Gli Estensi nella storiografia coeva (secoli XIII-XIV)Una storiografia “estense”

Il tema che mi Ź stato affidato, che non ha modelli precedenti [1], richiede un minimo di precisazioni. Visto che gli Estensi ebbero una storia plurisecolare, al punto che non si potrebbe neppure dirsi conclusa, se Ź di pochi mesi fa l’assegnazione di una laurea honoris causa all’ultimo “discendente” di casa d’Este, sarą necessario un forte taglio cronologico. E poichŹ l’altro parametro da considerare Ź programmaticamente quello del loro legame con il Veneto medievale sceglieremo il periodo che va dalle prime menzioni della famiglia in cronache od annali ed il momento in cui il destino del casato si legė strettamente ed indissolubilmente ad una cittą non estranea sicuramente al mondo veneto, ma comunque non appartenente del tutto a quel mondo. Quel loro radicarsi non fu altro che la conclusione di un lungo periodo di buoni risultati e di travagli, in cui capaci esponenti della famiglia seppero scegliere la strada da percorrere con successo, ed in questa prospettiva sarą bene giudicare delle opinioni della storiografia coeva al riguardo. Infine, per assestare definitivamente il terreno, ricorderemo che gli Estensi godettero di una “loro” storiografia, che li vide cioŹ come assoluti protagonisti, Ź noto, solamente a partire dalla metą del secolo XIV. La prima cronaca tutta tesa ad esaltare le vicende della casa d’Este Ź stata recentemente indicata da Augusto Vasina nella Polyhistoria dell’abbate del monastero di S. Bartolo presso Ferrara Nicolė [2], ma per la veritą tale Ź da considerare la cosiddetta Istoria imperiale , che nell’ultima parte acquista inequivocabili toni encomiastici. Tralasciamo le opere successive, per le quali dovremmo accentuare i toni “dinastici”, e limitiamoci alla semplice osservazione che Polyhistoria ed Istoria imperiale testimoniano da un lato dell’ormai solidissimo impianto al potere della famiglia, dall’altro dell’esaurirsi delle possibilitą di una storiografia se non totalmente autonoma almeno non pregiudizialmente viziata dalla necessitą di risultare gradita a quella famiglia, almeno per quel che riguarda Ferrara. Di qui in poi solo una grande personalitą avrebbe potuto conciliare ad alto livello erudizione, rigore critico ed omaggio di corte; si doveva aspettare Pellegrino Prisciani insomma.Tra i protagonisti del Duecento

Nell’ambito cronologico e topografico dunque che ci siamo ritagliati bisognerą dire subito che se si tratta di un momento nodale per la famiglia d’Este lo Ź pure per tutta la storiografia di quell’ambito. Momento insieme di crisi e di rinnovamento rilevantissimo, tra la pura annalistica comunale, “podestarile”, la cronaca cittadina e regionale fino alla monografia storica “impegnata”. Profondo mutamento che Ź senza alcun dubbio da collegare con le trasformazioni politico-culturali in atto nella regione, solcata dai maggiori protagonisti della storia del tempo; tutto ciė Ź relativamente ben noto. Ora se i signori d’Este non sono i protagonisti assoluti delle storie che si scrivono prima della metą del Trecento vi compaiono senza discussione tra i protagonisti assoluti; non per nulla sono la «massima potenza feudale della regione» [3], «la piĚ potente dinastia feudale della Marca» [4]. In posizione - Ź ovvio - piĚ o meno rilevata, a seconda del punto di vista, delle informazioni, dei tempi dei singoli autori, ma certo in primo e primissimo piano. Non poteva essere altrimenti, poichŹ quei signori furono effettivamente tra i personaggi piĚ importanti nella Valle Padana centro-orientale a partire dall’ultimo scorcio del secolo XII in avanti. Disgraziatamente per noi non ci fu una storiografia che si occupasse di loro dalle “origini” fino alla metą del secolo successivo, quando le loro gesta imponevano che se ne parlasse, ma se questo ci impedisce di cogliere il frutto della considerazione dei contemporanei nel momento della loro ascesa - per questo ci si deve rivolgere a tutt’altro tipo di fonti [5] - ci assicura che il momento cruciale della loro storia si giocė alla metą del Duecento. E l’attenzione che dedicarono agli Estensi i cronisti padovani, veronesi, vicentini, mantovani, e Riccobaldo da Ferrara assicura che il gioco riguardava un terreno vastissimo, dal momento che si innestavano le une nelle altre aspirazioni personali e familiari con quelle cittadine, delle cittą che volta a volta videro interessato questo o quell’esponente di questa o quella famiglia.Storia come storia di famiglie

Ma quale fu il tipo di attenzione che gli scrittori di storia riservarono agli Estensi? Che cosa di loro colpď i contemporanei? Se la vicenda dei signori d’Este ebbe dei momenti salienti possiamo oggi riconoscerli nel ruolo svolto nella Marca, nei confronti di Ezzelino e di Federico II prima in generale, nella penetrazione e nella presa del potere a Ferrara poi in particolare. Momenti che a loro volta si devono articolare all’interno in piĚ tempi e piĚ luoghi. Di tutto questo ebbero coscienza i contemporanei? O giudicarono diversamente da noi? Cominciamo col predisporre il quadro di riferimento.

«Non per nulla quasi tutte le cronache erano state composte intorno alla metą del secolo», dice Andrea Castagnetti delle opere dei cronisti “ezzeliniani” per evidenziare la centralitą della vicenda di Ezzelino nella Marca [6]. Certo Ź che questa «metą del secolo» va intesa con una certa elasticitą: Maurisio arriva fino al 1237, Rolandino al 1260, Parisio al 1277, per segnare solo tre date, e trascurarne altre che farebbero dirompere il concetto di “metą secolo” dilantandolo fino a comprendere “mezzo secolo”. Oltre il gioco di parole Ź indubbiamente sicuro che la parabola di Ezzelino segnasse in maniera indelebile l’intera storia della Marca per tutto il tempo della sua durata ed anche un poco oltre. Le ragioni sono evidenti: troppo preponderante era stata la presenza del tiranno per eccellenza nella regione. Ma non si creda che il favore o l’avversione per il da Romano fossero dettate dalla antipatia o dalla simpatia per le forme istituzionali correnti dei governi cittadini; Ezzelino se era da considerare nemico, lo era perchŹ giudicato invasore, non come minaccia per le istituzioni comunali. Prendiamo il conclamato campione della libertą comunale padovana, colui che vide approvata pubblicamente la sua opera storica, quasi un manifesto ideologico antiezzeliniano, colui che, secondo lo Hyde, lasciė in ereditą il suo “comunalismo” addirittura a Marsilio da Padova [7], Rolandino da Padova. Rolandino sa perfettamente che le cittą sono ormai il vero terreno di ogni scontro a carattere regionale, e sa che Ezzelino considerava obiettivo tattico l’adesione di una pars cittadina per ottenere il possesso delle cittą, ed obiettivo strategico il saldo controllo delle cittą al fine di tenere il suo stato [8], e sapendolo articola la sua narrazione “per cittą”. Ma come negare, a proposito di Rolandino, la perfino banale osservazione del Waley: «vede la storia di tale zona, in quell’epoca, in primo luogo come la storia di quattro grandi famiglie, i marchesi d’Este e le altre grandi dinastie feudali dei da Romano, dei Camposampiero e dei da Camino. Per lui, la storia veronese Ź essenzialmente una lotta tra Estensi e da Romano. I Sambonifacio e altre famiglie vi sono coinvolti come alleati degli Estensi, quella dei Salinguerra (i Torelli) come alleata dei da Romano. La parte del Comune Ź quasi quella d’una vittima passiva» [9]. All’elenco poteva almeno aggiungere i San Bonifacio, osserva la Fasoli [10], avvalorando in tal modo per conto suo implicitamente l’osservazione del Waley. E le cose non stanno certo diversamente per l’“ezzeliniano” Maurisio, dalle cui pagine emergono i conflitti a Vicenza solamente tra Conti e da Vivaro, Montecchi e San Bonifacio ed Estensi: il “populus” vi appare protagonista solo in un breve momento e del tutto cursoriamente nel 1206 [11], e se in passato il Manselli, sulla scorta del Simeoni, e seguito dalla Fasoli, ha insistito su di una ipotesi intuita - come gli era solito - dal Volpe, dando credito all’esperimento ezzeliniano di un certo favore popolare, oggi quell’ipotesi Ź stata fortemente ridimensionata, e potrebbe riposare solo su alcune pagine di Giovanni da Nono [12]. Non era possibile a nessuno non rendersi conto che tra fine XII ed inizi del XIII secolo «due informi schieramenti politici intercomunali, che trascendevano chiaramente ogni rigida contrapposizione cittą-campagna o borghesia-feudalitą, avevano trovato un crescente coordinamento proprio intorno a due illustri famiglie “feudali”: i da Romano e gli Estensi, rispettivamente», per riprendere le parole di Bortolami [13]. Poteva sembrare paradossale [14], ma non se ne poteva prescindere. Non era stato eloquentissimo il gesto di Ottone IV che volendo imporre una pacificazione nella Marca aveva convocato presso di sŹ Azzo VI, Ezzelino II e Salinguerra Torelli, non i magistrati comunali delle cittą [15]? Il che non significa che personalmente Rolandino non sia di sincere e forti simpatie “popolari”: per lui nel 1236 il “tradimento” delle grandi famiglie del contado lasciė nelle sole, insufficienti mani del popolo padovano le sorti della cittą [16]; e perfino il suo esser notaio potrebbe essere inteso come motivo di naturale adesione al “populus”, in particolare a Padova, come Ź stato brillantemente prospettato [17]. Ma proprio il prosieguo dello scontro con Ezzelino dimostrė a tutti, oltre le simpatie personali, che solo le grandi famiglie nobili [18] potevano fornire un esercito efficace, aggregazioni potenti, numerosi clienti, servi ed amici adeguati allo scontro: «magnas masnadas, vassallos multos, et amplas possessiones» [19], per usare le parole di Rolandino; le sorti di Padova erano insomma nelle loro mani [20]. Per dire che se la vicenda ezzeliniana ebbe caratteristiche ineludibili per i contemporanei, la normalizzazione della situazione politica non fece che confermare una tendenza in atto da lungo tempo. Le signorie familiari erano il futuro per le cittą della Marca, non meno che per tante altre cittą della Padania. L’atipico incredibile resistere del regime “popolare” di Padova non costituď che una eccezione, ed alla lunga anche l’eccezione venne riassorbita dalla norma.

Storici di fonte ai “tiranni”

Eppure il prologo, scritto a bocce ferme nel 1260, morto  Ezzelino ed ormai del tutto rovinato il suo stato, presenta il libro di Rolandino come un vademecum per i concittadini, giusto perchŹ sappiano conservare la libertą che Padova «semper dilexit et diligit», perchŹ evitino l’«horribilis… crudelitas tyrannorum in civitatibus quibus presunt» [21]. L’uso del presente rimanda naturalmente alla situazione coeva. Ma non mi pare ci si sia mai chiesto a chi si riferiva l’autore del prologo. Non certo a Venezia, Vicenza, Verona, Mantova, non soggetti allora a signori. A cittą piĚ lontane, indefinite, genericamente? Fatto Ź che di tirannide nel 1260 e nelle immediate vicinanze di Padova, non si poteva che alludere a Ferrara, dove fin dal 1242 esercitava un potere totale Azzo VII d’Este, colui al quale Padova piĚ doveva la riconquistata libertą, tanto che nelle sue mani era stato messo lo stendardo del comune nel 1236 [22]; che solo due anni prima, nel 1258, aveva designato di persona il podestą padovano [23], come ricordava lo stesso cronista padovano. Chi potrebbe dubitare dei sentimenti del padovano per il marchese d’Este «per il quale Rolandino nutriva un’evidentissima simpatia» [24], come diceva Gina Fasoli? Se l’allusione del prologo Ź effettivamente alla situazione ferrarese, sembrerebbe dunque stupefacente. Ma non lo Ź affatto, quando invece si consideri che immediatamente dopo il 1259 l’influenza di Azzo sul comune padovano cessa quasi del tutto [25], prima di cominciare a tramutarsi in ostilitą. Per il momento Padova sembra non aver piĚ bisogno di sostenitori, ed i vecchi sostenitori, se troppo potenti, possono essere pericolosi. Rolandino sembra escludere la possibilitą di accezione positiva della “tirannia”: se Azzo Ź pericoloso per la “libertas” padovana non puė esserci via d’uscita: Ź un crudele tiranno. A meno che non si debba chiamarlo un “buon” tiranno… Impossibile, perchŹ la libertą cittadina Ź comunque inconciliabile con un signore unico? Sembrerebbe di non poter concludere diversamente. Se non ci fosse Riccobaldo. Che, accanto all’«inhumanus tyrannus» Ezzelino [26], al popolo ferrarese che con l’aiuto della Chiesa romana «iugum tyrannorum a cervicibus suis excussit» (e si riferisce proprio ai signori d’Este) [27], al popolo modenese che si libera di Azzo VIII d’Este: «tyrannidem Azonis perhorrescens, cum omnibus esset sevus et terribilis, a cervicibus eorum iugum excussit» (le parole sono le stesse, e non a caso) [28], scrive proprio di un «tyrano bono» del passato [29], ma soprattutto al presente di Gherardo da Camino come di un «tyrannus equissimus et civilis ac tolerabilis satis» [30], dei Forlivesi che «sponte ac libenter» raccolgono una forte somma per liberare Guido Scarpetta, «quia utrique parti equissimus tiranus fuerat» (e il volgarizzatore dell’opera usa inequivocabilmente il termine «signore») [31]. La tirannide in sŹ non Ź dunque assolutamente, inequivocabilmente cattiva: potevano esserci tiranni buoni e cattivi.Ruolo centrale degli Estensi

La tirannide aborrita dunque da Rolandino - dopo Ezzelino -, quella dei tempi presenti, delle cittą sembrerebbe dunque solo quella Estense; forse anche quella di Uberto Pallavicino, che pure aveva contribuito con il suo voltafaccia alla disfatta dei da Romano, ma che non poteva in nessun modo essere considerato un pericolo per Padova; Mastino della Scala nel 1260 non era neppure podestą a Verona, e non era ancora il tempo di Cangrande, contro il quale il padovano Mussato risusciterą il fantasma del da Romano. Ma certo se di tiranni dei dintorni non si poteva parlare nel 1260, con l’unica eccezione di cui abbiamo detto, di personaggi eminenti, intendiamo eminenti per prestigio, seguito, imprese e famiglia, se ne erano visti parecchi negli anni appena trascorsi, tanto che erano proprio stati loro a “fare” la storia recente. Azzo VI Ź  «il solo fra i “magnates, nobiles et potentes” ad essere menzionato al di fuori delle magistrature ordinarie del comune [padovano] sia da Rolandino sia dal Maurisio» [32] Azzo VII era stato indubbiamente il campione del guelfismo vincente; guelfismo inteso come adesione alla Chiesa insieme ad un forte colorito “popolare” [33]. Ma - a differenza di Salinguerra - di “popolare” Azzo non aveva proprio nulla, come dimostrerą ad abbondanza la sua gestione del potere a Ferrara, dove, anzi, verrą incolpato proprio di non tenere in conto le esigenze del “populus”. Ed allora il signore d’Este non poteva essere apprezzato se non per le sue qualitą di capo militare, di coalizione, insomma in maniera puramente strumentale. L’anti-ezzelinismo comportava dunque automaticamente lo schierarsi dalla parte degli Estensi, cosď, semplicemente, senza riserve; almeno sul momento. Tanto Ź vero che subito dopo motivi di attrito proprio nel basso padovano sorsero ed accrebbero direi “naturalmente”, come gią “naturalmente” si erano verificati cinquant'anni prima.

Maurisio

Il discorso vale anche per gli avversari? O meglio per l’avversario, visto che di cronisti filo-ezzeliniani ne conosciamo uno solo? Per quel Maurisio che, specularmente a Rolandino, poteva parlare di veronesi e vicentini angariati «tanquam sclavi et non liberi» nelle mani del marchese estense  e del conte di San Bonifacio [34]? Vediamo. C’Ź un episodio su cui Maurisio si dilunga, evidentemente compiaciuto, estremamente rivelatore. Dopo aver narrato di contrasti tra Ezzelino II ed Azzo VI, fino ad un abortito tentativo di assassinio proditorio favorito dal marchese, Maurisio racconta di quando i due grandi protagonisti delle vicende della Marca in quel tempo si trovarono entrambi al fianco di Ottone IV. La scena Ź restituita con attenzione ai particolari, ma esclusivamente per quel che riguarda i tre personaggi; il resto degli accompagnatori scompare. Sottolineate le simmetrie paritarie: cavalca «dominus Marchio» accanto al re, ed ugualmente «dominus Ecelinus, unus a dextris et alter a sinistris», e conversano amabilmente. Ottone invita «in francesco» Ezzelino a salutare il marchese, ed Ezzelino, scopertosi il capo, saluta; ma il marchese risponde tenendo bel calcato il cappello; nessuno batte ciglio. Ancora simmetricamente si ripete: Ottone invita il marchese a salutare Ezzelino, ed il marchese ubbidisce senza scappellarsi, mentre Ezzelino «extracto pileo» risponde. Una pausa. Poi i tre giungono ad uno stretto passaggio dove a mala pena si puė attraversare in due affiancati. Prima avanza Ottone, quindi i due reciprocamente si invitano a passare per primo, infine si muovono l’uno accanto all’altro, e proseguono «quasi amicabiliter loqui». Due splendidi signori insomma. Ma si avverte bene che i modi civili non ingannano, sorprendono solo: «omnes videntes plurimum mirabantur et maxime domino Regi valde visum fuit extraneum et quasi molestum». La cosa era talmente fuori da ciė che normalmente ci si sarebbe atteso da risultare imbarazzante e, per dir cosď, sgradevole. Tutti sapevano della profonda rivalitą tra i due e si aspettavano segni piĚ evidenti; invece solo quel gesto altero del marchese che non aveva neppur accennato a scappellarsi nel saluto al rivale. Omaggio ad una autoritą superiore, che rimanda ad altro tempo e terreno lo scontro. Rimane l’ammirazione di Maurisio per il “suo” signore Ezzelino, e contemporaneamente per il marchese, degno avversario [35]. E gli altri? Comprimari. Vengono citati sď volta a volta, ma restano in secondo piano. Maurisio scrive per celebrare i signori da Romano, «ipsorum acta, mores et vitam, potenciam atque virtutes» [36], e sottolineare le virtĚ degli avversari non puė che essere funzionale allo scopo. Soprattutto quando la parte ezzeliniana Ź vincente, quando si puė essere terribili o generosi: Bonifacio d’Este, pure nemico e vinto, puė essere ospitato insieme alla madre «in domo palacii vicentini ad expensas domini Ecelini» [37]. Ma tutto sommato Maurisio Ź storico di modesta caratura, il suo massimo “messaggio” politico consiste in questo: i buoni prendano atto della situazione, e si sottomettano, ed i malvagi «impii et superbi, ut terreantur, corrigantur et elati desinant superbire» [38]. Un programma ideologico candidamente terroristico, che lasciava poco spazio ad altre considerazioni che non fossero prese d’atto, ad una valutazione delle forze altrui che non fosse la constatazione dei rispettivi limiti, in definitiva ad una visione critica piĚ approfondita. Il che perė ha i suoi pregi: costringe, ad esempio, a raccontare il piĚ possibile “oggettivamente”, senza forzare; magari si puė dimenticare di citare un fatto sgradevole, come nel caso della conquista della rocca di Garda da parte di Azzo VI [39], ma la distruzione del castello di Este nell’autunno del 1213 Ź detto chiaramente voluta soprattutto dal comune padovano, in aiuto del quale Ezzelino II Ź chiamato, e dal quale poi, ad azione conclusa, Ź sbrigativamente licenziato: Maurisio non confonde le carte alterando le proporzioni [40]. La storia “in grande”, complessiva, nella sua giusta cornice, comunque non lo interessa, e quindi non gli Ź chiara. Il ruolo dei signori d’Este gli appare come esclusivamente funzionale alle gesta dei due signori da Romano.

Il Chronicon

Volgiamoci all’ala opposta. Il Chronicon Marchiae Tarvisinae et Lombardiae [41] si apre con la rubrica: «Qualiter Azo Marchio estensis in Verona suos adversarios superavit» [42]. Non Ź il minimo dubbio sulla parte verso cui inclina l’autore [43]! Quell’inizio, d’altronde, non Ź affatto casuale: la cronaca Ź diretta ad indicare ai posteri, istruiti dei fatti trascorsi - come Ź di frequente nei prologhi, di uno stereotipo avvilente -, cosa fare e non fare; e questo in omaggio alla massima soprattutto morale, ma anche etico-politica che la concordia Ź tutto, e la discordia il massimo dei mali [44]. Ora «vir illustris Azo marchio estensis» era divenuto podestą a Verona giusto «de voluntate partium», nel segno della concordia; i Montecchi ed i loro amici, fra cui Ezzelino (e nota l’inciso: «qui vitam terminavit in hereticam pravitatem» [45]!), tentano di cacciarlo, ma alla lunga sono cacciati. Ed ecco la conclusione: «Hoc fuit initium malorum, non solum predicte civitatis, set et Marchie et Lombardie» [46]. L’inizio di tutti i mali era stato il comportamento di Federico II per Dante, com’Ź noto,

In sul paese ch’Adice e Po riga

solea valore e cortesia trovarsi,

prima che Federigo avesse briga [47]


in prospettiva piĚ ampia e con una attenzione attenta ai piĚ alti livelli istituzionali; la rottura della “concordia”, comunque intesa, aveva dato la stura a mezzo secolo di disordini, scontri armati, atrocitą. Solo Riccobaldo, con un realismo politico straordinario, pensava che la concordia stipulata tra Salinguerra ed Azzo VII fosse stata un errore
[48], un’occasione offerta al marchese per poi penetrare piĚ decisamente a Ferrara, fino ad impadronirsene del tutto, con un rovesciamento totale della valutazione “morale” della concordia cittadina [49]. Ma niente di piĚ retrivo del Chronicon la cui cifra piĚ vera Ź effettivamente quella individuata da Ezio Raimondi: il «moralismo di una tonaca clericale» [50]. Ed allora quell’equilibrio “oggettivo” di cui abbiamo detto in Maurisio, qui Ź sempre squilibrio: se, ad esempio, Maurisio aveva raccontato di Azzo ed Ezzelino alla pari accanto all’imperatore, il Chronicon dice invece che Ottone era tutto dalla parte di Ezzelino e Salinguerra, ed avverso al marchese [51]; la presa del castello di Este - per esemplificare con un episodio gią ricordato - Ź opera tutta padovana, senza l’aiuto di chicchessia [52].

Riccobaldo e il Chronicon

Questo squilibrio dovette risultare evidente anche a Riccobaldo, che - e qui lo indichiamo per la prima volta - ebbe il Chronicon come sua fonte privilegiata per l’ultima parte del suo Pomerium Ravennatis ecclesie , completato, come credo, nell’agosto 1297. Leggiamo questo capitoletto del Chronicon [53]:

Anno Domini 1232. Federicus imperator in mense martio, dum de Apulia vellet in Jstriam navigare, impulsus vi ventorum venit Venetias, et inde in Forum Iulii transmeavit; ibique facta compositio inter ipsum et Ecelinum in detrimentum Marchionis estensis et comitis Sancti Bonifacii et totius Marchie et etiam Lombardie, sicut postea patuit per effectum.


Riccobaldo scrive
[54]:

Anno MCCXXXII imperator transiens per Venetias in Forum Iulii cum Ecelino de Romano ibi fedus contraxit.


Non basta osservare che Riccobaldo comprime in due righe quello che l’altro aveva narrato in cinque; il fatto saliente Ź che il ferrarese non faccia alcuna menzione dell’accordo dell’imperatore con Ezzelino a danno del marchese, del San Bonifacio, di tutta la Marca e della Lombardia intera. 
Non basta neppure dire che Riccobaldo rifiuta l’enfatizzazione del Chronicon ; in realtą quella che Ź negata Ź una interpretazione politica. E costante Ź questo atteggiamento testardamente teso nel Pomerium a minimizzare i successi degli Estensi; in un caso a costo di comprimere talmente la narrazione (e la grammatica) da renderla quasi incomprensibile:

Eo etiam anno Ecelinus de Romano in Marchia Trivisii tirannus obsedit Montagnanam, inde fuga discedente Azone marchione estense.


Solo la lettura della fonte, il Chronicon 
, riesce a chiarire:

Istis temporibus Ecelinus, fugato de finibus Marchie, obsedit Montagnanam, quam nullo modo potuit obtinere et paulo post Marchio, resumptis viribus, recuperavit Estem et eam fortiter communivit. [55]


Confrontiamo ancora Chronicon 
e Pomerium ; il primo dice:

In eodem mense, postquam Marchio et omnes sui amici viderunt animum Augusti inclinatum ad complendum omnia desideria Ecelini, exposuerunt se maximo periculo, a mandatis imperialibus penitus recedendo. Imperator autem, relicto Tibaldo Francisco potestate Padue et vicario totius Marchie, ita tamen ut mandatis Ecelini in omnibus obediret, transivit in Lumbardiam et congregans exercitum, quedam castra Bononiensium devastavit; et his peractis, in Apuliam properavit. Marchio autem estensis, expulsis custodibus imperatoris, recuperavit Arcem estensem, Baonem, Cerrum et per obsidionem obtinuit Calaonem. Et sic incepta est guerra periculosa per Marchiam universam. Imperator de cetero in cunctis civitatibus Italie omnes amicos Marchionis estensis et comitis Sancti Bonifacii cepit habere suspectos pariter et exosos; partem vero Salinguerre et Ecelini ubique incepit diligere ac amplecti [56].


E Riccobaldo scrive semplicemente:

Imperator cum Ecelino et Salinguerra confederatur spretis marchione estense et comite Verone quos prius habebat precipuos.


Recupera la sostanza del fatto politico, ma elude tutto ciė che puė apparire ammirevole nel comportamento di Azzo VII e dei suoi amici. Se il Chronicon 
dice: «Ferrarienses cum Marchione estensi magnifice sunt profecti» ed «Azo marchio estensis cum Mantuanis et Ferariensibus ipsum viriliter invaserunt» [57], Riccobaldo scriverą: «Ferrarienses duce eorum Azzone marchione estensi», e cosď via.

Gli Estensi come pars Ecclesie

Nulla poi riprenderą Riccobaldo dal Chronicon quando questo si lancerą in una lunga esaltazione della famiglia, in particolare di Azzo VII, «firma columna Ecclesie», il maggiore esponente di quella «catholica domus Estensis» che ha saputo resistere e trionfare sui suoi grandi nemici: «Vidit namque excellentissimum Federicum imperiali honore privatum, astutum Salinguerram incarceratum, tumidum Ecelinum ferrea clava mactatum et lubricum Albricum in conspecto suo horribiliter trucidatum». Il favore divino Ź stato accordato al marchese, dice il Chronicon perchŹ egli era dalla parte della giustizia, «quia sancte matri Ecclesie adherebat». Cosď come le sante donne della famiglia, la beata Beatrice, sorella del marchese, ritiratasi sul Gemmola con alcune compagne, di dove «totam Italiam sue sanctitatis radiis illustravit», e poi l’altra Beatrice, figlia di Azzo, fondatrice del monastero di S. Antonio in Polesine a Ferrara. E la celebrazione continua fino alla descrizione della morte di Azzo [58]. Di questo campione della Chiesa Riccobaldo riconosceva ed ammirava la signorilitą, ma aborriva la tirannide, scindendo cosď, con un tratto di quel realismo politico che nel tempo era eccezionale, la stima per il valore della persona dalla valutazione della funzione politica. Per il nipote, quell’Obizzo II che sarą primo dominus ufficiale a Ferrara, dipinto con tanta tenerezza dall’autore del Chronicon , Riccobaldo non potrą che avere totale, severissima disapprovazione. Ma con la scomparsa di Azzo VII si chiude insieme lo spazio che il Chronicon dedica agli Estensi e l’effettiva importanza di quella famiglia nelle vicende della Marca. Non che in seguito i signori d’Este non intervengano in quel territorio, anzi, continueranno a svolgere un ruolo politico di primo piano; ma si tratterą da allora in poi dei signori di Ferrara , con una determinazione precisa del centro del potere della famiglia; cosa che era impossibile prima. Gli Estensi avevano vagato a lungo nella Marca: a Verona, a Padova, a Vicenza, a Mantova, a Ferrara, perseguendo una politica vorrei dire “delle possibilitą”, fino a che l’occasione fortuita, la capacitą di alcuni nella famiglia, la contingenza delle vicende nazionali avevano reso fattibile la presa del potere a Ferrara. Di lď non si muoveranno per tre secoli. L’angolazione con la quale il Chronicon guarda agli Estensi Ź dunque da un lato estremamente parziale (i campioni della Chiesa), dall’altro tanto slegata da determinazioni locali da risultare di ampio respiro. Il ruolo di quei signori si svolge su di un vasto terreno, perchŹ in quella visione le ragioni morali non sono di nessun luogo specifico ma di tutti. All’opposto, ad esempio, delle ragioni di un Ezzelino, che perseguendo, sempre in quella visione, solamente disegni di potere personale, assomma in sŹ ogni ragione del suo operare. Ma l’autore del Chronicon non Ź neppure un cittadino con un forte amore per la patria, tanto che si Ź dubitato in passato sulla sua identitą “geografica”, oscillando tra Padova e Verona, e quindi del tutto disinteressato a coniugare insieme gesta degli Estensi e destino della propria cittą. Perfino il genere della cronaca rimane irrisolto, tra storia municipale, regionale, universale.

Rolandino

Dalla specola cittadina, padovana, guarda invece le cose indubbiamente Rolandino, tanto innamorato della sua cittą almeno quanto Riccobaldo di Ferrara, Bonvesin da la Riva di Milano, Dino Compagni, Dante ed il Villani della loro Firenze… Ma per Rolandino si tratta di una patologia, parzialmente indotta dalle sue doti di letterato, al punto che intende la storia eminentemente come un grande palcoscenico, con sullo sfondo la Marca, al centro Padova, e vari personaggi, piĚ o meno rilevati a muoversi tra lo sfondo e il centro. Dove importante non Ź neppure seguire le varie scene in cui si articola il dramma, né rincorrere gli attori, ma raggiungere la fine del racconto, con il ristabilirsi della pace, tranquillitą, operositą iniziale, lanciando al pubblico il fervorino finale sulla sorveglianza continua che si richiede a chi vuol vivere in libertą. L’imperatore Ź una figura tra le altre, che si muove qua e lą, non si capisce bene perchŹ, senza desideri, aspirazioni, un programma; Ezzelino mira solo ad accrescere il suo potere; la Chiesa Ź contro Ezzelino perchŹ Ezzelino Ź dalla parte dell’imperatore, e quel ruolo le Ź stato assegnato da tempo, nessuno si ricorda piĚ per quali ragioni. E gli altri? Servono a ravvivare le tinte: basti guardare ai padovani del “prima di Ezzelino”, descritti come dei compagnoni gioviali: «quasi omnes fratres, omnes socii, omnes prorsus essent unanimes et summi amoris vinculo federati» [59]; e quelli del “durante Ezzelino” come sono. Semplicemente non hanno vita autonoma: come ha scritto Bortolami «se di numerosi cittadini egli parla nella sua cronaca - cavalieri, uomini di curia, ecclesiastici, artigiani, esponenti del popolo minuti - lo fa solo per esaltarne l’ostilitą ad Ezzelino; o al piĚ, per celebrare il riscatto di quelli che, dapprima incautamente solidali con l’occupante, furono da lui giustiziati negli anni bui della signoria» [60]. In fondo, diciamolo, Rolandino Ź piĚ narratore che storico, e come tale ha bisogno non di grigio, ocra e biacca, che gli possono servire solamente per il fondale; ma di rossi, neri, bianchi, gialli, verdi e blu. Con quei materiali dipinge immagini con le parole, affresca, non spiega quasi nulla. Gli Estensi devono rientrare in questa prospettiva, altrimenti non ha senso parlarne; anzi gli Estensi non ci sono: c’Ź solo questo o quell’Estense, ben distinto. I silenzi di Rolandino sono eloquenti almeno quanto le menzioni. Consideriamo la notizia dello spaventoso stato economico in cui si trovarono Aldobrandino ed il fratello Azzo immediatamente dopo la morte di Azzo VI: solo il Chronicon ne parla [61]; ma l’autore del Chronicon vuole delineare la statura morale degli Estensi, e se quella notizia poteva essere funzionale a quello scopo bisogna dire che a Rolandino di ciė non importa nulla. Piuttosto di quel medesimo Aldobrandino ricorderą, con gusto che a noi - che sappiamo di quello stato economico - pare sadico, che dovette subire ad opera delle milizie padovane la perdita del suo castello di Este, e, quel che piĚ conta, dovette giurare di stare ai mandati del podestą di Padova [62]. Il “comunale” Rolandino si guarda bene dal ricordare l’intimazione imperiale rivolta al podestą e comune padovano di smetterla dal contrastare i poteri giurisdizionali dei marchesi tra Montagnana e Monselice, e di impedire loro la ricostruzione della fortezza di Este [63]. Perfino il difensore di Padova per eccellenza contro il mortale nemico Ezzelino, Azzo VII, gli serve piĚ che altro per occupare uno spazio importante nella piŹce che ha in mente. Ad un certo punto lo presenta quasi come uno strumento dei Padovani per metter saldamente piede a Vicenza [64], ma forse senza forzare [65]. Senza eccedere usa perė toni forti per illustrare l’attaccamento del marchese ai suoi protetti, fino all’ultimo [66]. Qua e lą la pagina gli riesce particolarmente bene: riguardiamo ad esempio una delle scene finali piĚ riuscite, lą dove l’«estensis Marchio magnus et potens et animosus» vien dipinto a fianco del marchese Pallavicino e di Buoso da Dovara, unici scultorei su un fondale di «principes et barones aliique multi nobiles et magnates civitatum, castrorum, villarum aliorumque locorum, communia de Lonbardia et Marchia, de Romagna et aliunde», tutti intorno al vinto Ezzelino [67]. Se non Ź teatro questo… Dire di piĚ sembrerebbe fare un torto allo sforzo di Rolandino.

Smereglo

L’ottica cittadina, in questo caso vicentina, Ź evidente anche nello Smereglo, autore per me ancora enigmatico, in bilico tra il totale disincanto Ź la passione malinconica per i destini della propria patria. E perfino mi pare emblematico che l’arco di tempo affrontato dalla sua cronaca sia sostanzialmente quello in cui Vicenza rimase senza una definita direzione politica, a metą tra l’amministrazione padovana, di fatto presente (ma quasi mai senza oscillazioni interne), le aspirazioni piĚ proprie dei marchesi di Ferrara (che pure facevano parte dello stesso schieramento) e quelle dei signori della Scala. E di nuovo non mi sembra affatto casuale che la cronaca si chiuda con la menzione di Cangrande. Ci sono nel lavoro dello Smereglo almeno due episodi chiave per la storia vicentina che riguardano anche la presenza degli Estensi. Il primo Ź nel momento chiave per decidere dell’immediata gestione politica dopo la fine del da Romano: a decidere Ź giusto il ruolo giocato dal marchese, con l’insediare prima un podestą suo fautore, e poi costringendo i vicentini a darsi nelle mani del comune di Padova per tener testa agli extrinseci [68]. Il secondo prelude invece alla fine del predominio padovano, anche se tutto sommato appare niente piĚ di un gesto terroristico senza seguito immediato: in una notte del 1295 la piazza maggiore di Vicenza si coprď di stendardi con le armi dei marchesi [69]. Eppure su nessuno dei due episodi lo stralunato Smereglo sente la necessitą di esprimere un giudizio, come se si trattasse niente piĚ che di una temporale: se ne prende semplicemente atto; la constatazione perė che sentisse la necessitą di registrarli non puė che far pensare ad un clima fortemente ipotecato dall'influenza estense; ma niente piĚ di questo.

Gli altri

PoichŹ dopo Azzo VII gli Estensi sono eminentemente per i contemporanei i signori di Ferrara, come abbiamo osservato piĚ sopra, risulta poco feconda la ricerca degli atteggiamenti storiografici nella Marca nei loro confronti dopo il 1260; quasi senza esito interpretativo rivolgerci al Mussato, a Giovanni da Nono, al Ferreto, a Conforto da Custozza, al Godi, od a Guglielmo Cortusi [70], che hanno tutti occhi rivolti altrove, soprattutto al confronto tra Padova, Vicenza e Verona, tra Scaligeri e Carraresi, nel quadro generale del periodo tra Enrico VII e la irresistibile crescita d’ambizione veneziana, vale a dire un terreno in cui, come detto, gli Estensi ormai potevano avere una parte del tutto episodica. L’unica eccezione puė essere il Godi, che perė, almeno per quello che di lui possediamo, ci racconta di fatti a lui lontani; e guardando all’indietro recupera un atteggiamento profondamente ostile agli Estensi che doveva avere un fondo nella Vicenza di cui raccontava: che Maurisio sia l’unico dalla parte dei da Romano si Ź detto; ma il fatto che il Godi narri attingendo ad altre fonti, oltre che al Maurisio, attesta invece di una piuttosto comune convinzione “vicentina” ad identificarsi con quella parte [71], e per naturale converso, del tutto ostile al maggiore contestatore di quella parte, Azzo VII d’Este appunto, che il Godi chiama senza giri di parole responsabile della rovina della sua cittą [72]. Per il resto inutile cercare in quelle cronache, per lo piĚ anonime, dove non Ź che una congerie di notizie, piĚ o meno importanti, allineate le une dopo le altre, senza altre preoccupazioni che quella di fornire dati: Parisio da Cerea ed il suo continuatore, la Vita Ricciardi comitis Sancti Bonifacii , il Liber regiminum Padue , gli Annales Patavini ed i cosiddetti cronisti carraresi [73]. Tralascio volutamente l’unico di cui bisognerebbe dire a lungo: quel Riccobaldo che con acume profondissimo e vera sensibilitą di storico scrive della presa del potere a Ferrara, di cui ho parlato diffusamente in altre sedi.

Una famiglia senza storiografia

Un solo dato conclusivo appare incontrovertibile: al di fuori di Ferrara nessun autore di storie sentď mai come “propri” i signori d’Este, e nessuno neppure a Ferrara prima della metą del Trecento. Riccobaldo, che Ź sempre loro ostilissimo, li giudica dei forestieri di inurbazione recente, come erano, ma soprattutto rifiuta di identificare i destini della cittą con quelli della famiglia, ferocemente. Ma non pateticamente: che i giochi non fossero gią fatti lo dimostrė all’evidenza la crisi del 1308-09. Ma la crisi venne superata: Ferrara tornė in mano dei marchesi, ed ormai definitivamente, anche se Riccobaldo non poteva saperlo. Ma prima di allora gli Estensi servono ai cronisti per altri scopi: a Maurisio per parlare dei da Romano, a Rolandino per Padova, all’autore del Chronicon per esaltare la “pars Ecclesie”. Dal 1309 gli Estensi e Ferrara ormai erano senza discussione una cosa sola; dalla metą del secolo inizierą la loro celebrazione storiografica. Erano rimasti perė a lungo una famiglia senza una vera storiografia.

Gabriele Zanella



[1] Ovvio il rimando in generale a G. Arnaldi Studi sui cronisti della Marca Trevigiana nell’etą di Ezzelino da Romano Roma, Ist. st. it. per il M. E. 1963 (Studi storici 48-50); G. Arnaldi - L. Capo I cronisti di Venezia e della Marca Trevigiana dalle origini alla fine del secolo XIII in Storia della cultura veneta. Dalle origini al Trecento Vicenza, Neri Pozza 1975 387-423; Arnaldi - Capo I cronisti di Venezia e della Marca Trevigiana nel secolo XIV in Storia della cultura veneta. Il Trecento Vicenza, Neri Pozza 1976 272-337; G. Fasoli Ezzelino da Romano, fra tradizione cronachistica e revisione storiografica in Storia e cultura a Padova 85-101; A. Sommerlechner Stadt, Partei und Fürst. Mentalitätgeschichtliche Studien zur Chronistick der trevisanischer Mark Wien-Köln-Graz 1988; per questioni particolari: C. Cipolla Annales veteres - Annales breves - Necrologium S. Firmi de Leonico in «Archivio veneto» 9/2 (1875) 77-98; Cipolla Antiche cronache veronesi I, Venezia 1890; Cipolla Annales Veronenses antiqui» pubblicati da un manoscritto Sarzanese del secolo XIII «Boll. dell’Ist. st. it. per il M. E. e Arch. muratoriano» 29 (1908) 7-81; R. Cessi Su alcune redazioni post-parisiane degli «Annales Veronenses» «Arch. muratoriano» 2/15 (1915) 215-35; Cipolla Studi su Ferreto dei Ferreti «Giorn. st. d. Lett. it.» 6 (1885) 53-112; G. Arnaldi Realtą e coscienza cittadine nella testimonianza degli storici e cronisti vicentini dei secoli XIII e XIV in Storia di Vicenza II L’etą medievale a cura di G. Cracco, Vicenza, Neri Pozza 1988 295-358; H. Wieruszkowski Rhetoric and the Classics in Italian Education of the Thirteenth Century in Wieruszkowski Politics and Culture in Medieval Spain and Italy Roma, Ed. di Storia e Letteratura 1971 613-15; C. Foligno Per gli Annali di Padova «Arch. muratoriano» 1/3 (1906) 141-45; Chronicon Paduanum, edito per la prima volta con alcune annotazioni di T. Habinger, Udine 1908; G. Fabris Una redazione volgare inedita degli “Annales Patavini” «Atti e mem. d. r. Accad. di sc., lett. ed arti in Padova» 18 (1939) 23-61; S. Bortolami Per la storia della storiografia comunale: il “Chronicon de potestatibus Paduae” «Archivio veneto» s. 5 105 (1975) 69-121; S. Collodo Genealogia e politica in una anonima cronachetta del primo Trecento in Collodo Una societą in trasformazione. Padova tra XI e XV secolo Padova, Antenore 1990 (Miscellanea erudita 49) 35-98 (riedizione del lavoro del 1976); G. Fabris La cronaca di Giovanni da Nono «Boll. d. Museo civ. di Padova» n. s. 8 (1932) 1-33; 9 (1933) 167-200; 10-11 (1934-39) 1-30, e in generale tutti i lavori del Fabris raccolti col titolo Cronache e cronisti padovani Cittadella 1977; J. K. Hyde Medieval descriptions of Cities «Bull. of The John Rylands Lib.» 48 (1965) 308-40; Hyde Italian Social Chronicles in the Middle Ages ibid. 49 (1966) 107-32; Hyde Padova nell’etą di Dante. Storia sociale di una cittą-stato italiana Trieste, Loyd 1985 (ed. it. della originale del 1966); G. Arnaldi Il mito di Ezzelino da Rolandino al Mussato «La cultura» 18 (1980) 155-64; F. V. Gamboso L’immmagine di S. Antonio nei «Cronica» di Rolandino  in Storia e cultura a Padova 229-51.

[2] A. Vasina Il Medio Evo ferrarese tra storia e storiografia in Storia di Ferrara IV L’alto Medio Evo VII-XII Ferrara, Corbo 1987 17

[3] S. Bortolami Fra “alte domus” e “populares homines”: il comune di Padova e il suo sviluppo prima di Ezzelino in Storia e cultura a Padova 45.

[4] A. Castagnetti La Marca veronese-trevigiana (secoli XI-XIV) in AA. VV. Comuni e signorie nell’Italia nordorientale e centrale: Veneto, Emilia-Romagna, Toscana (Storia d’Italia diretta da G. Galasso, 7,1), Torino, UTET 1987 214

[5] A. Castagnetti Societą e politica a Ferrara dall’etą postcarolingia alla signoria estense (secoli X-XIII) Bologna, Pątron 1985 (Il mondo medievale. Sez. di st. della societą… 7) 183-87.

[6] R. Manselli Ezzelino da Romano nella politica italiana del sec. XIII in Studi ezzeliniani Roma, Ist. st. it. per il M. E. 1963 (Studi storici 45-47) 35-79; A. Castagnetti La Marca 313

[7] J. K. Hyde La prima scuola di storici accademici, da Buoncompagno da Signa a Rolandino da Padova in Storia e cultura a Padova 322-23.

[8] Rolandini Patavini Cronica in factis et circa facta Marchie Trivixane ed. A. Bonardi, RIS2 8/1 (1905-08) (di qui in avanti: Rolandino) 39-40.

[9] D. Waley Le cittą-repubblica dell’Italia medievale Torino, Einaudi 1978 188; v. anche G. Zanella Machiavelli prima di Machiavelli Ferrara, Bovolenta 1985 108

[10] G. Fasoli Ezzelino da Romano, fra tradizione cronachistica e revisione storiografica in Storia e cultura a Padova 93.

[11] G. De Vergottini Il «populo» di Vicenza nella cronaca ezzeliniana di Gerardo Maurisio in De Vergottini Scritti di storia del diritto italiano a cura di G. Rossi, Milano, GiuffrŹ 1977 337-40, ma vedi Castagnetti La Marca 234 e nota n. 1.

[12] Bortolami Fra “alte domus” 51-52.

[13] Ibid. 53.

[14] Ibid.

[15] Castagnetti La Marca 233.

[16] Rolandino 50.

[17] Bortolami Fra “alte domus” 35-36.

[18] Sull’accezione di nobiltą in Rolandino v. Bortolami Fra “alte domus” 62 nota n. 259.

[19] Rolandino 32.

[20] Vedi ad esempio l’ammissione che numerosi erano quelli che avevano parteggiato per Ezzelino fra gli stessi padovani, sia tra i grandi, come nota Bortolami Fra “alte domus” 50, sia tra i popolari come aveva gią notato C. G. Mor «Dominus Eccerinus». Aspetti di una forma presignorile in Studi ezzeliniani Roma, Ist. st. it. per il M. E. 1963 (Studi storici 45-47) 117.

[21] 5

[22] Rolandino 49.

[23] 148.

[24] G. Fasoli Ezzelino da Romano, fra tradizione cronachistica e revisione storiografica in Storia e cultura a Padova 91-92.

[25] Castagnetti La Marca 278.

[26] Ricobaldi ferrariensis Com­pendium Roma­nae Historiae ed. A. T. Hankey, Roma, Ist. st. it. per il M. E. 1984 (FISI 108) (di qui in avanti: Compendium ) 728.

[27] Riccobaldo da Ferrara Chronica parva ferrariensis Introd., ed. e note di G. Zanella Ferrara, Dep. prov. ferr. di st. pat. 1983 (Monumenti 9) (di qui in avanti: Parva ) 182.

[28] Compendium 757. Riccobaldo ripete un’espressione ormai divenuta stereotipa: cf. Chronicon 25: «Eodem anno circa principium aprilis, Tridentum gravissimum iugum tyrapni Ecelini a suis cervicibus excusserunt»; 31: «Eodem anno Papienses primo et secundo Placentini iugum Uberti Palavicini a suis cervicibus viriliter excusserunt»; 56: «… Cremonenses ad obedientiam romane Ecclesie revertentes, legatos apostolici humiliter susceperunt et durissimum Uberti Palavicini iugum a suis cervicibus excutientes…».

[29] Compendium 618.

[30] Compendium 744.

[31] Compendium 764.

[32] Bortolami Fra “alte domus”… 17 nota n. 48.

[33] G.Tabacco Egemonie sociali e strutture del potere nel Medioevo italiano Torino, Einaudi 189-90.

[34] Gerardi Maurisii Cronica dominorum Ecelini et Alberici fratrum de Romano (aa. 1183-1237) ed. G. Soranzo, RIS2 8/4 (1913-14) (di qui in avanti: Maurisio).43. E gli farą eco A. Godi Cronaca dall’a. 1104 all’a. 1260) ed. G. Soranzo, RIS2 8/2 (1909) (di qui in avanti: Godi) 3, parlando «de servitute, iugo gravi et iniquo dominio Paduano»: “tiranni” potevano essere non solo i signori: anche le cittą!

[35] Maurisio 15-16; non si tratta di valutazioni politiche, perché «la politica di un  Ezzelino… differisce solo di segno, non certo come concetto, da quella, per es. del marchese d’Este…» (Arnaldi - Capo I cronisti… XIII 412 nota n 113).

[36] Maurisio 3.

[37] Maurisio 17.

[38] Maurisio 3.

[39] Maurisio 12 nota n. 1.

[40] Maurisio 17. Su questo episodio anche A. A. Settia Le temibili artiglierie di Ezzelino in Storia e cultura a Padova 103-06. Di questo episodio parlano anche Parisio, Rolandino, il Liber regiminum Padue

[41] Tradizionalmente attribuito ad un anonimo Monaco Patavino Ź stampato col titolo Annales S. Justinae Patavini ed. Ph. Jaffé, MGH SS 19 (1866=1963) 149-93, e col titolo Chronicon Marchiae Tarvisinae et Lombardiae (aa. 1207-1270) ed. L. A. Botteghi, RIS2 8/3 (1914-16) (di qui in avanti: Chronicon ); ci serviremo di quest’ultima edizione, per quanto non molto soddisfacente: vedi al proposito W. Lenel Zur Kritik der Annalen von S. Justina in Padua «Quellen u. Forschungen aus it. Archiven u. Bibl.» 17 (1914-24); Arnaldi - Capo I cronisti di Venezia…XIII 404-05.

[42] Chronicon 3.

[43] G. Arnaldi- L. Capo Cronisti di Venezia e della Marca Trevigiana dalle origini alla fine del secolo XIII in Storia della cultura veneta. Dalle origini al Trecento , Vicenza, Neri Pozza 1975 404-05.

[44] Chronicon 3, cf. 45: «Gaudium siquidem et securitas tirannorum est discordia civitatum».

[45] Al contrario per Maurisio 45.

[46] Chronicon 4; cf. la pura registrazione, neutra, con l’unica didascalia: «ibi fuerunt multi milites Paduae» nel Chronicon de potestatibus Paduae in Bortolami Per la storia 83 e 95.

[47] Purg. XVI 115-17; G. Arnaldi La Marca Trevigiana «prima che Federigo avesse briga», e dopo in Dante e la cultura veneta Firenze, Olschki 1966 29-37; E. Raimondi Dante e il mondo ezzeliniano ibid. 57-60.

[48] Parva 160.

[49]  Zanella Machiavelli 106.

[50] E. Raimondi Metafora e storia. Studi su Dante e Petrarca Torino, Einaudi 1970 132.

[51] Chronicon 4.

[52] Chronicon 5.

[53] Chronicon 10.

[54] Ricorro all’ed. del Pomerium che vado costituendo.

[55] Chronicon 13.

[56] Chronicon 14-15.

[57] Chronicon 36, 37.

[58] Chronicon 50-53.

[59] Rolandino 23.

[60] Bortolami Fra “alte domus” 51.

[61] Chronicon 5-6, 52-53.

[62] Liber regiminum Padue ed. A. Bonardi, RIS2 8/1 (1908) 302; Rolandino 24.

[63] J. L. Huillard-Bréholles Friderici secundi Historia diplomatica I Paris 1852 833-35.

[64] Rolandino 48.

[65] Maurisio 34-36.

[66] Rolandino 60.

[67] Rolandino 166.

[68] Nicolai Smeregli Annales civitatis Vincentiae (aa. 1200-1312) ed. G. Soranzo, RIS2 8/5 (1921) (di qui in avanti: Smereglo) 10-11

[69] Smereglo 17.

[70] A. Mussato Historia Augusta… Venezia, Pinelli 1636, riedita col titolo De gestis Henrici VII Cesaris Historia in RIS 10 (1727) 1-568; Albertini Mussati De gestis Italicorum post Henricum VII Cesarem ibid. 571-686 (ed. parziale, da confrontare con quella di L. Padrin Sette libri inediti del «De gestis… nei Monumenta Dep. veneta s. 3a 3 (1903), ma con diversi aggiustamenti prima di M. Dazzi Il Mussato storico «Archivio veneto» s. 5 6 (1929) 357-471, poi di Gui. Billanovich Il preumanesimo padovano in Storia della cultura veneta. Il Trecento 43-93; Le opere di Ferreto de’ Ferreti ed. C. Cipolla, Roma, Ist. st. it. per il M. E. 1908-14 (FISI 42-43); Conforto da Costoza Frammenti di storia vicentina ed. C. Steiner, RIS2 13/1; G. De Cortusiis Chronica de novitatibus Padue et Lombardie ed. B. Pagnin,RIS2 12/5 (1941-75) (parziale, per il resto rifarsi alla vecchia ed. nei RIS 12 898-954).

[71] G. B. Verci Storia degli Ecelini. Codice diplomatico eceliniano I, Bassano 1779, 299-306.

[72] Godi 11; Arnaldi Realtą e coscienza 302.

[73] Parisii de Cereta Annales veronenses ed. G. H. Pertz MGH SS 19 (1866=1989); Annales Patavini ed. A. Bonardi RIS2 8/1 (1905-08) 179-265; G. e B. Gatari Cronaca carrarese confrontata con la redazione di Andrea Gatari (1318-1407) edd. A. Medin - G. Tolomei RIS2 17/1, 1 (1931); Gesta magnifica domus Carrariensis ed. R. Cessi ibid. 17/1,2-3 (1942-48); del tutto fuori della nostra prospettiva A. Bonardi Della «Vita et gestis di Ezzelino terzo da Romano» scritta da Pietro Gerardo in Miscellanea di storia veneta s. 2,2 Venezia 1894 1-149.