Riccobaldo e Seneca

Le citazioni dalle opere di Seneca in Riccobaldo da Ferrara non sono certo abbondanti. Il corpus del notaio ferrarese Ź ancora largamente inedito, ma una lunga ed assidua frequentazione mi consente di dire con buon margine di sicurezza che si tratta di soli tre prestiti. Le prime due menzioni riguardano entrambe episodi della vita di Augusto; entrambe sono tese a celebrare, nell’ambito del ritratto morale che chiude la sua biografia, in accordo col modello svetoniano, due doti precipue: una prima volta la sua umanitą e la seconda la clemenza del primo imperatore romano. Si tratta di virtĚ per la veritą complementari; anzi, a ben guardare, in particolare pro­prio dalla specola senechiana, la seconda Ź corollario dell’altra; ma l’impressione nostra Ź che, piĚ che altro, Riccobaldo sia stato preso dalla suggestione del fatto curioso in sé, adeguato com’era a vivacizzare il ritratto imperiale di turno, idoneo a divertire ed insegnare insieme, che era giusto lo scopo della sua opera. Nel primo exemplum Augusto, ospite per la cena, assiste ad una crudeltą del padrone di casa, e gli impartisce una lezione: un servo sbadato aveva rotto una coppa di cristallo ed era stato condannato ad una morte terribile, divorato dalle murene; l’imperatore, al quale il disgraziato ricorre, dopo aver mandato in mille pezzi ogni prezioso de­coro della mensa, rimprovera aspramente quel padrone di casa. Cosď racconta il Pomerium Ravennatis Ecclesie, terminato nell’estate 1297, nel libro quarto, capitolo primo [1]:

 

Exemplum pulcrum humanitatis eius a

a humanitatis eius om. E; rubr. om. AVat2UPPVall2R

 

1. Humanitatis eius Seneca quoque testimonium a prebet. Invitaverat quidem Mecenas b ad cenam Augustum c, cumque mense pretiosis vasis essent decorate d, casu e ingruente f servu­lus verna ministerii vas cristallinum g confregit h. Iratus Mecenas i servum j iussit k trudi l in cisternam m aspidum et serpentum. Quo audito servus n ille amarissimos eiulatus o edebat.

a testimonium om. B; testem omnium Vall2; quoque testi­monium] t. q. L b Mocenas Vat1; pollio Y (apolio B) c ad cenam Augustum] A. ad c. B d decorate om. R e canu U f congruente F g crestallinum G h fregit B i Macenas Vat1; pollio Y (polio B) j servulum B; suum add. P k servum ius­sit] i. s. Vall2 l intrudi AVat2 m cisternam-serpen­tum] c. plenam murenarum P; piscinam murenarum et serpen­tum Y (serpentium Vall2) n servulus Vall2R o ululatus P

2. Adveniens a Cesar hunc audivit et vidit tractum b a con­servis c, cumque sibi d quidnam e hoc esset accepisset, vocari f servos trahentes imperat, et miserum g servum eliberat h. Cumque i iam pervenisset ad mensas pretiosis vasibus superbas j, virga k quam manu tenebat plurima cristallina l vasa deiecit et fregit, increpans pro tam vili suppellectile dignissimam creaturam hominem esse perdendum, approbantibus cunctis hoc factum et ipse Mecenas m laudavit [2].

a audiens AVat2; advenientis Vat3 b contractum AVat2P c servis Vat2Vall2 d ibi add. BR; id add. Vall2 e quidnam] qui dicentia AVat2 f evocari Vat4 g miserum] in F h libe­rat PVall2; et liberat EVall1 i Cum Vat3 j vasibus super­bas] v. superabat AVat2EF–GUVat3Vall1O; vasis one–ratas LVat4; vasis superibat P; superbas om. B k virgam R; et virga FGVat3Vall1 l crestallina R m Mecenas] pollio Y (polio B)

La fonte Ź un dialogo di Seneca, il V, De ira, 40,2-4. Ma Seneca, a proposito del padrone di casa, parlava inequivocabilmente di Vedio Pollione, e nessuna variante Ź attestata in proposi­to nelle edizioni critiche di cui disponiamo, mentre nella tradizione del Pomerium si trovano due diverse lezioni: quattordici testimoni danno «Mecenate»; tre «Pollione». Nel brano 1, come si Ź visto, si trova:

mecenas WP (Mocenas Vat1); pollio Y (apolio B)

e

mecenas WP (Macenas Vat1); pollio Y (polio B);

e nel brano 2 ugualmente:

mecenas WP;  pollio Y (polio B).

Bisognerebbe pensare dunque che la tradizione del Pomerium si divida o perché discrimi­nata da un errore, oppure perché ci si trova in presenza di una correzione d’autore. Nel primo caso la tradizione piĚ affidabile, rappresentata da un numero esiguo di manoscritti, darebbe la lezione «Pollione», e la meno affidabile, la maggioranza dei testimoni, «Mecenate»; nel secon­do caso Riccobaldo in un primo tempo avrebbe citato a memoria il brano di Seneca, e in un se­condo momento, ricontrollato il testo, avrebbe modificato l’originale, erroneo «Mecenate» con il giusto «Pollione», e ci si troverebbe davanti a due testi entrambi di Riccobaldo, ma il secondo successivo al primo.

Che si tratti di una correzione d’autore non dubiterebbero tutti coloro che ieri, dallo Holder-Egger al MassŹra, hanno pensato ad una prima, una seconda, e nel caso del MassŹra, addirittura una terza redazione dell’opera [3]. E cosď dunque dovrebbe credere anche oggi Teresa Hankey, che ha fatto sua quella ipotesi[GZ1] . Ma si presenta una grave difficoltą: nelle ancora inedite Historie riccobaldiane, e nel relativo Compendium, quest’ultimo invece oggi in edizione critica, a cura della stessa Hankey [4], che senza alcuna possibilitą di dubbio seguirono la redazione (qualunque redazione) del Pomerium, si ritrova scritto, senza attestazione di variante alcuna, «Mecenate» invece di «Pollione»!

Ecco il testo delle Historie che traggo dal codice di Trento, Museo provinciale d’arte 1358 (60):

Humanitatis etiam eius Seneca testimonium perhibet. Invitaverat namque Mecenas Augustum ad cenam; cumque mense strate essent pretiosis vasis decorate, ingruente casu servulus verna ministerii vas cristallinum confregit. Iratus Mecenas servum iussit trudi in cisternam plenam murenis. Quo audito servus ille amarissimos eiulatus edebat magis genere mortis quam morte. Adveniens Cesar hunc audivit et vidit tractum a conservis, cumque quidnam id esset accepisset, vocari servos trahentes imperat, et miserum servum eliberat. Cum autem pervenisset ad mensas pretiosis vasis superbas, virga quam manu tenebat plurima cristallina vasa deiecit et fregit, increpans pro tam vili supellectile dignissimam creaturarum hominem esse perdendum. Idque multi probarunt.

E questo Ź quello del Compendium: [5]:

Humanitatis eius etiam Seneca testimonium perhibet. Invitaverat quidem Mecenas Augustum ad cenam, cumque mense strate forent preciosis decorate vasis, ingruente casu servulus verna ministerii vas cristalinum confregit. Iratus Mecenas servum iussit trudi in cysternam plenam murenis. Quo audito servus ille amarissimos eiulatus edebat, magis genere mortis quam morte. Adveniens Cesar hunc audivit et vidit tractum a conservis. Cumque quidnam id esset accepisset, vocari servos trahentes imperat, et miserum servum eliberat. Posquam au­tem pervenit ad mensas preciosis vasis superbas, virga quam manu tenebat plura cristalina vasa deiecit et fregit, increpans pro tam vili suppellectile dignissimam creaturarum hominem esse perdendum; idque a multis proba­tum est.

La sorpresa Ź grande: sarebbe a questo punto veramente del tutto singolare ipotizzare che Riccobaldo, dopo aver scritto erroneamente di Mecenate, e dopo essersi corretto al momento della revisione del Pomerium, ritornasse in seguito, e pervicacemente, visto che il Compendium riassume le Historie, al primigenio errore.

Ma non basta. La nota relativa, nella edizione Hankey del Compendium [GZ2] , dice: «Questo “esempio” si trova non solo nelle Hist. ma anche nel Pom. Fonte sarebbe Seneca III,30,2 [ma correttamente: 40,2-4 G. Z.] ma soltanto il Pom. segue Sen. nominando Pollione come padro­ne di casa. Ne riparlerė altrove». In attesa dell’annunciato lavoro si puė fare qualche osser­vazione di margine. In primo luogo, dunque, la fonte in realtą non dovrebbe essere propriamen­te Seneca (la Hankey dice: «sarebbe…»). Penso che l’editrice del Compendium sia nel giusto. L’origine dell’aneddoto Ź indubbiamente senechiana, ma Riccobaldo doveva ripeterne il raccon­to senza avere piĚ il testo esatto sotto gli occhi, se mai un tempo l’abbia avuto, oppure, come ritengo piĚ probabile, lo derivava da una fonte di seconda (o terza…, o quarta…) mano, scritta od orale non saprei dire, ma certo ormai piuttosto lontana dall’originale. Le differenze infatti, oltre il nome del padrone di casa, sono notevoli: Riccobaldo afferma, aprendo la scena, che Augusto era stato invitato a cena, e che le mense erano ornate di preziosi suppellettili, mentre Seneca non dice nulla a riguardo; altri particolari riportati da Riccobaldo, e non presenti in Seneca sono l’ira di Mecenate/Pollione, i lamenti strazianti del servo, Augusto che sembra arri­vare in quel momento, e che vede gli altri schiavi che trascinano il condannato, Augusto che si dirige alle mense e che con il proprio bastone si dą alla distruzione degli oggetti di cristallo (Seneca dice che comanda di romperli), e quindi la morale (piĚ cristiana che senechiana, con quella menzione della «creatura»), ed infine l’approvazione del padrone di casa nel Pomerium, di «multi» nelle Historie e Compendium. Si potrebbe dire che si tratta di variazioni di stile, che Riccobaldo ha messo del suo nella materia fornita da Seneca, ma le cose non stanno proprio in questo modo: quando riscriverą il brano per le Historie e il Compendium ripeterą piĚ o meno pari pari il detta­to del Pomerium; mentre non Ź affatto cosď per l’altro episodio, che non per nulla si chiude nel Pomerium con la ammissione che l’originale di Seneca Ź molto piĚ “elegante” del testo di cui Ź stato capace Riccobaldo. Quando scriverą le Historie il ferrarese modificherą totalmente l’aspet­to formale del secondo aneddoto, riavvicinandosi al testo di Seneca fino a copiarlo brutalmen­te, ma non sarą in grado di fare lo stesso per il primo episodio, che riprodurrą nella identica le­zione del Pomerium. Bisognerą notare ancora, e non Ź certo osservazione di poco conto, che nell’ambiente padovano, che certo vide circolare le Historie, composte proprio in quella cittą, per esplicita ammissione di Riccobaldo, e concorde parere dei riccobaldisti, non ci fu nessuno che vedesse l’errore e che lo segnalasse all’autore in modo che l’emendazione, almeno, compa­risse nelle opere successive: il Compendium infatti, come gią notato, continua a riportare «Mecenate». Riccobaldo non recuperė mai piĚ il De ira di Seneca.

Seconda osservazione: in realtą, come si Ź detto sopra, la tradizione del Pomerium non Ź affatto univoca, come dice la Hankey, nell’indicare in Pollione il padrone di casa; anzi la mag­gior parte dei manoscritti dice proprio di Mecenate. Allora si deve concludere che i testimoni che riportano la giusta correzione fanno parte di una famiglia inquinata dall’intervento di qual­cuno che invece o ricordava esattamente, o comunque poteva controllare, che Seneca aveva parlato di Pollione, e non di Mecenate. La prova Ź grave, e l’ipotesi di redazioni successive del Pomerium, via via piĚ corrette, subisce un durissimo colpo.

Una situazione analoga sembrerebbe ripresentarsi nel secondo aneddoto, relativo alla clemenza di Augusto, derivato questa volta dal De clementia. Qui l’imperatore scopre che un tale progetta di assassinarlo, e dopo un colloquio chiarificatore col congiurato, durante il quale gli chiede di considerarlo ancora un amico, ne ottiene una fedeltą a tutta prova, fino alla morte. Ecco il brano ancora come si legge nel Pomerium.

Alterum a exemplum b

a aliud A b alterum exemplum] e. a. FGVat3Vall1LVat4; e. pulcrum R; e. pulchrum Vall2; de clemencia augusti add. B; rubr. om. Vat1

3. Narrat quoque idem Seneca in libro De clementia quem scripsit ad Neronem insigne a Augusti b exemplum. c Cesar plu­ries d contra insidiatores e sue vite penaliter egerat. Accidit tamen post hec f ut Pompeii Magni nepos Agrippa g;, quem in Urbemus:Magnus; h restituerat, cum pluribus nobilibus necem Cesaris struxissent i, ut die certa solemni j sacra petens occideretur k. Reserato l hoc m Cesari, Agrippa g; vinctus n carcere trusus habebatur [6].

a insignem EP b octaviani add. B c Octavianus add. B d pluri­mes U e indiatores A f hoc AVat2PMVat1 g Agrippa] Cinna G h urbe Vat2GUL–Vat4PBVall2 i struxisse LVat4 j solempni Vat1R k occideret P l revelato P m hoc] loco O n victus PR; in add. Vall2

4. Meditanti a ergo b in conclavi c secum quidnam d de Agrippa e esset; f acturus, videbat namque eo punito g invidiam sibi crescere h, ab iis i maxime nobilibus qui sanguinis j coniun­ctione necem k Agrippe l moleste sufferent m et ab hiis n tandem sibi fore cavendum. o Cum mordacibus p curis ageretur q, super­veniens Livia r uxor s eumque t intuita u ait quenam esset causa curarum, cui v Cesar causas pandit angoris w; ad hec Livia x: «Quandoquidem alias severitatis y experientiam tenes z, qua aa nec profecisti muliebre consilium non parvi pendens, nunc ab hic experiaris ac clementie ad». Cui Cesar:«Laudo consilium, quod et ae amplectar af» [7].

a medicanti A b egro AVat2 c condavi P d quidnam] qui dicen­tia AVat2 e Agrippa] Cinna G f esse L g pugnito P h cre­scente Vat3 i his Vat2L–Vall2; hiis AFUVat3Vat4–PBR j et add. Vat3 k nece R l Agrippe] Cinne G m sufferrent GLVat4PR n his MVat1 o et add. B p moderatibus AVat2 q angeretur EFGU–Vat3Vall1LVat4; ageret AVat2 r libia EULVat4P–PVall2R s uxore EVall2; uxorque AVat2 t cumque Vall1Vat1; que eum P u in­tuitus AVat2EFGUVat3–Vall1P; intuit et R v qui MVat1 w auctoris Vat4 x li­bia EUVat4PVall2R; levia Vall1 y severitates O z tenens AVat2EFUP aa quam L–Vat4; que R ab non AVat2–GULP; nec EB ac expericitis O; hic experiaris] e. h. Vall1 ad clementia Vall1; clemen–tiam FGVat3Vall2 ae et om. E af amplectatur LVat4

5. Vocatis igitur ministris imperat duas sellas a sterni et Agrippam b sibi adduci. Quo adducto, ministros exclusit, se­densque imperat Agrippe c altera d pari sella e insidere f, ad quem fari g est orsus h: «Exigo i», inquit, «a te, Agrippa j, ut patienter sine interruptione sermonis me audias». Annuit ille. «Miror», in­quit k, «Agrippa l, cur m beneficiorum in te michi actorum sis in­gratus et immemor. Te enim olim n exulem restitui et o in tanto gradu locaveram, ut ii p qui victores fuerunt q tibi victo condam r inviderint s; honestum locum in t Urbe tenebas: quid igitur necem mei innocentis u struxisti v[8].

a cellas AVat2 b Agrippam] Cinnam G c Agrippe] Cinne Vall2R; Cinnam PB d altam E e cella AVat2; stella Vall2; cella AVat2 f insedere Vat4 g ita add. P h est orsus] o. e. B i exio LVat4 j Agrip­pa] Cinna G meno R k inquit] enim Vat4 l Agrippa] Cinna P; o Cinna Y m cum R n olim om. F o et om. P p hii AVat2Vat3UVat4BR; hi LPVall2 q fuerant F; fuerint P r quondam Vat4P s invide­runt ALVat4P t in-tenebas] t. i. U. Vall2 u innoscentis P v instruxisti Vat2; istruxisti Vall1

6. Hiis a Agrippa b; repente respondit: «Absit enim, Cesar, neque suspicabile quidem est». Cui Augustus: «Irritasti», inquit, «quod michi c pactus fuisti perseverantiam d in audiendo: sed ecce si e inanibus f moveor coniecturis. Fuisti, inquam g, tali die et hora talibus edibus, tali conclavi h, hiis i et illis in conventu, in quo tu ipsique j struxistis insidias k michi die l festo ad m sacra pergenti n», nominans quoque locum ad occisionem o addictum p et quibus verbis unusquisque insidiantium q usus fuerat, et qui se ultro eum r gladiis appetere s obtulissent t».

a His FLVall2MVat1; Vis P b Agrippa] Cinna G c michi om. F d perseverentiam P e si om. Vall1 f in annibus R g inquid U h clavi O i his FPVall2RMVat1 j ipsi qui Vat2 k insidias om. B l michi die] d. m. AVat2 m ac Vat2 n perienti P o ad occisionem] oc­cisionis Vall2 p adiectum Vat4; addiectum L; additum P q insidiantium-fuerat] u. f. i. P r cum FLVat4Vall2; om. B s oppetere Vall2 t obtilissent Vat1; obtulisset P; abstulis­sent Vall1

7. Agrippa; a hiis b auditis, tabescentia oris c testimonium d sceleris reddente, caput demisit e. Tum f quoque Cesar:« Iterum a te, Agrippa g, exigo [GZ3] rem unam, quam ratam ducas perpetuo». Cui ille: «Quecumque h preoptabis i efficiam». «Volo», inquit, Augustus «Agrippa j, ut me in tuum amicum admittas, omissis k quibuscumque l preteritis m, sitque inter te et me amicissime n amicitie fedus o». Cui Agrippa p: «Etsi indignus sim q, etiam ser­vus tuus esse non dedignor».

a Agrippas FGVat3Vall1; Cinna G b his PMVat1 c ho­ris Vat1R; his oris Vall1 d testemonium L e dimisit UPB f tunc AEFGUVat3Vall1–LPR g a te, Agrippa] Cinna a te P; a te o cinna Y h que–cunque P i peroptabis Vall2 j Agrippa] o cinna Y k obmissis APR l quibuscunque P; qui–busdam Vat4 m pactis MVat1 n amicissima R; ar–tissime P o foedus Vall2 p Agrippa] Cinna G q sum EFGVat3

8. Surgens igitur Cesar Agrippam a amplexu et obsculo b amoris et gratie testimonio suscipiens fovit. Accersiti c ministri suscedunt d, hunc et illum hilari e vultu prospectant, manibus ma­nus serentes: liberatur, solvitur f, fit g conviva h frequens, Augusti i in numero paucorum amicorum taxatur. Cum hanc cle­mentiam j universi admirati fuissent, non ultra sibi insidiatores sensit k Augustus [9]. Aiebant enim et cui l insonti timendum est m ab illo qui non solum sontibus remissionem, sed officiositatem et meram necessitudinem prebet n».

a Agrippam] Cinnam G (Cesar Agrippam] Cinnam Ce. Vall2) b obosculo AVat2; osculo FGVat3Vall1L–Vat4PVall2R c accensiti FG d succedunt FGVat3Vall1–PR e ilari LPMVat1R; ylari Vat4 f servitur solvitur W (servit solvitur Vat4) g fit om. E h convivia FVat1; con–viviam B i Augusto W j hac clementia B k insidiatores sensit] s. i. P l et cui om. MVat1 m est om. Vall2 n prebetur MVat1

9. Post hec a cunctis amabilis b vixit Augustus. Agrippa c vero d eum e vivens f ut g parentem coluit; decedens ut filium genitum universalem heredem instituit. Hoc h refert i Seneca, sed elegantiori sermone.

a hoc P b cunctis amabilis] a. c. LVat4 c Agrippa] Agrip–pam Vat4; Cinna G d vero om. P e cum FR; eum dopo parentem B f viventem Vat4 g ut om. F h hec AVat2–Vat3Vall1LVat4PVall2 i reffert Vat4

Il codice di Trento delle Historie dice:

Et quia vir clementie fuit, ponetur exemplum clementie vel de clementia eius quia [leggi: quod] Seneca ponit libro suo De clementia ad Neronem.

Exemplum spetiosum de clementia eius.

<D>ivus Augustus fuit mitis princeps. Cum iam annum XL transisset et in Gallia moraretur, delatum est ad eum inditium L. Cynnam, stolidi ingenii virum, insidias ei struere; dictum est et ubi et quando et que­madmodum aggredi vellet. Unus ex consciis deferebat. Nox illi inq<ui>eta erat, cum cogitaret adolescentem no­bilem, hoc detracto integrum, Ga. Pompeii nepotem dampnandum; iam unum hominem occidere non poterat, cum M. Anthonium [leggi: Anthonius] proscriptionis edi<c>tum in trigesimo dictaret. Gemens subinde varias voces emittebat et intra se contrarias: «Quid ergo? Ego percussorem meum securum ambulare patiar? Me sollici­to? Num dabit penas? Qui tot civilibus bellis frustra petitum capud, tot navalibus pedestribusque preliis incolu­me, postquam tanta terra marique pax parta est, non occidere constituat sed immolare?» Nam sacrificantem pla­cuerat adoriri. Rursus silentio interposito maiore multo voce sibi quam Cyn<n>e irascebatur: «Quid vivis, si pe­rire te tam multorum interest? Quis finis erit suppliciorum? Quis <s>anguis? Ego sum nobilibus adole­scentulis expositum caput, in quod mucrones acuantur; non est tanti vita si, ut ego non peream, tam multorum perdenda sunt capita». Interpellavit illum tandem Livia uxor sua: «Admictis», inquit, «muliebre consilium? Fac quod medici solent, qui ubi usitata remedia non procedunt, te<m>ptant contraria. Severitate nichil adhuc profeci­sti. Salvidenum Lepidus secutus est; Murena Lepidum; Murenam Cepido; Cepidonem Ignatius, ut alios taceam quo<s> in tantum ausos pudet. Nunc tempta quomodo cedet tibi clementia: ignosce L. Cynne. Deprehensus iam nocere non potest, prodesse tue fame potest». Gavisus sibi quod advocatum invenisset, uxori quidem gratias egit. Renunctiari autem extemplo amicis quos in consilium rogaverat imperavit, et Cynnam unum ad se accersit, di­missisque omnibus e cubiculo, cum alteram poni Cynne cathedram iussisset, «Hoc», inquit, «primum a te peto, ne me loquentem interpelles, ne medio sermone meo proclames; dabitur tibi liberum tempus loquendi. Ego te, Cynna[m], cum in hostium castris invenissem, non factum tantum inimicum, sed natum servavi, patrimonium tibi omne concessi. Hodie tam felix et tam dives es ut victo victores invideant. Sacerdotium tibi petenti, et pre­teritis compluribus quorum parentes mecum militaverant, dedi. Cum sic de te meruerim, occidere me constitui­sti». Cum ad hanc vocem exclamasset procul hanc abesse dementiam, «Non prestas», inquit, «fidem, o Cynna: convenerat ne interloquereris. Occidere me, inquam, paras». Adicit locum, socios, ordinem insidiarum, cui com­missum esset ferrum. Cum eum defixum videret, nec ex conventione iam sed ex coscentia tacentem, «Quo», in­quit, «hoc animo facis: ut ipse sis princeps? Male mehercule cum populo Romano agitur, si tibi ad imperandum nichil preter me obstat. Domum tuam tueri non potes, nuper libertini hominis gratia in privato iudicio superatus es, adeo nichil facilius potes quam contra Cesarem advocare. C[r]edo si spes tua<s> solus impedio Paulusne te, Fabius Maximus et Cossi servilia ferret tantumque Augustum nobilium non inania nomina proferentium, si deorum quo ymaginibus decori sint. Et ne orationem eius repetendo partem magnam voluminis occupem, ait Seneca, diutius enim quam duabus horis locutum esse constat, cum hanc penam qua contentus erat extenderet: «Vitam», inquit, «tibi, Cynna, iterum do, prius hosti, nunc insidiatori ac parricide. Et hodierno die inter nos amicitia incipiat: contendamus utrum ego meliori fide tibi vitam dederim an tu debeas». Post hoc detu­lit ultro consulatus questus, quod non auderet petere. Amicissimum fidelissimum habuit, heres illi solus fuit. Nullus [leggi: Nullis] amplius insidiis ab ullo petitus est.

E il Compendium [10]:

Seneca in libro de Clemencia quem scripsit Neroni, aliud exemplum ponit de clemencia Augusti.

Augustus post aliquas coniurationes patefactas Cynnam nepotem Pompeii Magni delatum de coniuratione facta contra Augustum, eumdem servatum habebat in carcere. Fluctuabat eius animus utrum eum compertum sontem coniurationis damnaret an dimitteret. Aiebat enim secum: «Ego eum qui me occidere statuit permittam securum abire?» Rursus secum: «Quid vivis si perire te tam multorum interest? quis finis suppliciorum? quis sanguis? non est tanti vita si ut ego non peream tam multorum perdenda sunt capita». Interpellavit eum Livia uxor adveniens: «Admittis», inquit, «muliebre consilium? fac quod medici solent, qui ubi usitata remedia non procedunt, temptant contraria. Severitate adhuc nichil profecisti. Salvidenus, post Lepidus. Inde Murena, Cepo quoque, mox Ignatius, omnes ii suo modo, quisque contra te coniuraverunt: omnes pena coripuit. Nunc tempta quomodo tibi cedet clementia. Ignosce L. Cynne. Deprehensus nocere non potest; prodesse tue fame potest». Hoc uxori uxori consilium Augusto fui pergratum. Cynnam unum adduci iussit, et dimissis omnibus e cubicu­lo, poni Cynne alteram cathedram iussit. Tum Augustus Cynne exposuit quomodo pater et avus illius Pompeius inimici fuerunt Cesaris patris et sui; quomodo restituerit eum et bona similiter, et quomodo post hec et alia be­neficia ipsum Augustum cum aliis ipse perimere in sacrificio statuerit, et omnia per ordinem exposuit que in coniuratione acta fuerant, nominans locum, diem, verba, dicta et presentes. Cum plurima deinde ad rem pertinen­cia dixisset Cynne, tum ait: «Vitam tibi, Cynna, iterum do, prius hosti, nunc insidiatori ac patricide, et hodierno die inter nos amicicia incipiat». Preter hec deinde detulit ultro consulatus, et questus, que petere non fuisset au­sus. Inimicissimum fidelissimum habuit, heres illi solus fuit Augustus; nullis amplius insidiis ab ullo petitus fuit.

Nel Pomerium dunque la tradizione si ripresenta bipartita: gli undici testimoni della prima redazione, per dir cosď, hanno un erroneo «Agrippa», gli altri sei il giusto «Cinna». Ma non in maniera monolitica: nel brano 3 si legge:

agrippa W; cinna G.

Nel brano 4:

agrippa W; cinna G

agrippe W; cinne G.

Nel brano 5:

agrippam W; cinnam G

agrippe W; cinne G (cinnam B);

ma attenzione:

agrippa WR; cinna G (meno R);

agrippa W; cinna P; o cinna Y.

Nel brano 6:

agrippa W; Cinna G.

Nel brano 7:

agrippa W (agrippas FGVat3Vall1); cinna G

a te agrippa W; a te o cinna Y; cinna a te P,

ma ancora una sorpresa:

agrippa WP; o cinna Y;

poi di nuovo:

agrippa W; cinna G.

Infine nel brano 8:

agrippam W; cinnam G;

e nel 9:

agrippa W (agrippam Vat4); cinna G.

Che cosa concludere? Indubbiamente in questo secondo caso siamo in presenza di un aggiustamento non piĚ limitato a Y, il gruppo su cui intervenne il correttore colto, ed oltre tutto confermato nella sua autenticitą dalle corrispondenti lezioni “giuste” delle Historie e del Compendium. Insomma qui l’idea del Riccobaldo che prima cita a memoria, e che poi ricontrol­la e corregge, funziona. Tanto piĚ che il testo delle Historie e del Compendium ripete molto piĚ da vicino il testo senechiano. Riccobaldo dunque, almeno a partire dagli anni 1302-03, ai quali si dovrebbe far risalire la redazione delle sue Historie, maneggiė (di nuovo?) un qualche esem­plare del De clementia di Seneca.

Ma rimangono aperte due questioni: il correttore che opera nel gruppo di testimoni della cosiddetta seconda redazione, Ź proprio Riccobaldo, o qualcun’altro che confrontando Pomerium e Historie e/o Compendium provvide ad uniformare? Era una facile opportunitą: co­pie delle tre opere, e di altre di Riccobaldo, furono insieme per anni nella biblioteca dei signori d’Este. La cosa non Ź di poco momento, poiché implica la risoluzione della questione della sin­gola o doppia redazione del Pomerium. Che anche nella parte della tradizione “corretta” sia ri­masto, perché evidentemente sfuggito al revisore, un erroneo «Agrippa» al posto del corretto «Cinna», dimostra all’evidenza che non si trattė in ogni caso di una riscrittura, ma di una mo­difica sulla base del testo originario, cui si provvide con cancellature ed/od aggiunte, interlineari o di margine com’era - ed Ź… - normale. E se il correttore Ź proprio Riccobaldo, la sua inten­zione era quella di chi rettifica un lavoro che considera comunque attuale, o quella di chi si ap­presta ad una nuova opera ed aggiorna il materiale raccolto in passato?

Cominciamo con alcune constatazioni. Le aggiunte e le correzioni presenti nel gruppo P si ritrovano per lo piĚ identiche nelle opere successive di Riccobaldo; ma non tutte sono anche in Y, su cui intervenne, come si Ź visto, un correttore colto diverso da Riccobaldo, forse un cremonese [11]. Non quindi di una prima e di una seconda (e men che meno di una terza) edizio­ne del testo del Pomerium si deve parlare, ma di un unico testo, quello originariamente dedicato a Michele arcidiacono, e di una copia di lavoro di Riccobaldo medesimo, con aggiornamenti fino al 1300, vale a dire fino ad una data molto prossima alla redazione delle Historie, com’Ź naturale e ben comprensibile: la nuova opera assorbiva la vecchia corretta ed accresciuta.

A differenza della Hankey [12], io credo che il ferrarese scrivesse le Historie proprio sulla falsariga del Pomerium. Come tanti professori universitari, passati e presenti, rispolverava un vecchio lavoro e lo ripresentava rivisto. Se ne discostė piĚ o meno grandemente a seconda che le nuove fonti di cui era venuto in possesso, o la rilettura di quelle che piĚ o meno superficial­mente aveva gią conosciuto [13], insieme ad un nuovo atteggiamento mentale nei confronti delle sue fonti, lo obbligavano a farlo. Ma Ź evidente che l’impianto generale Ź il medesimo; il dettato spesso e spessissimo Ź vicinissimo quando non identico: basti in questa occasione guardare al primo degli “exempla” tratti da Seneca, quasi del tutto speculare tra Pomerium ed Historie, e, per converso, la riscrittura del secondo episodio, del tutto modellata sul testo senechiano nelle Historie, quanto era stata “libera” nel Pomerium. Da questa copia di lavoro derivė anche il gruppo Y, ma in uno stadio precedente a quello, per dir cosď, finale. In seguito Riccobaldo in­serď ancora il frutto delle nuove letture e delle sue riletture, da cui rimase escluso Y. Cosď po­tremmo schematicamente rappresentare lo stato della tradizione del Pomerium in questo modo:


W ® P1 ® P2

Ý

Y

All’origine di W sta un esemplare scritto a Ravenna, probabilmente agli inizi del Quattrocento; il capostipite di P deve risalire a data molto prossima al 1300, terminata tra Padova e Verona; mentre Y deriva da una copia dell’inizio del Trecento, di area prossima a Cremona. Tutto ciė in base ad una serie di osservazioni che dovrė svolgere altrove.

Se ora ci volgiamo ad intendere il modo con il quale Riccobaldo usa nel Pomerium dei due aneddoti su Augusto, troviamo abbondanti conferme di cose che gią abbiamo immaginato. Il primo brano Ź - oltre la sostanza dell’episodio - ben diverso dal dettato originario. Con tutta probabilitą perché ripreso di seconda mano, come detto. Ma anche il secondo exemplum si di­scosta notevolmente dalla fonte. Il notaio ferrarese che scrive di storia non si sente all’altezza dello scrittore antico, e, pur recuperando il senso del racconto, illustra a suo modo. Qua e lą colorisce maggiormente, accentua le tinte, fornisce particolari inesistenti nel modello, ma ne omette anche altri indispensabili alla comprensione piena della vicenda. Confonde, ad esempio, la meditazione solitaria dell’imperatore con la discussione che avviene nel consiglio dei piĚ fe­deli; dimentica la notte agitata di Augusto che precede l’incontro chiarificatore, ed alcune delle principali considerazioni dell’imperatore; moltiplica le battute del dialogo. Da un lato dramma­tizza maggiormente l’incontro, dall’altro omette molte delle ragioni proprie che muovono il di­scorso di Augusto. Parla dell’abbraccio di pace finale, dell’arrivo degli altri nel palazzo, della gioia che alla fine prende tutti quanti, ed aggiunge ancora altro di cui Seneca non aveva fatto pa­rola. Il racconto riccobaldiano risulta complessivamente piuttosto schematico, magari piĚ ricco esteriormente di particolari, ma tutto sommato fondamentalmente meccanico, e molto piĚ pove­ro di motivazioni contenutistiche.

L’uso dunque che Riccobaldo fa degli exempla attinti da Seneca sembra non discostarsi affatto da quello corrente di tanti contemporanei nei confronti di altre autoritą del passato; eppu­re bisognerą notare che qui si tratta di un maestro senza ombra di dubbio pagano, non rivestito - almeno per quello che mostra di sapere il ferrarese - di alcun abito cristiano, o pre-cristiano, o para-cristiano; un maestro autorevole, ma pur sempre filosofo e retore della classicitą romana. O autorevole proprio per il semplice suo appartenere a quella classicitą? Se Riccobaldo sceglie Seneca Ź perché il fatto in sé Ź curioso, didatticamente felice, ma perché é anche ben raccontato ed illustrato: Seneca narra «elegantiori sermone», scrive Riccobaldo attorno al 1297 nel Pomerium, dopo aver fatto un sunto della fonte; ma quando, poco dopo l’anno fatidico 1300 ritornė a riferirne nelle Historie, ed ancora intorno al 1318 nel Compendium, giudicherą il mo­dello perfetto, e per riavvicinarsi alle altezze di Seneca non saprą che ricopiarne letteralmente o quasi il testo originale, magari con qualche difficoltą di lettura (e di relativo fraintendimento, se non Ź colpa dell’esilissima tradizione). Il mutamento Ź notevole, perché testimonia un diverso uso di quegli exempla di derivazione classica, a cavallo tra Medioevo ed Umanesimo; ecco un modello che diviene riproduzione, non piĚ del solo contenuto, ma anche dello stesso linguaggio che lo ha trasmesso, ecco la riconquista della, per dir cosď, nuditą della storia, seppure in ma­niera ancora rudimentale.

Annalogamente sarą solito fare quasi sempre nelle grandi opere di compilazione. Molto piĚ originale, ed anche stilisticamente molto piĚ riuscito - ma molto meno “umanista”! -, risulte­rą invece nella opera tutta “sua”, la breve storia di Ferrara in cui non Ź piĚ costretto a seguire un modello perché modello non c’Ź, né passato né presente [14]. Ma dal Pomerium al Compendium il vincolo della fonte, e la correlativa reverenza, oltre che la scarsa fiducia nei suoi mezzi, gli impedirą sem­pre di essere veramente se stesso, si tratti di Seneca o di Livio, di Giovenale o di Giustino.

ť un fatto comunque, per tornare a quel che piĚ qui ci interessa, che Seneca gli serve nel Pomerium solamente come cava di sassi, non come filosofo o moralista. Da lui trae pure noti­zie, non insegnamenti. Com’Ź corrente nel Riccobaldo del Pomerium, che, ad esempio, usa amplissimamente di Orosio, ma salta sistematicamente, direi con fastidio, tutte le tirate mora­leggianti dell’Adversus paganos. La sensibilitą di Riccobaldo, lą dove si mostra forte, Ź per al­tre cose: la geografia, intesa come storia del costituirsi nel tempo dei luoghi civili, e soprattutto il governo, degli imperi come dei regni come delle cittą; la moralitą della conduzione della cosa pubblica intesa come razionale amministrazione delle risorse proprie degli imperi, dei regni, delle cittą [15]. Cosď del molto e moltissimo che Seneca poteva dargli usa quel pochissimo che gli pare utile a delineare le doti di quel sovrano ideale che gią secoli di letteratura didattica, poetica e storica avevano provveduto ad identi­ficare in Augusto.

Del resto di Seneca Riccobaldo mostra di conoscere ben poco altro. Le sole notizie bio­grafiche che fornisce nel Pomerium ricava dal Chronicon di Girolamo, sotto il regno di Nerone:

Iunius Gallio; frater Senece a egregius declamator b propria se manu c occidit.

a Senece om. LVat4 b decla­tor E c se manu] m. se PVall2

a Lucius Anneus Seneca Cordubensis, Lucani patruus, Neronis preceptor, incisione venarum et veneni b haustu c periit.

a anno XI a marg. R b veni E c austu P

a Lucius Anneus Melas, frater Senece et Galionis b, bona Lucani poete c filiis suis d a Nerone promeruit e [16].

a anno XIIII a marg. R b Gallionis PBVall2R c Lucani poete] p. L. LVat4 d filiis suis] filii sui Y e premeruit GVat4; meruit A

L’ultima derivazione offre infine una conferma e dei suoi interessi geografici e dell’inces­sante lavoro di aggiornamento della sua opera prima: il brano che si legge in Compendium I, 39 sulla fondazione di Padova ad opera di Antenore:

Anthenor Troia relicta venit in Venetiam. Patavium condidit, ut aiunt Seneca et Solinus

ha un parallelo in un’aggiunta del Pomerium, presente nei soli tre mss. P:

Per hec tempora Anthenor profugus a Troia in Italia condidit urbem Patavium in Venetia, ait Seneca, li­bro secundo De consolatione; idem ait Solinus suo libro.

Le fonti sono il dodicesimo dei dialoghi di Seneca, Ad Helv. VII,6: «Quid interest enumerare Antenorem Patavi conditorem…» e Solino 2,10: «Notum est a Philoclete Petiliam constitu­tam,… Patavium ab Antenore[GZ4] …» [17].

L’esule Riccobaldo si ritrova nelle mani il dialogo di Seneca, e legge avidamente di mitici esuli che fondarono cittą e regni, e trova una ulteriore prova della fondazione di Padova da parte di Antenore, di cui gią sapeva da Livio e Virgilio, oltre che da quanto si divulgava in quella cittą, che probabilmente allora lo ospitava. Prende allora il testo del suo primo lavoro, il Pomerium, che tiene sempre a portata di mano, e nel punto del secondo libro che ricordava la fine di Troia si scrive la nota sulla fondazione di Padova. La inserirą nel testo delle Historie (probabilmente), e poi nel Compendium. Dal Pomerium al Compendium: un’unica grande opera storica continuamente aggiornata e corretta, che riga dopo riga ci rivela oggi, a riuscirla dipanare, la storia della crescita della cultura di Riccobaldo, e con lui di una pezzetto - ma quanto rilevante! - del primo Trecento italiano.

Gabriele Zanella



[1] Adopero il testo critico che vado costituendo. Faccio uso delle sigle seguenti: A - Berolinense Hamilton 570 (metą sec. XV); B - Busto Arsizio M 17 (sec. XIV); E - Estense lat. 480 (sec. XV); F - Laurenziano Conv. Soppr. B 4, 878 (sec. XV); G - Guelfebirtano Aug. 18. 5 (sec. XVI in.); L - Leidense Perizoniano F. 8 (sec. XV2); M - Marciano latino IX, 22 (3390) (sec. XV); O - Oxoniense Canon misc. 415 (sec. XV); P - Parisino latino 4911 (sec. XV1); R - Vaticano Rossiano 230 (sec. XV1); U - Udine, Arch. di St., frammento 78 (sec. XIV1); Vall1 - Vallicelliano D 19 (sec. XV); Vall2 - Vallicelliano D 22 (sec. XV2); Vat1 - Vaticano latino 5989 (sec. XIV ex.); Vat2 - Vaticano latino 5291 (metą sec. XV); Vat3 - Vaticano la­tino 2011 (sec. XV); Vat4 - Vaticano latino 3796 (metą sec. XV); W - accordo tra AVat2EFGUVat3Vall1LVat4P; Y - accordo tra BVall2R; P - accordo tra MOVat1; G - accordo tra YP. Numero i paragrafi per mia comoditą. Per Riccobaldo in generale vedi da ultimo il Repertorio della crona­chistica emiliano-romagnola (secc. IX-XV) Roma 1991 (Nuovi studi storici 11), pp. 163-82, con indicazione dei manoscritti e bibliografia completa. La vita di Augusto Ź stata stampata sulla base di due manoscritti, uno del Pomerium e uno della Compilatio, da G. Ponte Un esempio di traduzione boiardesca: l’inedita vita di Augusto, in Studi di filologia e letteratura, II-III, dedicati a Vincenzo Pernicone, Genova 1975, pp. 175-99.

[2] Seneca De ira, in Dialogorum Libri Duodecim, ed. L. D. Reynolds, Oxford 1977, V,40,2-4:«… fe­cit divus Augustus, cum cenaret apud Vedium Pollionem. Fregerat unus ex servis eius crustallinum; rapi eum Vedius iussit ne vulgari quidem more periturum: murenis obici iubebatur, quas ingentis in piscina continebat… Evasit e manibus puer et confugit ad Caesaris pedes, nihil aliud petiturus quam ut aliter periret, ne esca fieret. Motus est novitate crudelitatis Caesar et illum quidem mitti, crustallina autem omnia coram se frangi iussit conplerique piscinam. Fuit Caesari sic castigandus amicus, bene usus est viribus suis:“E convivio rapi homines imperas et novi generis poenis lancinari? Si calix tuus fractus est, viscera hominis distrahentur? Tantum tibi placebis, ut ibi aliquem duci iubeas ubi Caesar est?”».

[3] G. Zanella Riccobaldo e dintorni. Studi di storiografia medievale ferrarese Ferrara 1980, pp. 19-20 e note relative.

[4] Ricobaldi Ferrariensis Compendium Romanae Historiae, ed. A. T. HAnkey, Roma 1984 (FSI 108); sulle due redazioni del Pomerium pp. XI-XII.

[5] VIII,9, p. 476.

[6] Seneca De clementia, ed. C. Hosius, Leipzig (Teubner) 19142, I,IX,1-3:«Hoc quam verum sit, ad­monere te exemplo domestico volo. Divus Augustus fuit mitis princeps… iam pugiones in sinum amicorum absconderat, iam insidiis M. Antonii consulis latus petierat, iam fuerat collega proscriptionis. Sed cum annum quadragensimum transisset et in Gallia moraretur, delatum est ad eum indicium L. Cinnam, stolidi ingenii vi­rum, insidias ei struere; dictum est, et ubi et quando et quemadmodum adgredi vellet; unus ex consciis deferebat. Constituit se ab eo vindicare et consilium amicorum advocari iussit. Nox illi inquieta erat, cum cogitaret adule­scentem nobilem, hoc detracto integrum, Cn. Pompei nepotem damnandum; iam unum hominem occidere non poterat: cui M. Antonius proscriptionis edictum inter cenam dictarat».

[7] Sen. De clem. I,IX,4-7:«Gemens subinde voces varias emittebat et inter se contrarias:“Quid ergo? Ego percussorem meum securum ambulare patiar me sollicito? Ergo non dabit poenas, qui tot civilibus bellis frustra petitum caput, tot navalibus, tot pedestribus proeliis incolume, postquam terra marique pax parata est, non occi­dere constituat, sed immolare?” (nam sacrificantem placuerat adoriri). Rursus silentio interposito maiore multo voce sibi quam Cinnae irascebatur: “Quid vivis, si perire te tam multorum interest? Quis finis erit supplicio­rum? Quis sanguinis? Ego sum nobilibus adulescentulis expositum caput, in quod mucrones acuant; non est tanti vita, si, ut ego non peream, tam multa perdenda sunt”. Interpellavit tandem illum Livia uxor et: “Admittis,” inquit, “muliebre consilium? Fac, quod medici solent, qui, ubi usitata remedia non procedunt, temp­tant contraria. Severitate nihil adhuc profecisti; Salvidenum Lepidus secutus est, Lepidum Murena, Murenam Caepio, Caepionem Egnatius, ut alios taceam, quos tantum ausos pudet. Nunc tempta, quomodo tibi cedat cle­mentia; ignosce L. Cinnae. Deprensus est; iam nocere tibi non potest, prodesse famae tuae potest.”».

[8] Sen. De clem. I,IX,7-8:«Gavisus, sibi quod advocatum invenerat, uxori quidem gratias egit, renuntiari autem extemplo amicis, quos in consilium rogaverat, imperavit et Cinnam unum ad se accersit dimissisque om­nibus e cubiculo, cum alteram Cinnae poni cathedram iussisset: “Hoc,” inquit, “primum a te peto, ne me lo­quentem interpelles, ne medio sermone meo proclames; dabitur tibi loquendi liberum tempus. Ego te, Cinna, cum in hostium castris invenissem, non factum tantum mihi inimicum sed natum, servavi, patrimonium tibi omne concessi. Hodie tam felix et tam dives es, ut victo victores invideant. Sacerdotium tibi petenti praeteritis compluribus, quorum parentes mecum militaverant, dedi; cum sic de te meruerim, occidere me constituisti”».

[9] Sen. De clem. I,IX,9-12:«Cum ad hanc vocem exclamasset procul hanc ab se abesse dementiam: “Non praestas,” inquit, “fidem, Cinna; convenerat, ne interloquereris. Occidere, inquam, me paras”; adiecit locum, so­cios, diem, ordinem insidiarum, cui commissum esset ferrum. Et cum defixum videret nec ex conventione iam, sed ex conscientia tacentem: “Quo”, inquit, “hoc animo facis? Ut ipse sis princeps? Male mehercules cum popu­lo Romano agitur, si tibi ad imperandum nihil praeter me obstat. Domum tueri tuam non potes, nuper libertini hominis gratia in privato iudicio superatus es; adeo nihil facilius potes quam contra Caesarem advocare. Cedo, si spes tuas solus impedio, Paulusne te et Fabius Maximus et Cossi et Servilii ferunt tantumque agmen nobilium non inania nomina praeferentium, sed eorum, qui imaginibus suis decori sint?” Ne totam eius orationem repe­tendo magnam partem voluminis occupem (diutius enim quam duabus oris locutum esse constat, cum hanc poenam, que sola erat contentus futurus, extenderet): “Vitam”, inquit, “tibi, Cinna, iterum do, prius hosti, nunc insidiatori ac parricidae. Ex hodierno die inter nos amicitia incipiat; contendamus, utrum ego meliore fide tibi vi­tam dederim an tu debeas”. Post hoc detulit ultro consulatum questus, quod non auderet petere. Amicissimum fi­delissimumque habuit, heres solus illi fuit. Nullis amplius insidiis ab ullo petitus est».

[10] VIII,9-10, pp. 476-77.

[11] G. Zanella Note cronistiche del cremonese Gasapino Antegnati (sec. XIII-XIV) da un manoscritto del Pomerium Ravennatis Ecclesie di Riccobaldo da Ferrara Cremona 1991.

[12] Compendium, p. XXXVIII: «… non ho trovato motivo di pensare che R. sia tornato al Pomerium quando preparava il Compendium»; pare di dover pensare che lo stesso si debba stimare per Historie e Pomerium, visto che il Compendium Ź abbreviazione di quelle.

[13] Cf. G. Zanella Riccobaldo e Livio «Studi Petrarcheschi» 6 (1989) [ma 1991], pp. 53-69.

[14]  Riccobaldo da Ferrara Chronica parva ferrariensis Introd., ed. e note di G. Zanella, Ferrara 1983 (Dep. prov. ferr. di st. pat., Monumenti, IX).

[15] G. Zanella Machiavelli prima di Machiavelli Ferrara 1985.

[16] Hier. 2080:«… Junius… Gallio frater Senecae egregius declamator propria se manu interfecit»; 2081:«11. Lucius Annaeus Seneca Cordubensis, praeceptor Neronis, et patruus Lucani poetae, incisione vena­rum, et veneni haustu periit»; 2084:«14. L. Annaeus Mella, Senecae frater et Gallionis, bona Lucani poetae filii sui a Nerone promeretur…».

[17] Non si vede perchŹ commenti la Hankey, p. 46: «con poca esattezza».


 [GZ1]cita

 [GZ2]cita

 [GZ3]controlla

 [GZ4]cerca Benzo in un Bill. 47-48