli uomini adottare alcune misure preventive. Ed ecco
la spiegazione ipotizzata da Konrad, sulla scia di Aristotele e di Alberto
Magno: allÕorigine sia dei terremoti sia della peste doveva essere lÕaccumulo
di vapori sotterranei, che allÕimprovviso deflagravano [272].
Eppure,
se queste sono le ragioni del naturalista, non deve mancare anche una qualche
colpa dellÕumanitˆ, che ha messo in moto quella esplosione per la volontˆ
suprema di Dio. E se cÕ� una umanitˆ colpevole non si tratterˆ certo del popolo
anonimo. Chi � mancato al suo compito � chi sta in alto, la classe dirigente,
responsabile della conduzione del popolo, in pace come in guerra. Sono loro, i
governanti, che vengono meno al loro dovere, che non si comportano pi�, come in
passato, mirando al bene comune. Sono loro ad aver richiamata su di sŽ e sui
loro sottoposti la collera e la punizione divina, recentemente manifestata col
terremoto e con la peste. Ad ogni livello della dirigenza politica ed
amministrativa nessuno si comporta come dovrebbe, e persegue beni materiali.
Perfino gli uomini di scienza si presentano gonfi di sapere, con vuote parole [273], ma in realtˆ non mirano affatto al bene supremo
della veritˆ, quanto aspirano ad essere graditi e lodati. Solo se i governanti,
e chi li attorniava ed aiutava, si fossero prefisso il raggiungimento dei
valori supremi della giustizia e della veritˆ, il futuro sarebbe stato libero
da simili pericoli [274].
5.2. Annales Frisacenses
|
Per
lÕAnonimo di Friesach [275] i disastri naturali vanno letti alla luce delle
scritture, tanto il terremoto [276] quanto la peste: ÇÉ universaliter fere per totum
mundum, egrediens a mari usque ad mareÉÈ, che non pu˜ non ricordare il versetto
di un salmo messianico divulgatissimo, il 71,8: ÇEt dominabitur a mari usque ad
mareÉÈ. Allusione al giudizio dellÕultimo giorno? Probabilmente, ma senza
insistenza; meccanicamente, mi verrebbe fatto di dire, con lÕinerzia mentale di
chi ha giˆ tutto classificato, anche lÕimprevisto ed il non ancora accaduto; in
fondo la citazione serve a riaffermare la speranza che in quel tempo estremo il
giudice divino Çsalvos faciet filios pauperumÈ, come recita il versetto 3 del
medesimo salmo, e che quindi il giusto debba guardare con non eccessivo timore
a questi preannunci del giorno ultimo [277].
5.3. Continuatio Novimontensis
|
Nella
Continuatio Novimontensis [278] lÕanno 1348 � interamente occupato dal terremoto e
dalla peste; ma mentre il primo richiede al cronista lo spazio miserando di tre
frasi, la seconda lo impegna lungamente. Non si verific˜ alcun altro evento, di
qualsiasi natura, che fosse degno di ricordo per il monaco cronista. Il quadro
generale dellÕepidemia non contiene grandi elementi di novitˆ rispetto alle
descrizioni di altri, ma colpisce per lÕampiezza, la gradualitˆ e
lÕaccuratezza, la lucida coerenza che governa il seguito delle notazioni.
Inizia con la provenienza, la causa immediata, i protagonisti e le modalitˆ
della trasmissione del contagio; prosegue con il terrore che colp“ le cittˆ, i
provvedimenti presi per difendersi e per evitare lo sciacallaggio, la
desolazione generale, lÕentitˆ delle morti. Quando poi il morbo raggiunge le
terre circostanti, Carinzia e Stiria, le osservazioni si fanno pi� puntuali,
ricche di particolari e capaci di rievocare la fosca atmosfera di quei giorni,
Çita ut homines desperati incederent et quasi amentesÈ [279]. Quindi si innesca un processo razionale e
consequenziario: i colti si chiesero il perchŽ di quel Çletalis annusÈ, e non
trovando spiegazioni nŽ nel moto anomalo degli astri, nŽ nella corruzione
dellÕaria, giudicarono che si fosse manifestato puramente il volere divino. Ed
allora, per commuovere quel Dio, ecco le penitenze pubbliche di schiere
numerose di cittadini e di villici, ecco le processioni di devoti seminudi che
visitavano le chiese, cantilenando nella lingua materna della passione di
Cristo, e flagellandosi a sangue; e le donne proseguivano la sera, al riparo
delle mura, gli atti di mortificazione degli uomini di giorno allÕaperto. La
penitenza pubblica dur˜ per poco pi� di un mese, da S. Michele (8 maggio) alla
Pasqua (20 aprile). Alla devozione popolare, sorta spontaneamente, si
accompagnano i riti dei sacerdoti, armati di reliquie e di litanie, ed anche il
pontefice romano, che istitu“ una speciale liturgia, cos“ ricca e
particolareggiata che il cronista rinuncia a ricordarla analiticamente. Ma non
si ottiene nulla con gli atti devoti, anzi le morti aumentano; i medici sono
impotenti; non resta che abbandonarsi totalmente, Çomnibus postpositisÈ, a quel
Dio che non fa conoscere i suoi disegni. Passa quindi il nostro a parlare della
sintomatologia della malattia: rigonfiamenti rossi variamente maculati
allÕinguine o alle ascelle e, per quelli inevitabilmente condannati,
espettorazioni di sangue. Chi visitava il malato o gli prestava un qualche
aiuto veniva a sua volta colpito; spessissimo alla morte di uno seguiva quella
di tutta la famiglia. Per la generale devastazione il bestiame vagava nei campi
senza custodia, e perfino i ladri per il timore non osavano avvicinarsi, e
perfino gli eredi evitavano come se fossero infetti i beni lasciati
legittimamente per testamento. La malattia in prossimitˆ del novilunio
incrudeliva. Infine verso metˆ novembre (per S. Martino) lÕepidemia cess˜, dopo
essersi portata via molti monaci e molti coloni. LÕanno successivo la peste era
giunta a Vienna, e quindi a tutti i confini della Germania. Una nota infine
inconsueta di psicologia : gli scienziati del tempo avevano consigliato, al
fine di evitare lÕangoscia di quei giorni, di favorire lieti incontri, per
combattere la depressione, e si erano visti dovunque gioiosi conviti e feste di
nozze, che avevano posto rimedio alla disperazione [280].
Il
male terribile aveva imperversato senza che si potesse far nulla per impedirlo;
ma gli uomini non si erano persi dÕanimo, ed avevano reagito vivacemente. Se
non cÕerano spiegazioni naturali credibili, si era tentato con la devozione
popolare e con quella diretta dalle istituzioni ecclesiastiche; solo riusciti
inutili questi tentativi si era posta ogni fiducia nelle mani divine; esito di
per sŽ non dissimile da quanto rilevato altrove, ma qui conclusione di un
seguito di osservazioni che ci fa stimare lÕabbandono finale pi� scelta
razionale che emotiva. Tanto pi� che se quello che allÕuomo era impossibile era
stato alla fine lasciato alla veggenza divina, non si rimase inerti per quello
che sul piano del morale era invece largamente possibile fare; non dunque
negativa angosciosa rinuncia allÕazione, ma positiva volontˆ di sopravvivere.
5.4. La
cronaca di Colonia
|
La
cronaca di Colonia [281] non contiene in assoluto alcun elemento di novitˆ
circa la peste; la descrizione dellÕorigine orientale, dellÕavvento in
Occidente, della gravitˆ del male e dei topici comportamenti inumani indotti,
ed infine dei sintomi della malattia, � largamente convenzionale e di riporto.
Da rimarcare piuttosto la collocazione dello spazio dedicato allÕepidemia.
Sembra infatti di dover inserire la peste entro un ciclo di avvenimenti
funesti, che si origina e conclude con la guerra franco-inglese, e che conosce
come capitoli intermedi il fenomeno dei flagellanti, i pogrom ebraici e la
pestilenza.
Che
si debbano stabilire relazioni di dipendenza tra un argomento e lÕaltro non
sembra di poter desumere; nŽ lÕanonimo autore fornisce un minimo segno che
autorizzi a pensarlo. Ma certo la successione adottata fa riflettere. PoichŽ
quello che governa non � un criterio strettamente cronologico: quegli
avvenimenti sono pi� o meno contemporanei, e non � la griglia rigidamente
annalistica che inquadra la presentazione di quei fatti: prima si fa cenno ad
avvenimenti bellici del luglio ed agosto 1346, poi dellÕagosto 1347, di nuovo
dellÕottobre 1346; quindi, con un passaggio generico, Çper idem tempusÈ, si
passa ai flagellanti nel regno di Germania, di seguito, Çeisdem temporibusÈ, ai
tumulti antiebraici, e quindi, Çcirca hec temporaÈ, alla peste [282], prima di tornare alla guerra, con la morte di re
Filippo di Francia nel 1350. LÕordine sarebbe potuto essere diverso: i
flagellanti potevano venir dopo la peste, cos“ come le persecuzioni degli
Ebrei, o ancora diversamente, variamente combinando.
Ma
se non � motivo che autorizzi a far dipendere un fatto dallÕaltro, nŽ per
importanza, nŽ per rapporti di causa ed effetto, nŽ, come si � visto, per
ragioni di cronologia, non si pu˜ concludere che gli argomenti, nella specola
dellÕautore, si equivalgono. Sul fondo comune rappresentato dalla guerra tra
Francia ed Inghilterra, il solo fatto di rilevanza ÒeuropeaÓ, si sono
manifestate le processioni dei penitenti, sono stati uccisi diversi ebrei, �
scoppiata la peste. Con tutto ci˜, se non cÕ� interrelazione, i tre argomenti
non sono senza possibilitˆ di confronto, oltre quello di contiguitˆ.
Intanto
le dimensioni: i penitenti pubblici dallÕUngheria trascorrono Çper totam
GermaniamÈ; i tumulti contro gli Ebrei avvengono Çper universum regnum
GermanieÈ; la peste Çorbem afflixit generaliter universumÈ, ed in Gallia e
Germania ÇvehementerÈ. In secondo luogo la capillaritˆ: flagellanti si videro
ovunque, Çnon erat civitas, non villa, non municipiumÈ dove non fossero presenti;
la violenza contro gli Ebrei si manifest˜ Çin omnibus civitatibus, opidis et
municipiisÈ; la mortalitˆ fece s“ che intere famiglie fossero completamente
estinte Çin diversis regionibus et regnis multe civitates et ville, in non
nullis civitatibus et villisÈ [283]. In terzo luogo si tratta di fatti del tutto
negativi: quella dei flagellanti � una Çpericulosa nimis et detestabilis secta
hominum laycorumÈ, una Çpestilens supersticioÈ; il giudizio negativo dei pogrom
contro gli Ebrei � implicito nel tono usato per descriverli, ÇIudei universi
utriusque sexus, cuiuscumque etatis tam parvuli quam infantuli unius diei
crudeli nece sine misericordia fuerunt trucidatiÈ, ed avvalorato dalla nota che
vi contribuirono anche resti di quei flagellanti di cui tanto male si � detto
precedentemente, carboni ancora accesi tra la cenere, che offrirono
Çcrudelitatis sue officium vel pocius maleficiumÈ; del male rappresentato dalla
Çgravis pestilencia et mortalitas hominumÈ non � alcun bisogno di dire. Ancora:
si tratta di mali sorti improvvisamente, senza ragione, seppur in luoghi
diversi; e tutti quanti caratterizzati da una sorta di contagio crescente che
diffonde il male tra le grandi masse popolari [284], senza rimedio; e che infine, dopo aver devastato
ovunque, scompaiono senza lasciare traccia [285].
Fatti
dunque straordinari, incomprensibili, segni dellÕopera del maligno che governa
tanto gli uomini quanto la natura, manifestazioni dellÕincepparsi della storia,
pi� o meno dello stesso segno negativo, da illustrare dunque e da intendere con
gli stessi mezzi, della parola e del giudizio storico. Un intermezzo, una
parentesi in tre tempi di diversa gradazione, in una cornice identica. Tre
detestabili episodi degli anni 1348-50, da citare per i tanti lutti di cui sono
stati allÕorigine, ma che non hanno avuto seguito.
5.5. La
cronaca di Erfurt
|
Per
il terzo continuatore della cronaca di S. Pietro di Erfurt la peste giunge come
ultimo fatto notevole del biennio 1349-50 [286]. La precedono avvenimenti diversi, di pi� o meno
grande rilievo, ma fra i quali spiccano i moti antiebraici e le manifestazioni
dei flagellanti. NŽ il primo nŽ il secondo sono ricordati come conseguenza
dellÕepidemia: si presentano del tutto autonomamente da quella, e sono
accompagnati da tentativi di interpretazione improntati ad un realismo non
frequente. Le uccisioni di ebrei avvengono ad Erfurt come precedentemente si
sono verificate, ricorda la cronaca, in tante cittˆ della Turingia, ed
analogamente sono accompagnate dallÕaccusa di aver avvelenato lÕacqua. Ma poi
le osservazioni del nostro cronista si fanno sorprendentemente singolari per la
coerenza interna che li tiene. Non si sostiene, come fanno tante altre
cronache, che l'inquinamento delle acque aveva lo scopo di diffondere il
contagio della peste - che, ripeto, fino a questo punto non � neppure nominata
-, e se si riporta Òper dovere di cronacaÓ la diceria secondo la quale il fine
era quello di impedire ai cristiani di cibarsi di pesce durante la quaresima ed
in generale di cuocere alcuna vivanda con lÕacqua, la ragione vera, Çexordium
calamitatis eorumÈ, consisteva nei molti debiti che Çbarones cum militibus,
cives cum rusticisÈ avevano contratto con loro. Questo spiegava la sollevazione
popolare, scoppiata Çinvitis consulibusÈ. Non si tratta certo di una impensabile
comprensione umana, visto che la spiegazione � introdotta da un ÇRequiescant in
inferno!È che non lascia il minimo dubbio sull'ostilitˆ dellÕautore, ma
semplicemente di - a suo modo, sÕintende - obiettivitˆ di giudizio.
Un
uguale totale disincanto usa la cronaca nel riferire dei flagellanti. Anche in
questo caso la vicenda di Erfurt non � sostanzialmente diversa da quella di
tanti luoghi dellÕintera Germania; ma di nuovo una singolaritˆ: Erfurt � la
sola cittˆ della Turingia in cui i magistrati cittadini, questa volta Çprovidi
et discretiÈ, hanno impedito alle schiere dei flagellanti di entrare in cittˆ.
Ben presto risulta evidente lÕinconsistenza del movimento: Çmanifeste apparuit,
quod tota trufa fueratÈ.
Il
resoconto della peste non pu˜ dunque presentarsi che con caratteristiche
prevedibili: origini della epidemia analogamente a quanto avvenuto in tutta la
Turingia e la Germania, ma, ancora una volta, Çprecipue in ErphordiaÈ;
intervento dei magistrati cittadini, con la consulenza dei medici, per disciplinare
le sepolture; entitˆ dei decessi e durata. Nessuna accusa di colpa rivolta a
nessuno. Si tratta di una totalmente asettica, e piuttosto concisa, relazione
di un semplice evento, che si aggiunge a quelli che lÕhanno preceduto, senza
pesare di pi�, senza suscitare maggiore emozione, in linea con il modo di
procedere della cittˆ nellÕaffrontare qualsivoglia accadimento di interesse
comune. La sola esclamazione finale, ÇRequiescant in sancta pace!È, � il segno
di una pietˆ per gli scomparsi - per quanto di maniera - che si era negata agli
ebrei uccisi.
5.6. Francesco
da Praga
|
Per
Francesco da Praga [287] si deve distinguere: la posizione raggiunta dagli
astri era stata la causa naturale determinante della peste; la ragione profonda
invece risiedeva nellÕeccessivo amore per i beni terreni mostrato dagli uomini
del tempo. Riteneva che la Boemia fosse stata risparmiata dal flagello perchŽ
allora governata da un re giusto, Carlo IV. Il ben ordinato e ben diretto regno
di Boemia risaltava ancor di pi� se messo a confronto non tanto con i paesi dei
barbari, naturalmente, ma perfino con la situazione di Francia e dÕItalia, dove
invece i mali tipici del 1348 erano stati tremendamente efficaci. Il terremoto
aveva distrutto Ravenna e Villach, la peste a Venezia e Marsiglia aveva
decimato la popolazione; in Boemia il sisma fu appena avvertito, e lÕepidemia,
contrastata dallÕaria pura, non si era potuta espandere. Anche il caotico
movimento dei flagellanti non aveva avuto quellÕimpatto negativo rivelatosi in
Germania. Infine ritiene che dopo lÕammonimento divino del 1348 la situazione
generale � migliorata. La lezione della peste era stata chiara e semplice: il
buon governo allontana il pericolo dello scatenarsi della ammonizione divina [288].
6. Conclusioni
|
Se
ora tentiamo di ricondurre ad unitˆ quanto abbiamo ripercorso analiticamente -
seppure per campioni, visto la spazio a disposizione -, diremmo che la grande
pandemia del 1348 signific˜ molto in Europa, per il numero delle vittime e la
vastitˆ, tanto da non consentire a nessun cronista, o quasi, di ignorarla; ma
sul piano propriamente storiografico ebbe un senso molto meno ÒepocaleÓ di
quanto si sia creduto e si creda. Le cronache non furono la consolazione
retorica della tragedia collettiva che fu la peste. Spesso la grande moria non
fu che una occasione, per quanto imprescindibile, per esercitazioni di
carattere letterario, pi� o meno riuscite. Ma raramente le si attribu“ un senso
ÒstoricoÓ. Anzi, generalmente venne considerato - per quanto terribile, carico
di orrore, drammatico - un episodio, tutto considerato, nello svolgersi delle
vicende umane, ben poco significativo.
Se
si era trattato di un monito divino, nessuno o quasi aveva colto
lÕavvertimento, e si era tornati rapidamente alla situazione precedente, forse
peggio di prima. Se era stato un preannunzio degli ultimi giorni, in definitiva
il giudizio finale rimaneva ancora di lˆ da venire. Se era stato il frutto di
una mancata vigilanza da parte dei governanti, quegli stessi governanti erano
rimasti, ben poco migliori, quando non pi� incattivi e incapaci. Chi si era
atteso la punizione dei malvagi, ed il premio dei buoni, era rimasto totalmente
deluso. La peste era stato un ÒeccessoÓ, come ÒeccessiveÓ erano state le
reazioni dei flagellanti ed i pogrom antiebraici: la vita civile esige invece
quellÕequilibrio, quella ÒnormaÓ, quellÕordine che � proprio lÕopposto. Se le
cronache non possono, per definizione, riferire che quello che emerge dal
grigiore della vita quotidiana, il fatto straordinario della peste nella
cronaca doveva rimanere straordinario. Per i cronisti i mutamenti economici,
sociali e politici - con lÕunica eccezione di quelli demografici - in atto sono
stati poco accelerati dalla malattia, e comunque non ne sono stati sicuramente
causati. Per un certo periodo la peste, o meglio il terrore della peste,
costituirono una ipoteca psicologica [289], ma in definitiva essa venne considerata un
accidente del tutto fortuito, casuale, senza spiegazione scientifica comÕera, e
di impossibile interpretazione religiosa.
Non
si previde neppure la possibilitˆ di un ritorno futuro, e quindi non ci si
attrezz˜ per lÕavvenire. Di fronte allÕirrazionale non ci sono che due
possibilitˆ: rimuovere o convivere. I cronisti che furono a ridosso della peste
nera cicatrizzarono la ferita e proseguirono oltre; era ÇpassatoÈ, storia
assimilata. Ma non mentirono a se stessi, non fecero il possibile per
dimenticare, come invece di frequente si constata accadere oggi, di fronte a
quel male del tutto imprevedibile, al di fuori della statistica, che rimane
ancora per noi il terremoto [290]. Di fatto ÒvideroÓ la peste con gli occhi che
avevano, mettendo pi� o meno in evidenza le loro debolezze, convinzioni,
pregiudizi, idee politiche, morali, modo di ragionare.
Se
vogliamo in qualche modo sintetizzare, diremo che in ambiente italiano
lÕattenzione variegata per gli aspetti umani della tragedia � prevalente,
insieme alla tendenza a giudicare dellÕincidenza dellÕepidemia in chiave di
funzionalitˆ amministrativa e di etica politica generale, insieme ad una pi� o
meno accentuata vena esistenziale; nel regno di Francia pi� pronunciato �
lÕinteresse per i grandi movimenti di massa ai quali il timore della peste ha
dato origine; in ambiente germanico invece si fa pi� scoperta la sensibilitˆ
per le interpretazioni pi� razionali, controllabili, logiche, che permettano
allÕuomo una qualche possibilitˆ di scelta di comportamento, contrapposta alle
terribili ventate emozionali dei movimenti scomposti delle popolazioni.
é
estremamente arduo ricondurre a poche note esteriori la varietˆ degli approcci
al tema; non era possibile dare risposte univoche ad un male rimasto
sostanzialmente ignoto, tranne che nella pericolositˆ. Di fronte alla peste
nera il cronista del 1348, privo di modelli anteriori, senza indicazioni di
maestri, ecclesiastici o laici, era nudo; nel perenne pericolo di naufragio nei
luoghi comuni, si mosse naturalmente con le armi di cultura, carattere ed
intelletto di cui era fornito; e cÕera, allora come oggi, chi era ben armato,
chi mediocremente, chi miseramente; chi titubante, chi modesto, chi letterato,
chi mercante, chi religioso, chi laico, chi rassegnato, chi ottimistaÉ Se
nostro compito � recuperare le linee di fondo comuni, nel caso del dramma senza
confini della peste nera non � lecito prescindere in alcun modo dalle reazioni
individuali. Una sola cosa � certa e, ci pare, incontrovertibile: passata
lÕepidemia, recuperate sanitˆ e funzionalitˆ civile, le cronache trasmisero ai
contemporanei - ed ai posteri - unÕimmagine del male con toni variegati, ma
sostanzialmente equilibrati. Il problema metafisico del dolore e della morte di
massa aveva avuto soluzioni diverse, pi� o meno razionali e credibili; ma non
era stata certamente eluso.
Gabriele Zanella
[1] Chronicon Estense cum additamentis usque ad annum
1478, edd. G. Bertoni - E. P. Vicini, ÇRerum Italicarum ScriptoresÈ (di qui in avanti: RIS)
n. e. 15/3 (1908-37)(di qui in avanti: Chronicon Estense), p. 159, forse ripetendo Patrizio Ravennate Cronica, in A. Calandrini
- G. Fusconi Forl“ e i suoi
vescovi I. Appunti e
documentazione per una storia della Chiesa di Forl“ I. Dalle origini al secolo XIV Forl“, Centro studi e ricerche sulla antica
provincia ecclesiastica ravennate 1985 (Studia ravennatensia 2), p. 1174:
ÇMortalitas magna per totum fere mundumÈ, segnata, per˜, in capo al 1347.
[2] Andreae
Danduli ducis Venetiarum Chronica per extensum descripta a. 46-1280, ed. E Pastorello,
RIS n. e. 12/1 (1938-1958), Introduzione, p. XV: ÇAnche il manoscritto originale della Cronaca estesa del
Dandolo serba traccia manifesta del flagello dellÕepidemia. La interruzione
improvvisa del testo del libro nono, il mutamento della carta, dellÕinchiostro,
dello scriba e del criterio di numerazione dei capitoli, la ripresa a distanza
del primo amanuense, le numerose correzioni stilistiche e le giunte fatte alla
copia del sostituto, si riferiscono evidentemente ad un tempo dÕarresto, che,
fra il 1344 e il 1352, anno in cui la Cronaca rimase definitivamente sospesa,
non pu˜ convenire se non con il semestre della pestilenza del 1347È; cf. Georgii et Iohannis Stellae Annales Genuenses, ed. G. Petti
Balbi, RIS n. e. 17/2 (1975), p. VI: ÇPer il periodo tra il 1347 e il
1364 assai scarse sono le notizie negli Annali, tanto che possiamo quasi
parlare di una lacuna, avvertita pure dal nostro storico, il quale pi� volte
lamenta di non aver trovato nŽ di aver avuto testimonianza di fatti accaduti in
quegli anniÈ.
[3] R. Sprandel
Geschichsschreiber in Deutschland 1347-1517, in MentalitŠten im Mittelalter. Methodische und
inhaltische Probleme, ed. F. Graus, Sigmaringen 1987 (VortrŠge und
Forschungen 35), pp. 288-89.
[4] Ad esempio per Conforto da Costozza, a proposito
della peste del 1387, per cui vedi G. Arnaldi
Realtˆ e coscienza cittadine nella testimonianza degli storici e cronisti
vicentini dei secoli XIII e XIV, in Storia
di Vicenza II LÕetˆ medievale a cura di G. Cracco,
Vicenza 1988, p. 305 nota 44.
[5] R. Romano
- A. Tenenti Alle origini del
mondo moderno Milano 1967, pp. 9-16
(Storia Universale Feltrinelli 12); F. Graus
Vom ÇSchwarzen TodÈ zur Reformation. Der krisenhafte Charakter des
europŠischen SpŠtmittelalters, in Revolte
und Revolution in Europa, ed. P. Blickle, MŸnchen 1975 (Historische
Zeitschrift, Beiheft 4), pp. 10-30.
[6] A. Borst
Il terremoto del 1348, prefaz. di
R. Delle Donne, Salerno 1988, p.
28: ÇI sopravvissuti si flagellavano per penitenza fino a far sprizzare il
sangue, o si ubriacavano alla buona vendemmia del 1349 fino a picchiarsi lÕun
lÕaltroÈ, che parafrasa e cita la Continuatio Novimontensis, ed. W. Wattenbach,
ÇMonumenta Germaniae historicaÈ (di qui in avanti: MGH) ÇScriptoresÈ (di qui in
avanti: SS) 9 (1851 (=1983)), pp. 671-76, in particolare p. 676: ÇOptima vina
ubique provenerunt, et de ipso utentibus indiscrete, omnes quasi amenciam
contraxerunt, ita ut absque causa se verberarent atque male tractarentÈ, dove
per˜ pare di dover intendere che la violenza degli ebbri si rivolgesse contro
di sŽ, piuttosto che vicendevolmente.
[7] Giovanni Villani Nuova Cronaca, III (Libri XII-XIII), ed. G. Porta, Parma, Fondazione Pietro Bembo - Ugo Guanda 1991 (di
qui in avanti: G. Villani), XIII, cxxiii, p. 566: ÇE nota, lettore, che
lle sopraddette rovine e pericoli di tremuoti sono grandi segni e giudici di
Dio, e non sanza gran cagione e permessione divina, e di quelli miracoli e
segni che Ges� Cristo vangelizzando predisse aÕ suoi discepoli che dovieno
apparire alla fine del secoloÈ. Su questÕidea del Villani vedi M. Haeusler Das Ende der Geschichte
in der mittelalterlichen Weltchronistik ÇArchiv fŸr KulturgeschichteÈ 13 (1980) Beihefte, p. 143. Vedi anche ad
esempio Cronaca senese attribuita ad Agnolo di Tura del Grasso detta la
Cronaca Maggiore, edd. A. Lisini - F. Iacometti, RIS n. e. 15/6 (1939)(di qui in avanti: Agnolo), p. 555: ÇÉ ognuno credea che
fusse finemondoÈ; Die Oberrheinische Chronik, ed. H. Maschek,
in Deutsche Chroniken,
Leipzig 1936 (Deutsche Literatur. Sammlung literarischer Kunst- und
KulturdenkmŠler in Entwicklungsreihen, Realistik des SpŠtmittelalters 5), p.
64; Die Chronik des Johanns
von Winterthur, edd. F. Baethgen - C. Brun, MGH SS n. s. 3 (19552) (di qui in avanti: Giovanni di
Winterthur), p. 276; e via via fino al Sercambi: Le croniche di
Giovanni Sercambi, I, ed. S. Bongi, Lucca 1892 (Fonti dellÕIstituto
Storico Italiano (di qui in avanti: FSI) 19)(di qui in avanti Sercambi), p. 96: ÇE per ciascuno fu
stimato essere la fine del mondoÈ, e ben oltre, nel ricordo dei posteri.
[8] Borst Il
terremoto del 1348, p. 20. Che la
peste non sia affatto la ragione principe della ÒcrisiÓ � armai abbondantemente
provato ed accettato; cf. A. Frugoni
G. Villani, Cronica, XII, 94,
ÇBullettino dellÕIstituto Storico Italiano e Archivio MuratorianoÈ 77 (1965),
p. 248: Çinvece era s“ in corso, anche senza accompagnarsi alla improbabile
regressione demografica, una profonda crisi politica ed economicaÈ con rimando
(Çnon solo fiorentinaÈ) a E. Perroy,
Ë lÕorigine dÕune Žconomie contractŽe. Les crises du XIVe si�cle
ÇAnnales E. S. C.È 1 (1949), pp. 167-87; cf. ancora A. Higounet-Nadal PŽrigueux
aux XIVe e XVe si�cles. ƒtude de dŽmographie historique Bordeaux 1978, pp. 146-47, con rimando, oltre che al
Perroy, anche a R. Cazelles La peste de 1348-1349 en
Langue dÕO•l. EpidŽmie prolŽtarienne et enfantine, ÇBull. Phil. et Hist. du ComitŽ des travaux
historiquesÈ 1965, pp. 293-305. Vedi infine G.
Cherubini La ÇcrisiÈ del Trecento. Bilancio e prospettive di ricerca ÇStudi storiciÈ 15 (1974), pp. 660-70.
[9] Ad es. Annales Frisacenses. Continuatio, ed. L. Weiland,
MGH SS 24 (1879 (=1975)), p. 67.
[10] S. KrŸger
Krise der Zeit als Ursache der Pest? Der Traktat De mortalitate in Alamannia
des Konrad von Megenberg, in Festschrift
fŸr Hermann Heimpel, 2, Gšttingen
1972, pp. 839-83. Il resoconto cronistico di Gabriele de Mussi, Historia de
morbo sive mortalitate quae fuit anno Domini MCCCXLVIII, fu edito per primo da H. Haeser in Archiv
fŸr die gesammte Medizin, II., Dokumente
zur Geschichte des schwarzen Todes,
ed. A. W. Henschel, Berlin 1842,
pp. 26-59, e poi pi� volte; da ultimo (ma in realtˆ trascrivendo e
trascegliendo dalla edizione Haeser,
in Geschichte der epidemischen Krankheiten, Jena 1865, Anhang VIII., pp. 17-23) in A. G. Tononi La peste dellÕanno 1348, ÇGiornale LigusticoÈ 11 (1884), pp. 144-52; vedi
anche V. J. Derbes De Mussis
and the Great Plague of 1348, a forgotten episod of bacteriological warfare ÇJournal of American Medical AssociationÈ 196,1 (1966), pp. 59-62; nulla in proposito in Repertorio della
cronachistica emiliano-romagnola (secc. IX-XV), introd. di A. Vasina,
Roma 1991 (Nuovi studi storici 11).
[11] Franciscus
Pragensis Cronica Boemorum regum, ed. J. Emler, ÇFontes
Rerum BohemicarumÈ 4 (1884) (di qui in avanti: Franciscus
Pragensis), pp. 449-50.
[12] E. Carpentier
Une ville devant la peste. Orvieto et la Peste Noire de 1348 Paris 1962 (Ecole pratique des hautes Žtudes - VIe section. Centre des recherches historiques.
DŽmographie et sociŽtŽs VII), p. 100; cf. anche pp. 121-36.
[13] Higounet-Nadal PŽrigueux aux XIVe e XVe
si�clesÉ, p. 146: ÇÉ la mentalitŽ de
lÕŽpoque refusait de parler de la pesteÉÈ.
[14] Discorso historico con molti accidenti occorsi in
Orvieto et in altre parti principiando dal 1342 sino al 1368 o Ephemerides Urbevetane, ed. L. Fumi,
RIS n. e. 15/5,1 (1902-20)(di qui in avanti: Discorso historico), p. 35; Carpentier
Une villeÉ, 193-94; J.-N. Biraben Les hommes et la peste en
France et dans les pays europŽens et mŽditerranŽens, voll. 2, Paris - La Haye 1975-76 (Civilisations et
SociŽtŽs 35-36), 2, p. 69, ma la peste � giˆ finita da un pezzo.
[15] A puro titolo esemplificativo, trascegliendo da un
materiale abbondantissimo, Julianus
Canonicus Civitatensis Chronica,
ed. G. Tambara, RIS n. e. 24/14
(1906), p. 57: ÇAnno Domini MCCCXLVIII, die xxv januarii, circa horam
vespertinam, fuit terremotus magnus, qualis non fertur in aliquibus scripturis.
Eodem quoque anno iam incepta pestilentiaÈ; Cronica de Ducibus Bavariae, ed. G. Leidinger,
in Chronicae Bavaricae saeculi XIV,
MGH ÇScriptores rerum germanicarumÈ (di qui in avanti: SRG) in us. schol. 19
(1918), p. 171: ÇAnno Domini MCCCXLVIII in conversione sancti Pauli factus est
hora vespertina terremotus magnus, qui in diversis mundi partibus diversas
evertit civitates. Eodem anno, videlicet MCCCXLVIII, sevire cepit in Bavaria et
Bohemia et Austria illa magna pestilenciaÉÈ; ancora pi� indicativo, per
lÕasettico accostamento, lÕintegro paragrafo che lÕautore degli Annales
Mellicenses, ed. W. Wattenbach, MGH SS 9 (1851 (=1983)) p.
513, dedica allÕanno 1348: ÇIn festo conversionis sancti Pauli, hora quasi
vespertina, terremotus factus est magnus, et in Karinthia Villacum et plures
civitates et castra cum hominibus perierunt. Item eodem anno tanta pestilencia
invaluit in Ytalia et in Provincia, quod vix duodecimus homo remansit; incendia
etiam plurima fueruntÈ.
[16] Per le Storie Pistoresi, ed. S. A. Barbi,
RIS n. e. 11/5 (1907-27)(di qui in avanti: Storie Pistoresi), p. 235, gli anni 1347 e 1348 sono accumunati da
Çfame e di pistilenziosa mortalitade per tutto lo mondoÈ. Vedi anche F. Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde. Das
14. Jahrhundert als Krisenzeit,
Gšttingen 1987 (Veršffentlichungen des Max-Plank-Instituts fŸr Geschichte 86),
pp. 15-16 nota 11. Il legame tra carestia e peste si trova anche esplicitamente
in alcuni trattati medici di poco successivi: K. Sudhoff Pestschriften aus den ersten 150 Jahren nach de
Epidemie des Òschwarzen TodesÓ 1348,
ÇArchiv fŸr Geschichte der MedizinÈ 17 (1925), p. 55.
[17] XII, lxxxiii-lxxxiv.
[18] V. Rutenburg
Popolo e movimenti popolari nellÕItalia del Õ300 e Õ400, introd. di R. Manselli,
Bologna 1974, p. 71.
[19] Storie Pistoresi, p. 224.
[20] A. Corradi
Annali delle epidemie occorse in Italia dalle prime memorie fino al 1860, I, Bologna 1865 (= 1973), pp. 477-78; Carpentier Une villeÉ, pp. 81-82;
Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 135.
[21] Corradi
AnnaliÉ, p. 479; Carpentier Une villeÉ, pp. 82-83.
[22] Non si tratta neppure di fenomeno limitato alla metˆ
del Trecento: cf. B. Figluolo Il
terremoto del 1456, Altavilla
Silentina 1988-89 (Storia e scienze della terra 1), 1, pp. 3-17: La spirale
maltempo-carestia-pestilenza.
[23] E non � una trovata recente: giˆ Leonardo Bruni
legava strettamente carestia e peste; lÕha indicato per primo M. Meiss Pittura a Firenze e Siena
dopo la morte nera. Arte, religione e societˆ alla metˆ del Trecento, Torino 1982, p. 138.
[24] Contro un nemico invisibile. Epidemie e strutture
sanitarie nellÕItalia del Rinascimento,
Bologna 1985.
[25] Annales Frisacenses. Continuatio, p. 67; Borst
Il terremoto del 1348, p. 23.
[26] Cronaca Senese dei fatti riguardanti la cittˆ e
il suo territorio di autore anonimo del secolo XIV, edd. A. Lisini
- F. Iacometti, RIS n. e. 15/6
(1939)(di qui in avanti: Cronaca Senese), pp. 148-49.
[27]Chronique latine de Guillaume de Nangis de 1113 ˆ
1300 avec les continuations de cette chronique de 1300 ˆ 1368, ed. H. GŽraud,
Paris 1853, 2 (di qui in avanti: Jean de
Venette), p. 215.
[28] Graus Pest,
Gei§ler, Judenmorde, pp. 30-31.
[29] Borst Il
terremoto del 1348, p. 28: ÇNella
mente dei testimoni oculari si imprimeva per sempre ci˜ che i moderni
specialisti cos“ difficilmente comprendono: le catastrofi non si lasciano
accuratamente ripartire in fisiche, epidemiche, tecnologiche, politiche,
sociali. Esse devastano la vita dellÕuomo nel suo complessoÈ.
[30] Continuatio Novimontensis, p. 676.
[31] Borst Il
terremoto del 1348, pp. 33-35; C. Vasoli Umanesimo ed escatologia, in LÕattesa della fine dei tempi nel Medioevo, a cura di O.
Capitani e J. Miethke,
Bologna 1990 (Annali dellÕIstituto storico italo-germanico, Quaderno 28), p.
252.
[32] F. Petrarca
Le senili, ed. G. Martellotti, Torino 1976, pp. 92-98.
[33] U. Dotti
Vita di Petrarca Roma-Bari 1987,
pp. 194-210, in particolare p. 210: ÇÉ possibile risposta al male del mondo,
lÕideale del savio che vive contento di pochi amici, della comunitˆ dÕinteressi
con loro e della comune serenitˆ di propositi e di pensieriÈ.
[34] H. Baron
La crisi del primo Rinascimento italiano. Umanesimo civile e libertˆ repubblicana in unÕetˆ
di classicismo e tirannide Firenze
1960 (o 1970?), p. 115. Giˆ nel 1860 J. Burckhardt
(adopero la trad. it., La civiltˆ del Rinascimento in Italia Firenze, Sansoni 1968), inseriva il suo breve
paragrafo sulla peste (pp. 76-77) nel capitolo Ritardo del Rinascimento. Cf. il legame accolto, a segnare il 1347, ÇlÕanno pi�
nero per lÕeconomia della penisola e anche per molta parte dÕEuropaÈ, da
Capitani nella Introduzione a M.
Mollat I poveri nel Medioevo introd. di O. Capitani,
Bari 1981, pp. XXIX-XXX, tra lÕÇaccumulo di ÒcongiuntureÓ sfavorevoli:
carestie, turbe meteorologiche e, naturalmente, la Òpeste neraÓÈ, le
Òcongiunture sfavorevoliÓ economiche e la vicenda di Cola.
[35] A. Barbero Il
mito angioino nella cultura italiana e provenzale fra Duecento e Trecento Torino 1983 (Biblioteca storica subalpina 201), p.
162.
[36] Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 72.
[37] Per cui rimando a W.
H. McNeill, La peste nella storia. Epidemie, morbi e contagio dallÕantichitˆ
allÕetˆ contemporanea, Torino 1982; J. Ruffie - J. C. Sournia Le epidemie
nella storia, Roma 1985, ed ora al
lavoro di I. Naso in questo stesso
volume.
[38] Th. Rahe
Demographische und geistig-soziale Auswirkungen der Pest von 1348-1350 ÇGeschichte in Wissenschaft und UnterrichtÈ 35
(1984), pp. 125-44. Significativo comunque che L. Del Panta Le epidemie nella storia demografica italiana
(secoli XIV-XIX) Torino 1980, pp.
28-31 non consideri neppure fugacemente le cronache tra le ÇFonti per lo studio
delle crisi di mortalitˆÈ; nel paragrafo immediatamente successivo, ÇLo studio
delle crisi con dati parziali o incompletiÈ, alle pp. 31-33, si fa cenno a moÕ
di esempio, ad un cronista, ma proprio per concludere che le fonti annalistiche
e cronachistiche possono avere una qualche validitˆ su questo piano specifico
solamente se trovano conferma statistica; osservazione del tutto analoga fa Capitani nella sua Introduzione al Mollat
I poveri nel Medioevo, p. XXXIII, a proposito di
Matteo Villani. Una completa svalutazione delle cifre fornite dai cronisti a
proposito dei morti nella peste del 1348 � in Del
Panta Le epidemie nella storiaÉ, a p. 114. Posizione analoga � assunta da R. Comba La demografia nel Medioevo, in La Storia. I. Il Medioevo. 1. I
quadri generali Torino, UTET 1988,
p. 8. A. M. Nada Patrone Alimentazione
e malattie nel Medioevo, ibid., p.
38, sottolinea invece Çla straordinaria indifferenza alle grandi crisi del loro
tempo da parte dei cronisti ed annalisti (ad eccezione, per il basso medioevo,
di Boccaccio, Chaucer e William Langland) e di quasi tutti gli uomini di
cultura che, seppur memorizzano un evento epidemico, lo descrivono in modo
molto fatalistico.É Questo atteggiamentoÉ pu˜ far supporre una sorta di
rassegnata abitudine alla tragedia, di dura consuetudine con la morte, dovute
forse alle limitate possibilitˆ e speranze di sopravvivenza dellÕuomo
medievaleÈ. Per converso Çgli unici tipi di fonti utilizzabili per tracciare
una mappa delle malattie nel medioevo sono le fonti narrative, agiografiche ed
iconograficheÉÈ (p. 42). E. Carpentier
Autour de la Peste Noire: famines et ŽpidŽmies dans lÕhistoire du XIVe si�cle
ÇAnnales E. S. C.È 17 (1962), pp. 1062-92, propone in maniera quasi esclusiva
la via da lei percorsa: quella delle ricerche locali. Vedi ora il lavoro di R. Comba in questo stesso volume.
[39] Per cui vedi per indicazioni di largo respiro, che
interessano anche i cronisti, lÕintero volume MentalitŠten im MittelalterÉ, ma in particolare F.
Graus MentalitŠt - Versuch einer Begriffsbestimmung und Methoden der
Unterschung, pp. 9-48, e R. E. Lerner The Black Death and
Western European Eschatological Mentalities ÇThe American Historical ReviewÈ 86 (1981), pp. 533-52.
[40] Carpentier
Une villeÉ, p. 7: Çil sÕagit le
plus souvent de raconter lÕhistoire de la peste dans une ville ou dans un pays.
Quand a-t-elle commencŽ? Combien de temps a-t-elle durŽ? Quand a-t-elle fini?
A-t-elle eu des ÇrŽsurgencesÈ? Quelle descriptions, quels tŽmoignage
poss�de-t-on sur elle? Quelles sont ses victimes cŽl�bres? Parfois, la
recherche prend plus dÕampleur: dÕo� est venue la peste? Par quel chemin?È.
[41] Carpentier
Une villeÉ, p. 9, e dopo di lei
di W. M. Bowsky The impact of
the Black Death upon Sienese Government and Society ÇSpeculumÈ 39 (1964), pp. 1-34, e di R. W. Emery The Black Death of 1348 in
Perpignan ibid. 42 (1967), pp.
611-23. In generale vedi N. Bulst Der
Schwarze Tod. Demographische, wirtschafts- und kulturgeschichtliche Aspekte der
Pestkatastrophe von 1347-1352. Bilanz der neueren Forschung ÇSaeculumÈ 30 (1979) pp. 45-67.
[42] D. Herlihy
Pistoia nel Medioevo e nel Rinascimento Firenze 1972, pp. 125-41 fornisce una bella rassegna delle
incertezze e dei problemi irrisolti posti dalla descrizione dei sintomi della
peste.
[43] Cf. Carpentier
Une villeÉ, p. 164: Çquelle est exactement la place de
la Peste noire dans ces deux si�cles de ÇdŽclin du Moyen AgeÈ, de ÇdŽcadence de
lÕŽconomie europŽenneÈ, de Çcrises du XIVe
si�cleÈ?È; vedi anche L. Febvre La
peste noire de 1348 ÇAnnales E. S.
C.È 4 (1949) pp. 102-03; F. Keyser
Die Pest in Deutschland und ihre Erforschung, in Actes du Colloque international de
DŽmographie historique, Li�ge, 1963:
Probl�mes de mortalitŽ. MŽthode, sources et bibliographie en dŽmographie
historique Li�ge 1965, pp. 369-77.
[44] Giovanni
di Pagolo Morelli Ricordi, ed. V. Branca,
Firenze 1956, pp. 287-92.
[45] V. Branca Boccaccio
medievale e nuovi studi sul Decameron
Firenze 19928, p. 33.
[46] Ibid., p. 39.
[47] Ibid., p. 34
e nota 2.
[48] Ibid., pp.
34-35, ma vedi anche lÕosservazione successiva (p. 35): ÇLÕevocazione
della peste non solo poggia su una tradizione tanto serrata e autorevole nella
retorica medievale da costituire quasi una ekphrasis canonicaÉÈ.
[49] Ibid., p. 37.
[50] F. Cardini Il
Decameron: un ÇGenesiÈ laico? Le dieci giornate della rifondazione cavalleresca
del mondo, in Cardini De finibus Tuscie. Il
Medioevo in Toscana Firenze 1989, p.
185: ÇIl Boccaccio fa nascere lÕÇoccasioneÈ del Decameron proprio dal
destrutturarsi drammatico di tutta una societˆ e in modo particolare di tutto
un ceto dirigenteÉÈ; p. 186: ÇE, con la peste, quella rovina sembrava un fatto
consumato ormai irrimediabilmente. Non era solo la rovina dÕun grande centro,
con la sua potenza politica e i suoi traffici. Era, soprattutto la rovina dÕun Way
of life, che si esprimeva attraverso
il rilassamento dei freni morali, il disinteresse per lo stesso lavoro e le
stesse ricchezze, infine la rottura dei legami di parentela, al punto che ÒlÕun
fratello lÕaltro abbandonava e il zio il nepote e la sorella il fratello e
spesse volte la donna il suo marito; e, che maggior cosa � e quasi non
credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare
e di servire schifavanoÓÉÈ.
[51] G. Getto
La peste del Decameron e il problema della fonte lucreziana, in Getto
Immagini e problemi di letteratura italiana Milano 1966, pp. 49-68.
[52] Adopero G. Boccaccio
Decameron, a cura di V. Branca, Torino 19926.
[53] Adopero Paolo
Diacono Historia Langobardorum, edd. L. Bethmann - G. Waitz,
MGH Scriptores Rerum
Langobardicarum et Italicarum
(1878), che comunque qui non differisce dallÕed. Crivellucci, di cui si serve
il Branca.
[54] Agnolo,
p. 552.
[55] Croniche di Giovanni, Matteo e Filippo Villani
secondo le migliori stampe, Trieste
1857 (di qui in avanti: M. Villani), I,
2.
[56] Marchionne di
Coppo Stefani Cronaca fiorentina, ed. N. Rodolico, RIS n.
e. 30/1 (1903-55)(di qui in avanti: Marchionne),
p. 230.
[57] Marco Battagli
da Rimini Marcha, ed. A.
F. Mass�ra, RIS n. e. 16/3
(1912-13)(di qui in avanti: Battagli),
p. 54.
[58] Chronica abreviata fr. Johannis de Cornazano, in Chronica parmensia a sec. XI. ad exitum sec.
XIV, ed. L. Barbieri, Parma 1858 (di qui in avanti: Chronica
abreviata), p. 386. Su di essa vedi Repertorio
della cronachistica emiliano-romagnolaÉ, pp. 259-61.
[59] Storie Pistoresi, p. 235.
[60] P. Azario
Liber gestorum in Lombardia, ed.
F. Cognasso, RIS n. e. 16/4
(1925-39), p. 1.
[61] Cronaca inedita di Giovanni da Parma canonico di
Trento, in A. Pezzana Storia della cittˆ di Parma, I, Appendice, Parma, 1837 (=Bologna, Forni 1971)
(di qui in avanti: Giovanni da Parma),
p. 51.
[62] Breve Chronicon Flandriae, ed. J. J. De
Smet, ÇCorpus Chronicorum FlandriaeÈ 3 (1856) (di qui in avanti: Breve
Chronicon Flandriae), p.16.
[63] P. G. Molmenti
La storia di Venezia nella vita privata. Dalle origini alla caduta della Repubblica, 1, Trieste1973, pp. 415-16.
[64] Getto La
peste del DecameronÉ, p. 65: ÇLa peste costituiva insomma un vero e proprio topos, un tema letterario a elementi obbligati, unÕekphrasis canonicaÉÈ; p. 66: ÇCon lÕesperienza personale della
peste, o comunque con le notizie che di essa o di particolari di essa potevano
fornirgli i suoi contemporanei, il Boccaccio non doveva certo sentire la
necessitˆ di ricorrere ai classici per nutrire di nuovi dati il suo racconto.
Dei classici egli aveva bisogno, soprattutto, per risolvere un problema di
calcolata arte retoricaÉÈ; p. 68: ÇÉ unÕoccasione, anche, per svolgere un alto
esercizio di arte retoricaÉÈ.
[65] G. Villani,
XII, lxxxiv, pp. 486-88: ÇMa
infinita mortalitˆ, e che pi� dur˜, fu in Turchia, e in quelli paesi dÕoltremare,
e fraÕ Tarteri. E avvenne traÕ detti Tarteri grande giudicio di Dio e
maraviglia quasi incredibile, e ffu pure vera e chiara e certa, che tra Õl
Turigi e Õl Cattai nel paese di Parca, e oggi di Casano signore di Tarteri in
India, si cominci˜ uno fuoco uscito di sotterra, overo che scendesse da cielo,
che consum˜ uomini e bestie, case, alberi, e lle pietre e lla terra, e vennesi
stendendo pi� di xv giornate
atorno con tanto molesto, che chi non si fugg“ fu consumato, ogni criatura e
abituro, istendendosi al continuo. E gli uomini e femine che scamparono del
fuoco, di pistolenza morivano. E alla Tana, e Tribisonda, e per tutti queÕ
paesi non rimase per la detta pestilenza deÕ cinque lÕuno, e molte terre vi
sÕabandonaro tra per pestilenzia, e tremuoti grandissimi, e folgori. E per
lettere di nostri cittadini degni di fede chÕerano in queÕ paesi, ci ebbe come
a Sibastia, piovvono grandissima quantitˆ di vermini grandi uno sommesso con viii gambe, tutti neri e coduti, e vivi
e morti, che apuzzarono tutta la contrada, e spaventevoli a vedere; e cui
pugnevano, atossicavano come veleno. E in Soldania, in una terra chiamata
Alidia, non rimasono se non femmine, e quelle per rabbia manicaro lÕuna
lÕaltra. E pi� maravigliosa cosa e quasi incredibile contaro avvenne in
Arcaccia, uomini e femine e ogni animale vivo diventarono a modo di statue
morte a modo di marmorito, e i signori dÕintorno al paese peÕ detti segni si
propuosono di convertire alla fede cristiana; ma sentendo il ponente e paese di
Cristiani tribolati simile di pistolenze, si rimasono nella loro perfidia. E a
porto Talucco, inn una terra chÕha nome Lucco invermin˜ il mare bene x miglia fra mare, uscendone e andando
fra terra fino alla detta terra, per la quale amirazione assai se ne
convertirono alla fede di Cristo. E stesesi la detta pistolenza infino in
Turchia e Grecia, avendo prima ricerco tutto Levante i Misopotamia, Siria,
Caldea, Suria, Cipro, il Creti i Rodi, e tutte lÕisole dellÕArcipelago di
Grecia, e poi si stese in Cicilia, e Sardigna, Corsica, ed Elba, e per simile
modo tutte le marine e riviere di nostri mari; e otto galee di Genovesi
chÕerano ite nel mare Maggiore, morendo la maggior parte, non ne tornarono che
quattro galee piene dÕinfermi, morendo al continuo; e quelli che giunsono a Genova,
tutti quasi morirono, e corruppono s“ lÕaria dove arivavano, che chiunque si
riparava co lloro poco apresso morivano. Ed era una maniera dÕinfermitˆ, che
non giacia lÕuomo iii d“, aparendo
nellÕanguinaia o sotto le ditella certi enfiati chiamati gavoccioli, e tali
ghianducce, e tali gli chiamavano bozze, e sputando sangue. E al prete che
confessava lo Õnfermo, o guardava, spesso sÕapiccava la detta pistilenza per
modo chÕogni infermo era abandonato di confessione, sagramento, medicine e
guardie. Per la quale sconsolazione il papa fece dicreto, perdonando colpa e
pena aÕ preti che confessassono o dessono sagramento alli infermi, e lli
vicitasse e guardasse. E dur˜ questa pestilenza fino a É, e rimasono disolate
di genti molte province e cittˆdini [É]. E tali son fatti i giudici di Dio per
pulire i peccati deÕ viventiÈ.
[66] Buccio di
Ranallo Cronaca Aquilana,
ed. V. De Bartholomaeis, Roma 1907
(FSI 41), pp. 180-86.
[67] M. Villani, I,
2: ÇAvemmo da mercatanti genovesi, uomini degni di fede, che avevano avute novelle
di queÕ paesi, che alquanto tempo innanzi a questa pestilenzia, nelle parti
dellÕAsia superiore usc“ della terra ovvero cadde dal cielo un fuoco
grandissimo, il quale stendendosi verso il ponente, arse e consum˜ grandissimo
paese senza alcuno riparo. E alquanti dissono che del puzzo di questo fuoco si
genr˜ la materia corruttibile della generale pestilenzia: ma questo non
possiamo accertareÈ; Die Oberrheinische Chronik, pp. 64-65; Chronicon Estense, p.160: ÇEodem millesimo et diebus, pluit ignis maximus
de celo in partibus Imperii, quod est inter Cathayum et Persidam, et cecidit in
forma nivis et combursit montes, terras et alia loca, homines et feminas, et
deducebat fumum maximum, quem qui adspiciebat, moriebatur in spatio medii diei;
et similiter si aliquis vel aliqua respiciebat illos, qui fumum viderant, etiam
moriebatur. Accidit tunc, quod decem galie transibant partes illas, quarum due
de Januensibus, scilicet homines respicientes illos qui viderant dictum fumum,
mori ceperunt etiam; tamen conduxerunt eas Constantinopolim et Peram. Tunc
cives dictarum civitatum loquentes cum illis existentibus super galias, statim
moriebanturÈ; Continuatio Novimontensis, p. 674 (codex Novimontensis): ÇNon longe ab illa regione accidit, quod terribilis ignis de celo
fulminavit, et ea que reperit consumpsit; lapides vero virtute illius ignis ita
ardebant ac si in arida ligna fuissent mutati. Fumus inde procedens erat valde
contagiosus, ita ut mercatores a longe ipsum intuentes statim inficerentur;
nonnulli ex eis eciam vitam ibidem finierunt. Qui autem evaserunt, pestilenciam
secum deportaveruntÉÈ.
[68] M. Villani
I, 2: ÇAppresso sapemmo da uno venerabile frate minore di Firenze vescovo diÉ
del Regno, uomo degno di fede, che sÕera trovato in quelle parti dovÕ� la cittˆ
di Lamech neÕ tempi della mortalitˆ, che tre d“ e tre notti piovvono in quello
paese bisce con sangue che appuzzarono e corruppono tutte le contrade: e in
quella tempesta fu abbattuto parte del tempio di Maometto e alquanto della sua
sepolturaÈ; Continuatio Novimontensis, p. 674 (codex Novimontensis): ÇInsuper in partibus ubi zinziber nascitur letalis pluvia descendit,
mixta cum serpentibus et diversis vermibus pestiferis; et cunctos quos tetigit
continuo extinxitÈ. Il Chronicon Estense, p. 160, riporta la notizia, ma non la mette in relazione con la peste
successiva: ÇEodem millesimo, in partibus Captay pluit in maxima copia vermium
et serpentium qui devoraverunt maximam quantitatem gentium et quoscumque
homines, homines vel feminas, tangebat aqua, subito moriebanturÈ.
[69] A. Coville
Ecrits contemporains sur la peste de 1348 ˆ 1350 ÇHistoire littŽraire de la FranceÈ 37 (1937), pp.
340-51; Biraben Les hommes et
la pesteÉ, 2, pp. 9-10.
[70] N. Rubinstein The
Beginnings of Political Thought in Florence, A Study in Medieval Historiography ÇJournal of the Warburg and Courtauld InstituteÈ 5
(1942), pp. 198-227.
[71] Das Buch der Natur von Konrad von Megenberg. Die
erste Naturgeschichte in deutscher Sprache, ed. F. Pfeiffer,
Stuttgart 1861.
[72] Cronica de Ducibus Bavariae, p. 168: ÇAnno Domini MCCCXLI prima die mensis
Marcii ingressus est Saturnus primum punctum capricorni, et tunc iniciabatur
pestilencia illa magna, quam totus expertus est mundusÈ.
[73] Chronique et Annales de Gilles le Muisit, abbŽ de Saint-Martin de
Tournai (1272-1352), ed. M. H. Lema”tre, Paris 1905 (di qui in avanti: Gilles le Muisit), pp. 238-39; Jean de Venette, pp. 179-80; Chronique
de Jean Le Bel, edd. J. Viard - E. DŽprez, 1-2, Paris 1904-05
(di qui in avanti: Jean Le Bel),
1, p. 225; Chronicon comitum Flandrensium, ed. J. J. De Smet, in
ÇCorpus Chronicorum FlandriaeÈ 1 (1837), p 227; Breve Chronicon Flandriae, p. 18.
[74] Jean de
Venette, pp. 210-11; vedi anche P.
Cochon Chronique normande,
ed. Ch. de Robillard de Beaurepaire,
ÇSociŽtŽ de lÕhistoire de NormandieÈ 1870, pp. 71-72; Biraben Les hommes et la pesteÉ, II,
pp. 12-13.
[75] G. Villani, XIII,
xcviii, p. 510: ÇNel detto anno,
del mese d'agosto, aparve in cielo la stella commeta [É] e ingener˜ grande
mortalitˆ ne' paesi che il detto pianeto e segno signoreggiano; e bene il
dimostr˜ inn Oriente e nelle marine d'intorno, come dicemmo adietroÈ.
[76] Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 2, p. 20.
[77] Ibid., p. 39.
[78] Ad es. Jean de
Venette, p. 212; Die Chronik des Hugo von Reutlingen ÇForschungen zur Deutsche GeschichteÈ 21 (1881), pp.
49-50; Sercambi, p. 96: ÇEt era s“
corrocta lÕaire, che in qualunqua luogo huomo andava, la morte il giungeaÈ;
altri rimandi in Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 2, p. 20.
[79] Vedine la rassegna in Biraben
Les hommes et la pesteÉ,
2, p. 25; Jean de Venette, pp.
212-13, che per˜ vi aggiunge anche lÕinquinamento delle acque da parte dei
giudei.
[80] Liber regiminum Padue, ed. A. Bonardi,
RIS n. e. 8/1 (1903-07), p. 368: ÇÉ in annis MCCCXLVIII die XXV ianuarii hora
XXIII fuit ingens terraemotus qui duravit per dimidium horae, post quem pestis
inaudita mare transivit, et evolavit de Venetiis in omnes occidentis
provincias, et denique in universum orbemÈ.
[81] Carpentier
Une villeÉ, p. 197; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p.
16.
[82] Cronica de Ducibus Bavariae, p. 168: ÇUnde autem eadem pestilencia causaretur
vel quomodo ei succurrendum esset, nullus potuit medicus invenireÈ.
[83] Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 1, p. 53.
[84] Non si pensi che il de Mussi riferisca di cose viste
personalmente, perchŽ � stato mostrato dal Tononi,
p. 142, che tra 1346 e 1356 egli era attivo nella sua professione di notaio con
continuitˆ a Piacenza.
[85] Vedi supra nota 65; cf. Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 1, p. 53.
[86] Chronica abreviata, pp. 385-86.
[87] Chronicon Estense, p. 160; Cronica de Ducibus Bavariae, p. 168.
[88] Breve Chronicon Flandriae, p. 14; Continuatio Novimontensis, p. 674.
[89] Agnolo,
p. 555: Çquesto morbo sÕattachava collÕalito e coÕ la vista parevaÈ; Liber
regiminum Padue, p. 368: ÇÉ in solo
visu, vel anhelitu omnes interrimebatÈ; cf. Biraben
Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 22.
[90] Ad es. Marchionne
p. 230: ÇLo segno era questo, che, o tra la coscia e Õl corpo al modo (nodo?) dÕanguinaia, o sotto lo ditello apparia un
grossetto, e la febbre a un tratto, e quando sputava, sputava sangue mescolato
colla saliva, e quegli che sputava sangue niuno ne campavaÈ; Cronica de
Ducibus Bavariae, p. 168: ÇInvasit
autem homines et in lectos prostravit aliquando per nimum calorem, aliquando
per frigus, aliquando per capitis dolorem, inter que glandes erumpebant in
corporibus eorum et crescebant aliquibus sub humeris, aliquibus in ingwine,
aliquibus in coxis, quarum tamen multe evanescentes aut saniem emittentes
mortem hominibus non intuleruntÈ; cf. Carpentier
Une villeÉ, p. 114; Molmenti La storia di Venezia, pp. 415-16; Biraben
Les hommes et la pesteÉ, 2, pp. 43,
46.
[91] Annales S. Albini Andegavensis, ed. L. Halphen,
ÇCocllection de textes pour servir ˆ lÕŽtude et ˆ lÕenseignement de lÕhistoireÈ
37 (1903) (di qui in avanti: Annales S. Albini Andegavensis), pp. 39-41; Biraben
Les hommes et la pesteÉ, 2, pp. 43-44, 46.
[92] Marchionne
p. 230: ÇÉ fu di tale terrore e di tanta tempesta, che nella casa dove
sÕappigliava chiunque serv“a niuno malato, tutti quelli che lo serviano,
moriano di quel medesimo male, e quasi niuno passava lo quarto giornoÈ; Boccaccio Decameron Introduzione 13: ÇÉ quasi tutti infra Õl terzo
giorno dalla apparizione deÕ sopra detti segni, chi pi� tosto e chi meno e i
pi� senza alcuna febbre o altro accidente, morivanoÈ, cf. Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 48.
[93] Annales Urbisveteris, ed. L. Fumi,
RIS n. e. 15/5,1 (1902-20), p.197.
[94] Come chiarisce bene la rubrica del
Battagli, p. 54: ÇDe mortalitate universali per totum orbemÈ; �
espressione ricorrente.
[95] Cronica de Ducibus Bavariae, p. 168: ÇQuam magna autem seu seva fuerit in
popularibus civitatibus atque villis, si scribatur, incredibile estimaturÈ.
[96] Agnolo, p. 555: ÇE morivano quasi di subitoÉ e favellando
cadevano mortiÉ e non valea n� medicina n� altro riparo; e quanti ripari si
facea parea che pi� presto morisseroÈ; Discorso historico, pp. 25-26: Çet la mattina erano sani et lÕaltra
matina mortiÈ; Carpentier Une
villeÉ, p. 113; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 55.
[97] Gilles le
Muisit, p. 238; Jean de Venette,
p. 179-80; Chronicon comitum Flandrensium, p. 227; Die Chronik Heinrichs Taube von Selbach mit den von ihm
verfa§ten Biographien EichstŠtter Bischšfe, ed. H. Bresslau, MGH SS
n. s. 1 (1922), pp. 75-76.
[98] Carpentier
Une villeÉ, p. 162; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 55, nota a riprova che, sulla scorta degli
studi di K. Sudhoff, di contro alla totale assenza di trattati medici sulla
peste prima del 1348, con una unica eccezione nel 1340, sono stati pubblicati
circa trecento trattati in merito risalenti al periodo tra 1348 e 1500; Nada Patrone Alimentazione e malattie
nel Medioevo, p. 39: Çle opere
mediche sulle epidemie si infittiscono proprio a partire dal fatidico 1348È.
[99] Jean de
Venette, p 214.
[100] Ad es. Sagacio
e Pietro de Gazata Chronicon
Regiense, RIS 18 (1731), col. 66:
ÇDe hoc morbo non possem scribere horribilitates, et crudelitates, et
obscuritates, quae fueruntÈ.
[101] Sei mesi sono la norma per Giovanni da Parma, p. 52. A Pisa (Agnolo, p. 553) Çdur˜ questa mor“a 5 mesiÉÈ; a Siena per uno
(Cronaca Senese, p. 148): ÇÉ
bast˜ tre mesi, giugnio, luglio e agostoÈ; ma per Agnolo, p. 555: ÇLa mortalitˆ cominci˜ in Siena di magioÉ E
cos“ dur˜ in fino a settembreÈ; ad Orvieto (Discorso historico, pp. 25-26) Çdur˜ questa mortalitˆ finamente a
calenne di septembreÈ, dai primi di maggio; a Firenze per M. Villani da aprile
a settembre, per Marchionne (p. 230) da marzo a settembre; per le Storie
Pistoresi, p. 235 Çdur˜ l Õnfertˆ
pi� di IIII mesi continuiÈ; a Bologna da marzo a settembre; a Venezia da
febbraio ad agosto per alcuni (Pastorello
Introduzione, p. XIV), ma per
altri il canonico semestre: Molmenti
La storia di Venezia, pp. 415-16
; per il Battagli, p. 55, dovunque
da febbraio ad Ognissanti, primo di novembre; ad Avignone dur˜ sette mesi
secondo la testimonianza di Guy de Chauliac (Biraben
Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 45), ma il culmine si ebbe tra
gennaio ed aprile (Breve Chronicon Flandriae, p. 14); a Vienna dalla Pentecoste del 1349 (31
maggio) a S. Michele (29 settembre) (Continuatio Novimontensis, p. 676).
[102] A
Padova e distretto secondo il Liber regiminum Padue, p. 368: Ç tertia pars defecitÈ; a Pisa per Agnolo, p. 553, Çstimasi che ne morisse
deÕ 5 eÕ 4ÉÈ, ed a Piombino Çmorivi eÕ 3 quarti de le personeÉÈ, ma per Pisa
cf. A. Feroci La peste bubonica
in Pisa nel Medio Evo e nel 1630
Pisa 1893, p. 13: secondo lÕanonimo qui pubblicato la mortalitˆ colp“ il 70%
della popolazione; Agnolo, p. 555:
ÇÉ in tutto si trova che ne la cittˆ e borghi di Siena morisse 80m persone, ch� in questo tenpo facea Siena e li borghi
pi� di 30m omini, e rimase Siena a meno di
X mila ominiÈ; il 75% nelle Venezie, risultava allÕautore della Continuatio
Novimontensis, p. 674, e lo stesso a
Siena per la Cronaca Senese, p.
148; Agnolo, p. 553: ÇA Milano
mor“ poca gente, inperoch� mor“ 3 fameglieÈ; ad Orvieto per il Discorso
historico, pp. 25-26, Çcontasi, che
delle dieci parti ne morissero le nove partiÈ; per gli Annales Urbisveteris, p. 197, Çcreditur quod medietas hominum obieritÈ; a
Firenze per M. Villani ÇdeÕ cinque i tre e pi�È, il 60%, soprattutto tra gli
strati inferiori, con la nota, tipica di Matteo, che sempre vede in chiave
cosmica, Çnel generale per tutto il mondo manc˜ la generazione umana per
simigliante numeroÈ; 96.000 i morti per Marchionne, 100.000 per Boccaccio; A. B.
Falsini Firenze dopo il 1348 ÇArchivio Storico ItalianoÈ 129 (1971), p. 436,
ritiene che Çci si possa avvicinare alla veritˆ ammettendo presenti in Firenze,
prima della peste, poco pi� di 90.000 abitanti e, subito dopo la peste, poco
meno di 50.000 abitantiÈ. A Venezia le vittime erano state prossime a 100.000
per il Battagli, pp. 54-55, ed il Liber
regiminum Padue, p. 368; ad Avignone
per le Storie Pistoresi, p. 235,
pi� di 120.000, per Giovanni di
Winterthur, p. 275, 16.000 in un mese; a Pisa (Storie Pistoresi, p. 236) pi� di 25.000, ed a Parigi 1.573 morti il
solo 13 marzo. Per gli Annales Mellicenses, p. 513, la percentuale dei morti era del 72%: ÇÉ vix duodecimus homo
remansitÈ ; per Giovanni da Parma,
p. 51, a Trento lÕ83% (Ç5 su 6È); per Giovanni da Praga tra Venezia e Marsiglia
il 66%, e cos“ mediamente in Germania per la Continuatio Novimontensis, p. 676. Vedi anche, dopo Bulst Der Schwarze Tod, pp. 49 ss., P. Dubuis LÕŽpidemie
de peste de 1349 ˆ Saint-Maurice-dÕAgaune Lausanne 1980 (ƒtudes de lettres - FacultŽ des lettres de lÕUniversitŽ
IV-3), pp. 3-20.
[103] Chronicon Estense, pp. 160-61; riprendono pari pari il Chronicon la Polyhistoria, RIS 24 (1738), coll. 806-07, e lÕintero Corpus Chronicorum
Bononiensium, ed. A. Sorbelli, RIS n. e. 18/1 (1906-40), pp.
583-87; per Bologna A. I. Pini Campagne
bolognesi. Le radici agrarie di una metropoli medievale Firenze 1993, pp. 138-39: Çsi pu˜ senzÕaltro
concludere che la peste port˜ via gli abitanti della cittˆ in una proporzione
che oscilla tra 1/3 e i 2/5. Non era dunque molto lontano dal vero il cronista
bolognese contemporaneo Pietro da Villola quando scriveva che per la peste Òfu
estimato che di cinque era morti li tre e pi�ÓÈ.
[104] Chronicon Estense, p.
162. Sulla peste a Venezia vedi ancora Pastorello,
Introduzione, p. XIV, che cita
anche Gian Jacopo Caroldo Historia
di Venetia, ms. Marc. It. VII 128a,
c. 200r, ed il Chronicon Monasterii S. Salvatoris Venetiarum Francisci de
Gratia (1141-1380), ed. A. M. Duse,
Venezia 1766, pp. 69-70, ed infine la testimonianza tarda raccolta in Marin Sanudo Vitae Ducum Venetorum, RIS 22 (1733) coll. 614-16.
[105] A. Sapori
LÕattendibilitˆ di alcune testimonianze cronistiche dellÕeconomia medievale, in Studi di storia economica medievale 1, Firenze 1955, pp. 25-33.
[106] Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 1, p. 156.
[107] Nemmeno la conclusione, a suo modo cauta, di Mollat I poveri nel Medioevo, p. 221: Çil calo demografico raggiunse forse un
terzo della popolazione europeaÈ.
[108] Frugoni
G. Villani, Cronica, XII, 94, p.
245 ÇTutte queste cifre, al di lˆ della precisazione numerica, rappresentano
anche una interpretazione, direi, della storia fiorentinaÈ. Bowsky The impact of the Black DeathÉ, pp. 4-5 giudica le cifre fornite dai cronisti
senesi come, se non esattissime, generalmente affidabili.
[109] Annales S. Albini Andegavensis, pp. 39-41; Biraben
Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 155.
[110] Discorso historico, pp. 25-26: ÇÉ molte famiglie et chasate rimasero
sderedateÈ; Marchionne p. 230:
Çquando sÕappigliava in alcuna casa, spesso avvenia che non vi rimanea persona
che non morisseÈ; Giovanni da Parma,
p. 51; cf. Biraben Les hommes
et la pesteÉ, 2, p. 30.
[111] Annales Urbisveteris, p.
197: Çprincipales nobiles et populares obieruntÈ. Per Domenico da Gravina Chronicon de rebus in Apulia gestis, ed. A. Sorbelli,
RIS n. e. 12/3 (1903-09), p. 49, Çquasi modicus superfuit populusÈ nel regno di
Sicilia.
[112] G. Cortusi
Historiae, RIS 12 (1728)(di qui
in avanti: Cortusi), col. 926. Non
risponde affatto a veritˆ che secondo la cronaca di Rimini (e ci si riferirˆ al
Battagli) la malattia ha colpito
prima i poveri, poi i ricchi, ma nessun grande signore, come si trova in G. C. Coulton The Black Death London 1929, p. 62, ripreso da Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 31.
[113] Cronica de Ducibus Bavariae, p. 168: ÇUbicunque vero sevitura erat, ibi primo in
pueros, deinde in forciores seviebatÈ; Giovanni
da Parma, pp. 51-52, nota che la peste colp“ in regioni diverse in
diverse stagioni, qui nei tempi caldi, lˆ nei freddi, senza norma, e pi� i
giovani dei vecchi, e pi� le fanciulle (soprattutto se carine), e pi� le donne
degli uomini.
[114] Alberto de
Bezanis Cronica pontificum et imperatorum, ed. O. Holder-Egger,
MGH SRG in us. schol. 3 (1908), p. 102, ed aggiunge: Çin locis sanis quam in
viciosis et in fumisÈ; che cosa significhi Çin fumisÈ � inesplicabile, ma
indicherˆ comunque luoghi malsani.
[115] Continuatio Novimontensis, p. 676. Il che si accorda in parte con quanto
riferito da Heinrich von Herford (Liber
de rebus et temporibus memorabilibus sive Chronicon Henrici de Hervordia, ed. A.
Potthast, Gottingae 1859), p. 284, che Çnobilibus et militaribus et
clericis secularibus plus pepercitÈ.
[116] P. 51.
[117] Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 2, p. 29.
[118] Agnolo,
p. 555: Ç nel contado mor“ molta pi� gente, che molte terre e ville sÕabandonaro
che non vi rimase personaÈ; Annales Mellicenses, p. 513: ÇÉ in Karinthia, Austria et Babaria
mortalitas in tantum seviebat, quod multe ville et in civitatibus quibusdam
domus quamplures sunt destructe, ita quod inhabitator in eis nullus est
inventusÈ.
[119] Discorso historico, pp. 25-26; Carpentier
Une villeÉ, pp. 112, 120-21; Biraben
Les hommes et la pesteÉ, 2, pp. 28, 31, 37.
[120] J.-N. Biraben
Les pauvres et la peste, in ƒtudes
sur lÕhistoire de la pauvretŽ, ed. M. Mollat, Paris 1974 (Publications de
la Sorbonne, ƒtudes 8,1-2), 2, pp. 505-18.
[121] Mollat I
poveri nel Medioevo, p. 221. Alcune perplessitˆ in proposito mostra
ragionevolmente Capitani nellÕIntroduzione, pp. XXX-XXXIII. Ancora pi� drastica, e meno
accettabile, lÕaffermazione ÒesemplificativaÓ alle pp. 221-22: ÇLÕinsistenza
dei cronisti nel mostrare, come gli artisti delle danze macabre, unÕeguale
vulnerabilitˆ del ricco e del povero, � corretta dalle testimonianze del triste
primato della povertˆ. La malattia colp“ dapprima i quartieri poveri, per esempio
a Rimini, a OrvietoÉ a NarbonneÉ si pu˜ parlare cos“ di Òepidemia proletariaÓÈ.
[122] Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 2, p. 28.
[123] Marchionne,
p. 230; cf. Carpentier Une
villeÉ, p. 113; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 25.
[124] Agnolo,
p. 556.
[125] Corpus chronicorum Bononiensium, pp. 583-87.
[126] Chronicon Sublacense, ed. R. Morghen,
RIS n. e. 24/6 (1927), p. 44.
[127] Agnolo,
p. 553: ÇÉ e non si trovava medici che volessero curareÉÈ ; M. Villani I, 2: ÇDi questa pestifera
infermitˆ i medici in catuna parte del mondo, per filosofia naturale o per
fisica o per arte dÕastrologia, non ebbono argomento nŽ vera curaÈ; Marchionne, p. 230: ÇÉ e non valeva nŽ
medico, nŽ medicina, o che non fossero ancora conosciute quelle malattie, o che
li medici non avessero sopra quelle mai studiato, non parea che rimedio vi
fosseÈ; Boccaccio Decameron, Introduzione 13: ÇA cura delle quali infermitˆ nŽ
consiglio di medico nŽ virt� di medicina alcuna pareva che valesse o facesse
profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse o che la ignoranza deÕ
medicanti [É] non conoscesse da che si movesse e per consequente debito
argomento non vi prendesseÉÈ; Breve Chronicon Flandriae, p. 16: Çnec medicus visitat infirmum, si tamen ei
dantur quicquid infirmus in hac vita possideretÈ.
[128] M. Villani, I,
2: ÇAlquanti per guadagnare andarono visitando e dando loro argomenti,
li quali per la loro morte mostrarono lÕarte esser fitta e non vera: e assai
per coscienza lasciarono a ristituire i danari che di ci˜ aveano presi
indebitamenteÈ; Boccaccio Decameron, Introduzione 13: ÇÉ o che la ignoranza deÕ
medicanti (deÕ quali, oltre al numero degli scienziati, cos“ di femine come
dÕuomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero
divenuto grandissimoÉÈ.
[129] Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 2, p. 127.
[130] Discorso historico, pp. 25-26: ÇEt le botteghe delli artefici tutte
stavano chiuseÈ; Breve Chronicon Flandriae, p. 18: ad Avignone, ogni lavoro sospeso, Çvacationes indicte sunt
usque festum MichaelisÈ.
[131] V. Rutenburg
Popolo e movimenti popolari nellÕItalia del Õ300 e Õ400, introd. di R. Manselli,
Bologna 1974, p. 109.
[132] Di
contro a Y. Renouard La Peste
Noire de 1348-1350 ÇRevue de ParisÈ
57 (1950), pp. 107-19, oggi in Renouard
Etudes dÕhistoire mŽdiŽvale Paris
1968, I, pp. 143-55, che vedeva subito dopo la peste grandi mutamenti sociali e
soprattutto approfondirsi del divario tra poveri e ricchi, G. Prat Albi et la Peste Noire ÇAnnales du MidiÈ 64 (1952), pp. 15-25, conclude che
nella regione da lui studiata si ebbe un notevole calo della popolazione, ma
scarsi mutamenti politico-sociali; ad analoghe conclusioni � giunto P. Wolff Trois Žtudes de dŽmographie
mŽdiŽvale en France mŽridionale, in Studi
in onore di Armando Sapori, I,
Milano 1957, pp. 493-503. Sulla
disgregazione della societˆ causata dalla peste insiste W. L. Langer The Black Death ÇScientific AmericanÈ 210 (1964), pp. 114-21.
[133] Vedi ora il lavoro di P. Pirillo in questo stesso volume.
[134] Marchionne,
p. 230: Çle genti spaventate abbandonavano la casa, e fuggivano in unÕaltra; e
chi nella cittˆ, e chi si fuggia in villaÈ; cf. Carpentier Une villeÉ, pp. 134, 149-50; i veneziani fuggono a Chioggia, Ferrara, Padova,
Treviso, Ceneda, Torcello, Murano e altrove (Pastorello
Introduzione p. XIV); qui la
situazione � particolarmente grave, tanto che si dovette ingiungere - passata
la tempesta - agli ufficiali pubblici fuggiti in massa di riassumere il loro
posto, parallelamente al divieto di lasciare la cittˆ per tutti i veneziani;
cf. ancora Giovanni di Winterthur,
p. 275-76; Continuatio Novimontensis, p. 676, con la nota triste: Çsed quia prius erant infecti, propterea
non poterant evadere quin ex eis quam plures morerenturÈ. Anche questo non �
fenomeno esclusivo della peste nera: cf. Figliuolo
Il terremoto del 1456, 1, p. 11.
[135] Carpentier
Une villeÉ, p. 155, con rimando a
Marchionne, p. 232. Anche questo �
fenomeno ricorrente in seguito: cf. Figliuolo
Il terremoto del 1456, 1, pp.
112-13; sul carattere antropologico di queste manifestazioni si � intrattenuto
J. Delumeau La paura in Occidente
(secoli XIV-XVIII), Torino 1979, pp.
209-11.
[136] Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 2, p. 77. Proprio a partire dalla peste
nera si moltiplicheranno i ricorsi alla misericordia della Madre di Dio: cf. PestblŠtter
des XV. Jahrhunderts, ed. P. Heitz, Strassburg 1901; P. Pedrizet La Vierge de MisŽricorde.
Etude dÕun th�me iconographique,
Paris 1908; Figliuolo Il
terremoto del 1456, 1, p. 176; J.-P. Delumeau Rassicurare e
proteggere, Milano 1992, che dedica
ampio spazio, per quel che ci riguarda, alle processioni ed al culto di Maria
misericordiosa; vedi in particolare p. 284: ÇFra le ondate delle pestilenze che
si abbatterono sullÕEuropa a cominciare dal 1348 e la diffusione del culto
della Vergine col mantello cÕ� un rapporto di causa ed effetto che nessuno
mette in dubbioÉÈ.
[137] Carpentier
Une villeÉ, pp. 155-56; Biraben
Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 66.
[138] Agnolo,
p. 553: ÇÉ e a pena eÕ pochi preti davano la confessione e sagramentiÉÈ; Marchionne, p. 230: ÇMedici non si
trovavanoÉÈ; Battagli, p. 54:
ÇPresbiteri et medici etiam fugiebant infirmos et mortuos pro timoreÈ; Storie
Pistoresi, p. 235: Çe che non si
trovava chi volesse servire nullo malato n� portare morto a sepoltura n� frate
n� prete che andare vi volesseÈ ; cf. Carpentier
Une villeÉ, p. 155.
[139] Marchionne,
p. 230: ÇÉ quelli che si trovavano, voleano smisurato prezzo in mano innanzi
che intrassero nella casa, ed entratovi, tocavono il polso col viso volto
adrieto, e da lungi volevono vedere lÕurina con cose odorifere al nasoÈ; p.
231: ÇLi preti e i frati andavano ai ricchi e in tanta moltitudine, ed erano s“
pagati di tanto prezzo che tutti arricchienoÈ;
cf. Carpentier Une
villeÉ, p. 155.
[140] Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 2, p. 32.
[141] Agnolo,
p. 553: ÇÉ e non si trovava chi li sopellisse se noÕ el padre portava el
figliuolo, el marito portava la moglie a la fossa senza preti o croce, e molti
rimaneano, ch� non vÕera chi li portasse a la fossa. E Dio promise (sic) per˜,
che nissuno rimanesse in sul letto, n� in casa morto, che non fusse portato a
la fossa da qualcuno dicendo: Òaiutiamo costoro, ch� saremo aiutati noi, e
portialli a la fossa, ch� saremo portati noiÓ; e cos“ come per morti molti si
metteano e molti ne moriva e molti canpavano e molti facevano per denaro e
molti per lÕamor di DioÈ; p. 555: Çe non si trovava chi soppellisse n� per
denaro n� per amicizia, e quelli de la casa propria li portava meglio che potea
a la fossa senza prete, n� uffitio alcuno, n� si sonava canpanaÈ.
[142] Agnolo,
p. 555; Battagli, p. 54; Continuatio
Novimontensis, p. 676.
[143] Secondo quanto riferisce Gilles li Muisit, cui
rimandano Coville Ecrits
contemporainsÉ, p. 382, e Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 168.
[144] Agnolo, p. 553: ÇPisa si fu per abandonareÉ É [Piombino]
per tanto si fu per abandonareÈ.
[145] Pastorello Introduzione p. XV, che cita la cronaca di S. Salvatore: ÇEt in
ista peste surexerunt latrones infiniti, furantes et depredantes domosÈ.
[146] Agnolo,
p. 555: Çquasi a ognuno pareva che di dolore a vedere si diventavano
stupefattiÈ; Discorso historico,
pp. 25-26: Çet quelle che rimasero,
rimasero inferme et sbigottite, et con gran terrore dipartisene delle case che
rimasero delle genti loro morteÈ.
[147] M. Villani,
I, 3.
[148] W. L. Langer
The next assignment ÇThe American
Historical ReviewÈ 63 (1958), pp. 283-304.
[149] Nota Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 2, p. 83 che a Firenze nel 1348 i
Villani - Giovanni, il nonno, che ne muore, poi il padre [ma � il fratello
minore! G. Z.], Matteo, infine il
figlio, Filippo - descrivono lÕarrivo della peste ed osservano come, durante
lÕepidemia, gli uomini si gettino con ardore nelle devozioni, ma come le chiese
non sembrano loro che luoghi di preghiera, e non dei rifugi protetti dalle
epidemie. Sulle devozioni anche Mollat
I poveri nel Medioevo, p. 225.
[150] Adopero qui il rapido sunto che del lavoro di Langer ha fatto la Carpentier Une villeÉ, p. 164.
[151] Carpentier
Une villeÉ, pp. 195-96.
[152] Anonymus
Leobiensis Deutsche Fortsetzung, ed. H. Pez, ÇScriptores
Rerum AustriacarumÈ 1 (1721), col. 968; Borst
Il terremoto del 1348, p. 28.
[153]Continuatio Novimontensis, p.
676.
[154] La Cronaca del Conte Francesco di Montemarte
(1231-1399), ed. L. Fumi, RIS n. e. 15/5,1 (1902-20), p. 224;
sui fraintendimenti del cronista Carpentier
Une villeÉ, pp. 104-05.
[155] Continuatio Novimontensis, p. 676.
[156] Vedi ora anche il lavoro di G. M. Varanini in questo stesso volume.
[157] Agnolo,
p. 553: ÇE quelli che fugiano di Pisa erano divietati e non poteano entrare in
terra alcunaÉÈ; provvedimenti analoghi vennero presi a Firenze, a Pistoia, a
Venezia, cf. F. Carabellese La
peste del 1348 e le condizioni della sanitˆ pubblica in Toscana Rocca San Casciano 1897, A. Chiappelli Gli ordinamenti sanitari del comune di Pistoia
contro la pestilenza del 1348
ÇArchivio Storico ItalianoÈ s. 4 20 (1887), pp. 3-24; A. Zanelli Di alcune Leggi suntuarie
pistoiesi dal XIV al XVI ibid. s. 5
16 (1895), pp. 206-24; M. Brunetti
Venezia durante la peste del 1348
ÇAteneo VenetoÈ 22 (1909), 1, pp. 289-311; 2, pp. 5-42, edito anche come
estratto a parte, Venezia 1909; Carpentier Une villeÉ, pp. 132-34. Nel secolo successivo lÕItalia sarˆ,
come in tanti altri campi, a questo riguardo allÕavanguardia: cf. Cipolla Contro un nemico invisibileÉ, pp. 14-20.
[158] Continuatio Novimontensis, p.
674.
[159] Agnolo, p. 553: Çle case loro furo murate lÕuscia e le
finestre, ch� nissuno vÕentrasseÈ; Biraben
Les hommes et la pesteÉ,
2, p. 169.
[160] Coulton
The Black Death, p. 26; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 168.
[161] Senza giungere allÕincenerazione gli Ordinamenta
sanitatis dellÕaprile 1348 a Pistoia
ordinano che non si ritirino i morti dalle case che in una bara, regolamentano
la profonditˆ delle fosse e proibiscono di introdurre cadaveri in cittˆ. Si �
sparsa lÕidea che la putrefazione dei corpi insepolti pu˜ generare la peste, e
misure per allontanare i cimiteri si diffondono lentamente. LÕinteresse delle
autoritˆ amministrative per la peste � il fatto capitale, il punto di partenza
essenziale di ogni regolamentazione amministrativa ulteriore nel campo
dellÕigiene pubblica. Prima dellÕapparizione della peste, � solo in Italia,
sembra, che esistano regolamenti sanitari in qualche grande cittˆ: a Firenze
gli Statuti sanitari, pubblicati
dal 1321 al 1324, si preoccupano di assicurare lÕabbondanza del
vettovagliamento, sorvegliare la qualitˆ delle carni e altre derrate alimentari
per la salute degli abitanti. Giˆ prima della peste in Italia alla fine del
XIII o allÕinizio del XIV secolo alcune comunitˆ assoldano dei medici con
lÕincarico di assistere i poveri: Orvieto dispone cos“ di due medici pagati
dalla cittˆ, e bisogna vedervi i primi passi, al di fuori delle opere di caritˆ
della Chiesa, di una assistenza sanitaria civile. Ma la peste nera sconvolge
questa organizzazione encora timidamente abbozzata. Fino ad allora mal
remunerati (venticinque lire per anno), i medici scomparsi non sono rimpiazzati
che a peso dÕoro. Sempre ad Orvieto il 24 ottobre 1348, si assolda maestro
Matteo fu Angelo dopo averlo lungamente sollecitato e gli si offrono cento lire
allÕanno. Il 4 giugno 1350, di nuovo si cerca di reclutare due medici ma anche
offrendo cinquanta fiorini allÕanno, vale a dire duecento lire, nessuno si
presenta e ci si deve contentare di incaricare uno studente che non ha ancora
terminato gli studi (Carpentier Une
villeÉ, pp. 131, 147 e 192; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, pp. 102, 125-26). Agli inizi della peste nera
molte cittˆ italiane adottano simili provvedimenti: Pistoia nellÕaprile 1348
pubblica gli Ordinamenta sanitatis tempore mortalitatis, le cui misure sono rafforzate allÕinizio di giugno
del 1348. Venezia, Milano, Parma ed anche Gloucester in Inghilterra, vietano
lÕingresso ai viaggiatori ed agli stranieri provenienti da luoghi infetti. In
seguito alcune cittˆ sentono il bisogno di una organizzazione amministrativa
particolare in tempo dÕepidemia (G. Sticker
Abhandlungen aus der Seuchengeschichte und Seuchenlehre, I. Die Pest, 1. Die Geschichte der Pest,
; 2. Die Pest als Seuche und als Plage, Giessen 1908-1910, 1, pp.
51-52; Biraben Les hommes et la
pesteÉ, 2, p. 102). A Venezia il 20 marzo 1348 il doge Dandolo fa
nominare tre provveditori di sanitˆ, una sorta di consiglio sanitario
ristretto, incaricato di proporre tutte le misure da prendere a proposito della
peste (V. Bazala Della peste e
dei modi di preservarsene nella Repubblica di Ragusa (Dubrovnik), in XIV Congresso internazionale di storia della
medicina, Roma, 13-20 settembre
1954, Dubrovnik-Zagreb 1954, p. 16; Biraben
Les hommes et la pesteÉ,
2, p. 138), ed a Firenze lÕ11 aprile seguente i priori scelgono otto saggi che
formano una sorta di comitato di salute pubblica investito di poteri quasi
dittatoriali; ma questa istituzione non riesce a svolgere alcuna funzione al di
fuori delle forme amministrative tradizionali e ad imporsi (Carpentier Une villeÉ, p. 131; Biraben
Les hommes et la pesteÉ,
2, p. 138).
[162] Storie Pistoresi, pp. 236-38.
[163] Carpentier
Une villeÉ, pp. 132-33. Ad
Orvieto ugualmente, fin dal 1347, prima dellÕarrivo della peste, le
manifestazioni esterne di dolore sono proibite, ed a Venezia una misura
identica � presa verso la fine dellÕepidemia (ibid., pp. 94, 95, 121, 132, 133;
Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p. 100).
[164] La Carpentier
rileva questa preoccupazione ad Orvieto quando, il 18 dicembre 1348, si compila
una lista degli orfani e si esamina la regolaritˆ della loro tutela, o, se non �
stabilita per testamento o per legge, che vi si provveda ricorrendo al parente
pi� prossimo. Allo stesso modo, il 6 ottobre 1349, si decide di reprimere gli
abusi commessi dai tutori sui beni degli orfani (Carpentier Une villeÉ, pp. 146, 190-91; Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 2, p. 149).
Vedi anche Bowsky The impact of
the Black DeathÉ, p. 17, con rimando
ad Agnolo, p. 557.
[165] Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 2, p. 8; in generale - anche troppoÉ -
vedi J. Delumeau Il peccato e
la paura. LÕidea di colpa in Occidente dal XIII al XVIII secolo, Bologna 1987.
[166] B. GuenŽe
Storia e cultura storica nellÕoccidente medievale Bologna 1991, pp. 255-61. Alla pari della peste
anche il terremoto � un segno della punizione divina e richiede espiazione: A. Riera Melis Fuentes y metodolog’a
para el estudio de los s’smos en Catalu–a, in Estudio dedicados a la memoria del Prof. Dr. Emilio SaŽz, I, Barcelona 1987 (= ÇAnuario de estudios
medievalesÈ 17 (1987)), pp. 308-39.
[167] Vedi lÕacuta riflessione di Borst Il terremoto del 1348, pp. 52-58, che conclude che Çstoria � ancora
lÕimprevedibile e lÕinsuperatoÈ.
[168] Coulton
The Black Death, p. 11; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 2, p.
8.
[169] Graus Pest,
Gei§ler, Judenmorde, p. 26.
[170] L. Green
Chronicle into History. An Essay on the Interpretation of History in
Florentine Fourteenth-Century Chronicles Cambridge 1972, passim. Sul dovere umano di giostrare tra
ÇFortunaÈ e ÇVirtusÈ si esprimeva, comÕ� noto, Petrarca.
[171] Mollat I
poveri nel Medioevo, p. 226: ÇÉ furono accusati i poveriÉ In mancanza di
poveri, la vendetta ÒpopolareÓ se la prese soprattutto con gli Ebrei in
Catalogna e nella valle del RenoÈ.
[172] A proposito delle reazioni al terremoto nota Borst Il terremoto del 1348, p. 27: ÇLa civiltˆ contadina del XIV secolo era
sufficientemente illuminata per credere gli uomini capaci di tutto, e
sufficientemente aggressiva per rispondere agli eventi funesti con la
persecuzione. I mercanti fiorentini ne facevano cauto accenno, il popolino
nellÕarea sismica non aveva peli sulla lingua: colpevoli erano coloro che
facevano prestiti in danaro, che bestemmiavano Dio, che frodavano gli uomini e
avvelenavano le fontane; colpevoli erano ad esempio gli ebrei. In alcune cittˆ
ai margini dellÕarea sismica, tra lÕAustria e la Svevia, essi furono bruciati
poichŽ avevano diffuso tra i cristiani la grande pestilenzaÈ; vedi ad es. Continuatio
Zwetlensis quarta, p. 685: ÇIncusati
autem Iudei, quod fontes et aquas eciam fluentes quibusdam pulveribus
toxicassent, unde in superioribus partibus undique autem iugulati, et in
Chremsa adusti sunt una cum domibus eorumÈ; Heinrich
von Diessenhofen Historia ecclesiastica, ed. A. Huber,
ÇFontes rerum GermanicarumÈ 4 (1868) (di qui in avanti: Heinrich von Diessenhofen), p. 68, e molti altri; vedi per
questo Graus Pest, Gei§ler,
Judenmorde, pp. 168-214, 299-334.
[173] Fritsch Closener dice che il veleno che li uccise
era costituito dalle loro ricchezze; Kšnigshoven, a riprova, per converso, che
se fossero stati poveri li si sarebbe ritenuti innocenti (S. Guerchberg La controverse sur les
prŽtendues semeurs de la Peste Noire, dÕapr�s les traitŽs de peste de lÕŽpoque ÇRevue
des Etudes juivesÈ n. s. 8 (1948), pp. 3-40, che cita a sua volta M. Dubled Aspects Žconomiques de la vie
de Strasbourg aux 13e et 14e si�cles: baux et rentes ÇArchives de lÕEglise dÕAlsaceÈ n. s. 6 (1955), pp.
23-56; Biraben Les hommes et la
pesteÉ, 1, p. 65). Mollat
I poveri nel Medioevo, p. 226:
ÇPer il loro tramite, lÕobiettivo erano i prestatori, gli usurai, i ricchiÈ.
[174] Breve Chronicon Flandriae,
pp. 17-18.
[175] Guerchberg La
controverseÉ, pp. 3-40; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p.
65.
[176] Come risulta chiaramente negli Annales
Mellicenses, p. 513: Ç1349É Item
Iudei in Swevia et Babaria cremati fuerant, quia convicti quidam profitebantur,
se mortalitatem predictam ante christianos pulvere toxicativo generasseÈ.
[177] Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, 159; fra lÕaltro conosce anche che simili
persecuzioni sono avvenute in Francia (ibid., p. 68).
[178] Ad es. Heinrich
von Diessenhofen, pp. 68-69: ÇAnno predicto [1300] XL octavo mense
novembris incepit persecutio Judeorum. Et primo in Alamannia in castro
Solodorensi [Solothurn] cremati fuerunt omnes Judei, eos fontes ac rivos
intoxicasse...È; vedi ancora per numerosissimi altri casi Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 161.
[179] Heinrich von
Diessenhofen, p. 70: ÇXIII vero kal. octobris [1349] cremati sunt Judei,
qui in castro Kyburg reservati fuerunt numero 330, collecti de Wintertur et
Diessenhoven ac aliis oppidis ducis Austrie, qui ipsos defendebat...È.
[180] Come � facilmente desumibile da molti dati
cronistici, fra cui quelli offerti dallÕOberrheinische Chronik (pp. 64-65), da Gilles
li Muisit (p. 224), Heinrich von
Diessenhofen (pp. 68-70); vedi per tutto questo Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 165.
[181] Graus Pest,
Gei§ler, Judenmorde, pp. 156-58: i
pogrom degli anni 1348-50 furono i pi� impressionanti per vastitˆ dellÕintero
Medioevo, ma non furono isolati: una tabella rileva una successione quasi
continua tra il 1298 ed il 1421, mentre unÕaltra mette in rilievo il ripetersi
delle persecuzioni in molte cittˆ.
[182] Carpentier
Une villeÉ, p. 206; Biraben Les hommes et la pesteÉ, I, p. 64.
[183] Agnolo, p. 553.
[184] Breve Chronicon
Flandriae, p. 17.
[185] Cortusi,
col. 926.
[186] Ibid., col. 927; Lidia Capo nella menzione di Cola
(G. Arnaldi - L. Capo I cronisti di Venezia e della
Marca Trevigiana nel secolo XIV, in Storia
della cultura veneta. Il Trecento
Vicenza 1976, pp. 317-18 n. 184 ) vede ÇÉ meno espresso, ma probabilmente forte
nel cronista, un atteggiamento di critica alla Chiesa, inetta a soddisfare le
aspirazioni di una cristianitˆ bisognosa di pace e di coerenza moraleÈ.
[187] Ad es. Chronicon Estense, p. 160; Die Oberrheinische Chronik, p. 64. Genericamente G. Villani, supra nota n. 65.
[188] Annales Ensdorfenses, ed. G. H. Pertz,
MGH SS 10 (1852), p. 7: Ç1349. Hoc anno facta est pestilencia magna in toto
mundo. Eodem anno surrexerunt homines dicentes se penitere peccata sua, euntes
cum vexillis et cum flagellis percucientes se, et perambulabant omnes
regionesÈ.
[189] A. Coville
Documents su les Flagellants
ÇHistoire littŽraire de la Fran�eÈ 37 (1937), pp. 390-411; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, pp. 65-71; F. Graus
Pest, Gei§ler, Judenmorde.
Critiche al lavoro del Graus sono per˜ venute da J. D. Morerod, ÇZeitschrift fŸr schweizerische KirchengeschichteÈ
85 (1991), pp. 289-91, che in particolare rileva come non si esaurisca cos“ la
ricerca della colpa della peste; per conto suo segnala i massacri dei lebbrosi
in Savoia. Anche Ph. Ziegler The
Black Death Phoneix Mill - Sroud -
Gloucestershire 1991, titola il capitolo che dedica alla Germania: the
Flagellants and the Persecution of the Jews. Heinrich von Herford, p.
283, intende il fenomeno come eminentemente tedesco.
[190] Annales Mellicenses, p. 513: ÇEt hac de causa ritus quidam penitencie
fuit exortus, ut tam divites quam pauperes, antiqui cum iuvenibus et parvulis,
de sursum usque ad femora nudati, deorsum vero panno quodam cincti se flagellis
acriter verberabant, et cantum quendam decantantes, ecclesias, in quibus
penitenciam hanc exercebant, processionaliter intrabantÈ
[191] Continuatio Zwetlensis quarta, ed. W. Wattenbach,
MGH SS 9 (1851 (=1983)), p. 685: ÇAnno 1349 circa circumcisionem Domini usque
in pascham viri 40, 60 vel 100 coadunati per ecclesias discurrentes cum
flagellis se denudantes usque ad cingulum publicas egerunt penitencias,
cantando de passione Domini, quatenus pestilencia que tunc in quibusdam locis
prevaluerat cessaretÈ. Per la Cronicae S. Petri Erfordiensis moderna
Continuatio II, in Monumenta
Erphesfurtensia Saec. XII. XIII. XIV,
ed. O. Holder-Egger, MGH SS in us.
schol. 42 (1899), p. 392, i Çtria mala antea vero inauditaÈ sono nellÕordine le
uccisioni di ebrei, i flagellanti e la peste.
[192] Michele da
Piazza Historia Sicula,
ed. A. Gregorio, ÇBibliotheca
scriptorum AragonensiumÈ 1 (1791), pp. 562-66.
[193] O. Capitani
Motivi e momenti di storiografia medioevale italiana: secc. V-XIV, in Nuove questioni di Storia medioevale Milano 1964, p. 791.
[194] Vedi da ultimo i dubbi in proposito di Bowsky The impact of the Black DeathÉ, pp. 4-5.
[195] Carpentier
Une villeÉ, p. 99; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, 54.
[196] Agnolo, pp. 552-55;
cf. Corradi AnnaliÉ, p. 490; Carpentier
Une villeÉ, pp. 99-100.
[197] Agnolo,
p. 555, rr. 7-18.
[198] Ibid.,
rr. 19-21.
[199] J. Larner LÕItalia
nellÕetˆ di Dante, Petrarca e Boccaccio Bologna 1982, p. 443: ÇPer coloro che la dovettero subire
quella fu una profonda tragedia umana durante la quale ogni signola persona di
anno in anno si vide chiamata a dar prova del proprio coraggio e della propria
capacitˆ di resistenzaÈ.
[200] Bowsky The
impact of the Black DeathÉ, p. 17
corregge la punteggiatura, ed il senso, dellÕed. Lisini: 52.000 persone, di cui 36.000 vecchi, 28.000 nei
borghi, in totale 80.000 vittime; i superstiti sono 30.000.
[201] Cf. il documento del 17 novembre 1348, riportato
ibid., p. 23 e nota 139: Çin lapso fatalitatis tempore negligebatur comuniter
ab omnibus custodia pecoris et brutorum, cum vix propinquorum infirmorum et
deficientium cotidie habebatur custodia et curaÈ.
[202] Agnolo,
pp. 555-56.
[203] Mollat I
poveri nel Medioevo, p. 227: ÇOgnuno
viveva secondo il suo capriccio dopo la grande pestilenza dellÕanno passatoÈ.
[204] Agnolo,
p. 557.
[205] Ibid.,
p. 560.
[206] Bowsky The
impact of the Black DeathÉ, p. 27
rileva un aumento dei disordini, e rimanda ad Agnolo,
p. 556; a p. 29 trova qualche conferma documentaria sui nuovi ricchi, di cui Agnolo, p. 560; lo stesso a p. 30 per i
magazzini e le case, di cui Agnolo,
p. 557; conclude a p. 34 che la peste non fu la causa della caduta del governo
dei Nove, ma favor“ i mutamenti demografici, sociali ed economici che
rafforzarono lÕopposizione allÕoligarchia dominante.
[207] A. Frugoni
La biblioteca di Giovanni III duca di Napoli (dal Prologus dellÕarciprete
Leone al Romanzo di Alessandro)
ÇAnnali della Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari dellÕUniversitˆ di
RomaÈ 9 (1969), p. 161; cf. M. Miglio
Et rerum facta est pulcherrima Roma: attualitˆ della tradizione e proposte
di innovazione, in Aspetti
culturali della societˆ italiana nel periodo del papato avignonese Todi 1981 (ConvegniÉ 19), pp. 348-51.
[208] GuenŽe Storia
e cultura storicaÉ.
[209] In particolare Baron
La crisi del primo Rinascimento italiano, p. 189, e da ultimo, con una correzione del parere del Baron, E. Artifoni La consapevolezza di un
nuovo assetto [non aspetto, come si legge a p. 77] politico-sociale nella
cronistica italiana dÕetˆ avignones: alcuni esempi fiorentini, in Aspetti culturali della societˆ italianaÉ , pp. 82-92.
[210] G. Aquilecchia
nella sua Introduzione a Giovanni Villani Cronica. Con le
continuazioni di Matteo e Filippo,
scelta, introduzione e note di G. A., Torino 1979, p. XX.
[211] Artifoni
La consapevolezza di un nuovo assetto , p. 82.
[212] Aquilecchia
Introduzione, p. 291 nota 2.
[213] Green Chronicle
into History, pp. 44-85.
[214] Aquilecchia
Introduzione, pp. XX-XXII.
[215] Artifoni
La consapevolezza di un nuovo assetto , pp. 83-88.
[216] Aquilecchia
Introduzione, p. XXI.
[217] Calco di Gn 6, 12: ÇCumque vidisset Deus terram esse corruptam (omnis quippe caro
corruperat viam suam super terram)ÉÈ.
[218] Gn 9,
11: ÇStatuam pactum meum vobiscum, et nequaquam ultra interficietur omnis caro
aquis diluvii, neque erit deinceps diluvium dissipans terramÉÈ.
[219] Cf. Discorso historico, p. 11; Carpentier
Une villeÉ, p. 82.
[220] Aquilecchia
Introduzione, p. 293, rettifica: Antonino, e nota che Çil nome Antonio non figura nella ed.
giuntina del 1581È, ed il Chronicon di Girolamo, da cui probabilmente trae Matteo, - come del resto anche
Orosio e lÕHistoria Romana di Paolo Diacono-Eutropio - ha proprio Antonino. Ma noto io che la lezione Antonio � molto comune nei cronisti del tempo; vedi ad es. Ricobaldi Ferrariensis Compendium
Romanae Historiae, ed. A. T. Hankey, Roma 1984 (FSI 108), IX, 54, p.
593; ma qui � certo (non: ÇsembraÈ, come dice Aquilecchia)
che Matteo si riferisce a Marco Antonino Vero ed a Lucio Aurelio Commodo
Severo, e lÕepidemia di cui si parla era descritta sommariamente, pi� che in
Girolamo, cui rimanda Aquilecchia,
nellÕAdversus paganos di Orosio
(VII, 15, 5-6); cf. Ricobaldi
Ferrariensis Compendium É,
IX, 46, p. 588. Certo non da Orosio, per˜, viene lÕindicazione Çla quale
cominci˜ in Babilonia dÕEgittoÈ, che potrebbe esser frutto di confusione,
mentre la frase successiva -Çe comprese molte provincie del mondoÈ - pare
proprio un calco dellÕorosiano Çplurimis infusa provinciisÈ.
[221] Ancora da Orosio
VII, 21, 5, pi� che da Girolamo: Matteo per˜ non mette in diretta relazione il
diffondersi del male con la persecuzione dei cristiani, come fa invece Orosio:
ÇExeritur ultio violati nominis ChristianiÉÈ.
[222] Ancora da Orosio
VII, 22, 1-2.
[223] A suo modo pi� modesto lÕautore del Liber
regiminum Padue, p. 368, faceva il
confronto con le piaghe dÕEgitto ed altre ÒminoriÓ: ÇHac clade multae fuerunt
destitutae civitates; in castris non audiebantur nisi voces querulae, dolores
et ploratus, adeo quod clades, quae fuit tempore Pharaonis, David et Ezechiae,
poterat respectu huius pro nihilo reputariÈ.
[224] Vedi supra testo corrispondente alla nota 183.
[225] Giˆ J. BurckhardtLa
civiltˆ del Rinascimento in Italia
Firenze 1968, p. 478, aveva notato che: ÇI cronisti
fiorentini si mostrano fieramente avversi, anche se sono costretti a menzionare
quel delirio [scil. il ricorso allÕastrologia], perchŽ sÕinnesta nelle
tradizioni patrie. Giovanni Villani ripetŽ pi� dÕuna volta: Çnessuna
costellazione pu˜ sottoporre alla necessitˆ il libero volere dellÕuomo, nŽ il
consiglio di DioÈ; Matteo Villani biasima lÕastrologia come un vizio che i
Fiorentini avrebbero ereditato dai loro antenati gentili, i RomaniÈ.
[226] G. Villani,
XII, lxxxiv, pp. 485-86: ÇMa nnoi
dovemo credere e avere per certo, che Idio promette le dette pestilenze e
llÕaltre aÕ popoli, e cittˆ e paesi per pulizione deÕ peccati, e non solamente
per corsi di stelle, ma talora, siccome signore dellÕuniverso e del corso del
celesto, come gli piace; e quando vuole, fa accordare il corso delle stelle al
suo giudicioÈ.
[227] Decameron Introduzione 8. Branca Boccaccio
medievaleÉ, p. 34 richiama anche
Introduzione 25: ÇAlcuni erano di pi� crudel sentimento, come che per avventura
pi� fosse sicuro, dicendo niuna altra medicina essere contro alle pistilenze
migliore nŽ cos“ buona come il fuggir loro davanti: e da questo argomento
mossi, non curando dÕalcuna cosa se non di sŽ, assai e uomini e donne
abbandonarono la propria cittˆ, le proprie case, i lor luoghi e i lor parenti e
le lor cose, e cercarono lÕaltrui o almeno il lor contado, quasi lÕira di Dio a
punire le iniquitˆ degli uomini con quella pistolenza non dove fossero
procedesse, ma solamente a coloro opprimere li quali dentro alle mura della lor
cittˆ si trovassero, commossa intendesse, o quasi avvisando niuna persona in
quella dover rimanere e la sua ultima ora esser venutaÈ, per concludere che il
Boccaccio � per una spiegazione provvidenziale. A noi pare che si debba
distinguere tra le cause prossime, tra cui pu˜ rientrare la congiunzione
astrale, e la causa ultima, che risale sempre alla volontˆ divina; della prima
si dice in Introduzione 8; della seconda in Introduzione 25; in ogni caso il
primo passo non pu˜ essere dimenticato. Notiamo qui di, passaggio - a proposito
di Introduzione 25 - che il rimedio suggerito dal buon senso di lasciare la
cittˆ per luoghi pi� salubri � marchiato anche dal Villani come vano tentativo,
Çbiasimato daÕ discretiÈ, di sottrarsi alla mano di Dio.
[228] Sulla provenienza dallÕIndia concordano altre
testimonianze di area francese; cf. Biraben
Les hommes et la pesteÉ, 1, p. 50.
[229] Agnolo, p. 555.
[230] Vedi supra testo corrispondente alle note 52-63.
[231] ÇTra glÕinfedeli cominci˜ questa inumanitˆ crudele,
che le madri eÕ padri abbandonavano i fligliuoli, e i figluoli le madri eÕ padri,
e lÕuno fratello lÕaltro e gli altri congiunti: cosa crudele e maravigliosa e
molto strana alla umana natura, detestata tra i fedeli cristiani, nei quali,
seguendo le nazioni barbare, questa crudeltˆ si trov˜È.
[232] Del tutto opposto il giudizio del Breve Chronicon
Flandriae, p. 16: ÇEt ideo
innumerabilis multitudo hominum mortua est carnali affectione devota, ac etiam
pietate et caritate nota, que si non visitasset ad tempus, forte evasissetÈ.
[233] Vedi da ultimo G. Zanella
Machiavelli prima di Machiavelli
Ferrara 1985, pp. 96-102.
[234] R. Romano
Tra due crisi: lÕItalia del Rinascimento Torino 1971, pp. 21-22; J. Day
Crisi e congiunture nei secoli XIV-XV, in La Storia, I, p. 250;
pi� sotto (pp. 250-51) mette in parallelo Çi lamenti di Matteo Villani sugli
effetti scandalosi della peste nera a FirenzeÈ con analoghe posizioni assunte
dal poeta John Gower e da William Langland.
[235] Mollat I
poveri nel Medioevo, p. 226; ma cf. Capitani,
che nellÕIntroduzione, p. XXXIII,
richiama la necessitˆ di spiegare il passo ÇnellÕottica culturale del
cronistaÈ. Nota che la peste segna, nellÕeconomia stessa del volume del Mollat, un momento basilare,
ÇcatastroficoÈ (Capitani, p. XXX),
assunto ad inaugurare lÕultima parte, la quarta, del libro; cos“ lo studioso
francese riprende ed aggiorna Matteo Villani.
[236] Burckhardt
La civiltˆ del Rinascimento in Italia, pp. 76-77.
[237] Ad es., e con la medesima meraviglia, da Jean de Venette, pp. 215-16: ÇEt quod
iterum mirabile fuit: nam cum omnis abundantia omnium bonorum esset, cuncta
tamen cariora in duplo fuerunt, tam de rebus utensilibus quam de victualibus,
ac etiam de mercimoniis et mercenariis, et agricolis et servis; exceptis
aliquibus hereditatibus et domibus quae superfluae remanserant his diebusÈ; cf.
Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 16.
[238] R. Fossier
Crisi di crescita in Europa (1250-1430), in Storia del Medioevo,
a cura di R. Fossier, III. Il
tempo delle crisi 1250-1520, Torino
1987, pp. 79-80: ÇLo schema di una crisi agraria ÇclassicaÈ � ben noto: un
raccolto mediocre (che ipoteca il successivo) comporta un aumento dei prezzi
dei prodotti alimentari; tale aumento intacca le disponibilitˆ finanziarie
degli acquirenti, rurali o urbani, che sono costretti a ridurre altri acquisti,
provocando il ristagno e la paralisi dellÕartigianato o del commercio; a tale
livello, di conseguenza - ma anche in campagna -, i salari, in mancanza di
lavoro, rimangono bassi e limitano le possibilitˆ di acquisto del lavoratore.
Ma lo schema in questione, tipico del periodo ÇmodernoÈ, non funziona per i
secoli XIV e XV. Ho detto in precedenza che i salari non diminuivano o
addirittura aumentavano a causa del forte decremento demograficoÉ La ÇforbiceÈ
dei prezzi e dei salari, almeno in campagna, non assume dunque lÕaspetto di una
curva-prezzi in ascesa e di una curva-salari decrescente, ma esattamente il
contrario. Ovunque sia stato possibile delinearla, la tendenza �
indiscutibileÈ. Sembra una esegesi del passo di Matteo.
[239] Artifoni
La consapevolezza di un nuovo assetto, pp. 83, 87-88.
[240] Borst Il
terremoto del 1348, p. 19: ÇCon
lÕaiuto della storia noi potremmo vivere consapevolmente, come giˆ fanno altri.
In Cina e in Giappone moderni geofisici e storici hanno compilato adeguate
cronache dei terremoti del loro paeseÉ Conoscenze scientifiche ed esperienze di
ogni giorno cooperano nel lontano Oriente a preparare la popolazione non ad uno
shock isolato, ma ad una minaccia continuaÈ; p. 53: ÇBisognerebbe rispondere
alla sfida in modo simile al tardo Medioevo, con la comune premura di molti,
con grande respiro e sguardo volto a tutti gli uominiÈ; p. 58: ÇCi˜ che tremava
sotto i loro piedi era la vita, che muove anche i nostri cuoriÈ.
[241] Green Chronicle
into History, p. 37; vedi anche G. Aquilecchia Villani Giovanni ÇEnciclopedia DantescaÈ 5 (1976), pp. 1013-16.
[242] G. Aquilecchia
Aspetti e motivi della prosa trecentesca minore, in Aquilecchia
Schede di italianistica Torino
1976, p. 14, rileva le novitˆ stilistiche in M. Villani, che si segnala per Çun
rispetto notevole per i nessi logici e temporaliÈ; vedi anche Aquilecchia Villani Matteo, ÇEnciclopedia DantescaÈ 5 (1976), pp. 1016-17; � in
definitiva lÕesatto contrario di quanto vedeva R. Palmarocchi I Villani (Giovanni, Matteo e Filippo
Villani). Secolo XIV Torino 1937,
pp. 90-91: ÇIl pi� grave difetto della Cronica di Matteo � la mancanza di una
organica fusione tra ragionamento e racconto. Le sue osservazioni filosofiche
sono per lo pi� esposte nei Proemii ai singoli libri; seguono i fatti, ordinati
quasi sempre cronologicamente e, nonostante qualche tentativo mal riuscito di
coglierne le linee generali, scelti senza troppo badare al loro valore
storicoÈ.
[243] Capitani
Motivi e momenti di storiografiaÉ,
pp. 778-79.
[244] N. Rodolico Introduzione a Marchionne, p. XCIX: ÇA
lui mancava quella preparazione artistica, per la quale conservando le naturali
doti di popolano scrittore evitasse i difettiÈ.
[245] Marchionne, p.
230: ÇE non bastava solo gli uomini e le femmine, ma ancora gli animali
sensitivi, cani e gatte, polli, buoi, asini e pecore morianoÉÈ; pp. 231-32:
ÇTutte le frutta nocive vietarono a entrare nella cittˆ, come susine acerbe,
mandorle in erba, fave fresche, fichi ed ogni frutta non utile e non sanaÈ; p.
232: ÇDi questa mortalitˆ arricchirono speziali, medici, pollaiuoli,
beccamorti, trecche di malva, ortiche, marcorelle ed altre erbeÉÈ.
[246] Marchionne,
p. 230.
[247] Ibid., p. 232; corsivi miei.
[248] I propositi dichiarati e lo schema generale facevano
dire al Mass�ra che si tratta di un opera storiograficamente irrilevante,
mentre Gherardo Ortalli nota che poi sono gli stessi fatti a mutare sia la
struttura programmatica sia il valore della cronaca; cf. A. F. Mass�ra nella prefazione alla sua ed.
della Marca a p. XXXII; G. Ortalli Aspetti e motivi di
cronachistica romagnola ÇStudi
RomagnoliÈ 24 (1973), pp. 384-85 e Repertorio della cronachistica
emiliano-romagnolaÉ, pp. 57-61.
[249] Battagli,
pp. 54-55.
[250] Battagli,
p. 9; cf. Zanella MachiavelliÉ, pp. 125-26.
[251] Breve Chronicon Flandriae, pp. 14-26.
[252] Vedi ancora per un buon inquadramento A. Coville Gilles li Muisis, abbŽ de
Saint-Martin de Tournai, chroniqueur et moraliste ÇHistoire littŽraire de la Fran�eÈ 37 (1937), pp.
250-324.
[253] Ibid., in particolare pp. 281, 283, 304.
[254] Gilles le
Muisit, p. 224: Çfama tamen fuit quod ubique, in tota Alamannia et in
regnis aliis aut combusti sunt, aut decapitati, aut aliis variis modis sunt
interfecti. Certum est quod in comitatibus Lotharingie et Bari combusti fuerunt
omnes qui ibidem fuerunt repertiÈ. Nota opportunamente Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 215, che lÕalternanaza tra notizie certe e dicerie
� corrente in Gilles. Vedi ancora A. Coville
Ecrits contemporains sur la peste de 1348 ˆ 1350 ÇHistoire littŽraire de la France,È 37 (1937), p. 293; numerosissimi gli episodi del genere, comÕ� noto; per una
rapida sintesi vedi Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 1, pp. 57-65;
fu, in un bilancio conclusivo, in scala europea, Çle plus grand mouvement de
violence contre les juifs quÕait connu lÕEurope au Moyen AgeÈ (p. 64).
[255] Annales S. Albini Andegavensis, p. 40: ÇEt in provincia Turonensi mitius se habuit
quam alibi communiterÈ; vedi anche E. Farge
La peste noire en Anjou 1348-1362
ÇRev. AnjouÈ 3/1 (1854), pp. 94-96.
[256] Gilles le
Muisit, p. 104.
[257] Cf. il passo di Heinrich
von Diessenhofen, p. 83, all'anno 1351: ÇEt quia cleri devocio defecit,
laycorum fides excrescatÈ; sul quale richiama lÕattenzione Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 140.
[258] Gilles le
Muisit, pp. 222-23, 226-48; cf. Coville
Documents su les Flagellants, pp.
390-94, 398-99; Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 1, pp. 68-69. Non mancarono le accuse
di agire in quel modo Çpropter commodum et temporale lucrumÈ (Chronicon
comitum Flandrensium, p. 226); vedi
anche Coville Documents su les
Flagellants, p. 403.
[259] Cf. Biraben Les hommes
et la pesteÉ, 2, p. 64; Mollat I poveri nel Medioevo, p. 225.
[260] Graus Pest,
Gei§ler, Judenmorde, p. 138.
[261] Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 2, p. 48.
[262] Cf. Mollat
I poveri nel Medioevo, p. 227.
[263] Gilles le
Muisit, pp. 257-58: Çde potentioribus et ditioribusÉ pauci aut nulli
decesseruntÉ et maxime in vicis forensibus et vicis parvis et strictis plus
moriebantur quam in vicis latis et locis amplisÈ.
[264] Cf. Biraben Les
hommes et la pesteÉ, 2, p. 100.
[265] Gilles le
Muisit, pp. 255-57.
[266] Ch.-V.
Langlois La vie en France au moyen ‰ge de la fin du XIIe si�cle au milieu du XIVe si�cle, Paris 1924-282, 2, p. 331; Graus Pest, Gei§ler, Judenmorde, p. 135.
[267] Cf Giovanni di Winterthur,
pp. 238-39; Heinrich von Herford,
pp. 265, 268; in generale Graus Pest,
Gei§ler, Judenmorde, p. 144-45.
[268] Jean le Bel,
1, pp. 224-26; 2, p. 185.
[269] Cf. anche Coville
Documents su les Flagellants, p.
398.
[270] Froissart
Chroniques, ed. G. T. Diller, Gen�ve 1972, pp. 894-96
[271] Guerchberg La
controverseÉ, pp. 3-40; Biraben Les hommes et la pesteÉ, 1, p.
65.
[272] Das Buch der Natur, pp. 107-13.
[273] Possibile allusione, mi suggerisce Andrea Tabarroni,
ad Ockham.
[274] KrŸger Krise der ZeitÉ, pp. 871-77.
[275] Annales Frisacenses. Continuatio, p. 67
[276] Borst Il
terremoto del 1348, p. 24.
[277] Mi discosto qui fortemente dal commento del Borst Il terremoto del 1348, p. 20: ÇCi˜ che accadeva stavolta non era previsto
dalla Bibbia: la Chiesa di Dio era lesa. Lo scrivente annotava lÕinconcepibile,
perchŽ anche i lettori delle etˆ successive sapessero che era accaduto e poteva
accadere di nuovoÈ, che non mi sembra fondato, perchŽ, pur partendo dalla
constatazione di un fodamento biblico nel passo, finisce proprio col negargli
validitˆ didattica ed escatologica.
[278] Continuatio Novimontensis, pp. 673-76.
[279] Cf. quanto dice per Trento Giovanni da Parma, p. 51: Çmultae personae insaniebantÈ.
[280] Ibid., pp. 674-76.
[281] Die Kšlner Weltchronik, 1273/88-1376, ed. R. Sprandel,
MGH SS n. s. 15 (1991), pp. 88-93.
[282] Con una notazione cronologica singolare, p. 92:
Çcirca annum Domini MCCCL. et duobus annis sequentibusÈ, che lÕeditore
suggerisce di intendere come un errore: i due anni ÇprecedentiÈ, non seguenti.
[283] Cf. supra nota 110.
[284] P. 90: ÇQue quidem perniciosa et execranda societas
velud zizania inter triticum in agrum ecclesie auctore dyabolo, humani generis
inimico, seminata ad instar male segetis subito pullulantis sub brevi temporis
inicio in tantam convaluit multitudinis ubertatemÉÈ.
[285] P. 91: ÇÉ in totum evanuit quasi fumusÈ; ÇÉincensis
domibus et habitacionibus ipsorum et thesauris omnibus spoliatisÈ.
[286] Cronicae S. Petri Erfordensis moderna.
Continuatio III, in Monumenta
Erphesfurtensia.É, pp. 378-82.
[287] Franciscus
Pragensis, pp. 449-52.
[288] Nota Borst
Il terremoto del 1348, pp. 31-32:
ÇIn realtˆ il regno di Boemia non fu il solo a rispondere alla crisi del 1348
con la territorializzazione e la burocratizzazione della societˆ e della
scienza. A questo nuovo ordine doveva appartenere il futuro dellÕEuropa, ma nel
presente del XIV secolo esso non si afferm˜. Oltre i progetti divergenti dei
dotti e dei politici resisteva ancora unÕintrepretazione del mondo che li univa,
quella religiosaÈ.
[289] Carpentier
Une villeÉ, p. 222: ÇÉ malgrŽ le
dŽsorganisation qui a paralysŽ pendant quelques semaines la vie politique
dÕOrvieto en 1348, lÕinfluence de la peste para”t minime, ˆ longue ŽchŽance,
sur les ŽvŽnements eux-m�mes. Elles est beaucoup plus dŽterminanteÉ sur
lÕatmosph�re psychologique dans laquelle ils se sont dŽroulŽsÈ; p. 224: ÇSur le
plan psychologique, son r™le est m�me capital: elle fait comprendre aux
OrviŽtans que lÕŽpidŽmie de 1348 nÕa pas ŽtŽ un accident unique et exceptionnel,
mais que la menace est toujours prŽsenteÈ.
[290] Borst Il terremoto del 1348, pp. 17-20. Cf, per un parallelo, Figluolo Il terremoto del 1456; cf. 1, p. 68: ÇIl terremoto � un evento locale, casuale e naturale, da non caricare di troppo reconditi significati generali, e che, si sa, verrˆ presto assorbito e dimenticatoÈ.