Equissimus tirannus

«Nella Fiat, come nelle buone famiglie, si comanda uno per volta», disse Romiti. Pensando a Ghidella. Uno storico del 2875 che si imbattesse in questa frase di Romiti, senza la possibilitą di leggere anche i giornali di quei giorni, che cosa ne potrebbe dedurre? Potrebbe commentare che l'autore della frase ha avuto una infanzia difficile, ma che con un pessimo vizio ricorrente ha ritenuto da vecchio principi irrinunciabili quelli che da giovane aveva giudicato vessazioni ingiustificate. Oppure potrebbe dire che la famiglia di Romiti era piuttosto diversa da quella media dei suoi giorni. Anch'io ho qualche difficoltą oggi ad ammettere che nella mia famiglia sia uno solo a decidere, ma forse la difficoltą consiste unicamente nello stabilire chi volta per volta ha deciso per tutti: mia moglie comanda, spesso, e spesso comanda mia figlia, e qualche volta anch'io. Né mi pare che sia stato cosď in passato, in casa di mio padre, o in quella di mio nonno, che nonna Ebe cacciava fuori dall'uscio sui gradini a fumare il toscano, o in quella del mio bisnonno, che si sentiva rimbeccare da bisnonna Aristea con un amabile «Tacete voi che siete un ignorante!». Ma forse lo storico del 2875 sorvolerebbe su queste cose, e andrebbe alla ricerca delle fonti del pensiero romitiano. E potrebbe, con un guizzo acutissimo, rintracciarne la fonte in Monarchia I,V,5-10, che leggiamo nella traduzione di Bruno Nardi:

Se consideriamo una famiglia, il cui fine Ź di preparare quei che la compongono al ben vivere, bisogna che uno solo, che dicesi padre di famiglia, o chi ne fa le veci, la regoli e la governi, secondo il dire del Filosofo:«Ogni casa Ź retta dal piĚ vecchio»; e a questo, come dice Omero, spetta di dar regola e impor legge agli altri; onde la proverbiale imprecazione:«Possa tu avere in casa uno pari a te!». Se consideriamo un villaggio, il cui fine Ź il facile soccorso di persone e di cose, Ź necessario che uno solo dia legge agli altri, imposto da qualcuno, o elevatosi sugli altri per comune consenso; diversamente non solo non s'ottiene quel reciproco aiuto, ma anzi talora, quando molti contendono per soprastare, tutto il villaggio va in rovina. Se poi consideriamo una cittą, il cui fine Ź d'assicurare quanto basta a una vita tranquilla, fa d'uopo che unica ne sia la signoria, e ciė non solo nel governo retto, ma anche in quello obliquo; ché se avvenga altrimenti, non solo si perde lo scopo del viver civile, ma la stessa cittą cessa d'essere quel che soleva. Se infine consideriamo un regno particolare, il cui fine Ź quello della cittą, ma con maggior fiducia della propria tranquillitą, Ź necessario vi sia un solo re che regni e governi; se no, non solamente i sudditi non conseguono il loro fine, ma il regno stesso va in perdizione, giusta il detto dell'Infallibile Veritą:«Ogni regno in sé stesso diviso sarą desolato». Se dunque cosď avviene in queste cose e in quante tendono a formare un'unitą, vero Ź quel che di sopra Ź asserito. Ora Ź chiaro che tutto quanto il genere umano Ź ordinato a formare un'unitą, com'Ź gią stato dimostrato. Dunque, occorre che vi sia uno che regoli ossia regga; e questo deve dirsi "Monarca" o "Imperatore". E cosď Ź evidente che per il buon ordinamento del mondo Ź necessario vi sia la Monarchia o Impero.

«Bene!», deve aver commentato Romiti, «E cosď ha da essere, mutatis mutandis!», esulta trionfante della scoperta il nostro storico del futuro. Infine il colpo di genio: certo Romiti, per quanto Cesare, non pensava di proporsi nel 1988 come monarca, ma nel suo "regno particolare" ci doveva essere qualcuno che gli ricordava quella maledizione:«Possa tu avere in casa uno pari a te!». Forse questo qualcuno era un tal Ghidella...
La situazione odierna nei confronti del tempo di Dante non Ź molto diversa. La nostra domanda Ź: «A chi o che cosa pensava Dante quando scriveva cosď?». Molto, troppo, ci sfugge, e molto, forse troppo, vorremmo sapere. In un libro recente ho fatto qualche proposta di ritrovamento attorno al fatale 1300 di tratti di straordinario realismo politico. In particolare sono giunto ad alcune conclusioni a proposito di Tolomeo da Lucca partendo da un saggio di Carlo Dolcini su Tolomeo da Lucca, e ad altre a proposito di Dante partendo da un saggio di Ovidio Capitani su Dante comunale. Disgraziatamente non mi Ź riuscito di convincere proprio Dolcini e Capitani.
Debbo al primo, altrove gią ricordato come «amico carissimo», gratitudine non di maniera, per le tante suggestioni che da lui mi sono venute, rese ancor piĚ piacevoli dal ricordo di pietanze fumiganti e bottiglie rubine insieme alle quali furono fornite. Al secondo debbo francamente molto di piĚ, l'inizio dei miei studi ed una frequentazione piĚ che ventennale, fin dagli anni "eroici", per me fecondissima. Me ne dispiace, soprattutto per Capitani, al quale il libro avevo orgogliosamente dedicato con affetto, giudicandolo frutto - buono, pensavo - giusto del suo magistero. Ma non sono un pentito; a differenza di monsignor Carlo Caffarra non ho certo la pretesa di possedere la veritą, ma le ragioni che mi sono state opposte, e di cui ora discuteremo, non mi hanno convinto a cambiare opinione, e sarei pronto a farlo, come ho gią fatto in passato, qualora ne avessi motivo.
Nell'ultima fatica di Dolcini (
Crisi di poteri e politologia in crisi. Da Sinibaldo Fieschi a Guglielmo d'Ockham, Bologna, Pątron, 1988), un Addendum mi Ź totalmente dedicato (p. 241):

Nel De reg. princ. IV, 8, Tolomeo dice che in Italia Ź in vigore maxime†il dominio politico, vale a dire il governo di molti. Aggiunge che un governo limitato nel tempo si sostiene meglio nell'Italia settentrionale. Non si deroga da una retta costituzione politica quando sono eletti coloro che risultano idonei al governo. Lo stesso Aristotele invita a cercarli nella classe media delle cittą: altrimenti, se sono troppo potenti divengono tiranni e se appartengono ad una condizione inferiore tendono presto a formare una costituzione democratica.
Tolomeo fa soltanto ipotesi per la tirannia. Dice al lettore: se vuoi trarre gli abitanti dell'Italia settentrionale sotto un regime dispotico, allora... Voler derivare dal
De regimine principum†la conseguenza che per Tolomeo le cittą italiane devono essere governate da tiranni, Ź errato. Eppure, G. Zanella (Machiavelli prima di Machiavelli, Ferrara 1985, p. 23) riesce a far dire a Tolomeo che «Il regime in Italia oggi come oggi, non puė che essere dispotico, nel settentrione come nel meridione». Chi voglia provare a rileggere, piĚ sopra, la nota 31, scoprirą che per Tolomeo l'Italia settentrionale deve essere governata dalla maggioranza dei cittadini!
Ancora una volta, Zanella attribuisce a Tolomeo quel che nel
De regimine principum†non si trova: gli abitanti dell'Italia settentrionale «li si deve governare tirannicamente, perchŹ altrimenti gli uni sopraffarrebbero continuamente gli altri, e non si potrebbe avere in alcun modo stabilitą costituzionale» (Machiavelli prima di Machiavelli, p. 23). Zanella dimentica di spiegare che la responsabilitą di questa idea Ź sua e non di Tolomeo. Ci sono anche altri fraintendimenti (Zanella, p. 22, traduce Principatum perpetuum con «principato stabile» mentre il vero significato Ź «principato a vita») ma spiace dover notare queste disinvolture perché su altri autori, come Remigio dei Girolami e Riccobaldo, Zanella Ź meglio informato: a tal riguardo il suo libro Ź molto importante e nuovo».

La citazione del mio testo non Ź esattissima, probabilmente per colpa di un omoteleuto:«li si deve governare tirannicamente, perchŹ altrimenti non si potrebbero affatto governare, e li si deve governare tirannicamente, perchŹ altrimenti gli uni sopraffarrebbero continuativamente gli altri, e non si potrebbe avere in alcun modo stabilitą costituzionale». Ho riportato integralmente la nota perchŹ tutto, come al solito del resto in Dolcini, vi ha un peso. Nel mio libro Ź accettabile dunque quanto vi si dice per Remigio e Riccobaldo, non quanto riguarda Tolomeo (e piĚ avanti, vedremo, Dante); sul capitolo che ho dedicato a Dino Compagni Dolcini non si pronuncia. Cosď il match termina in paritą: due partite vinte, due perse ed una pareggiata; due personaggi si trovano all'inferno, uno nel limbo, due nel paradiso. Potrei dirmi soddisfatto, tanto piĚ che il libro Ź stato giudicato comunque qui «molto importante e nuovo», altrove da Diego Quaglioni «tentativo di grande interesse» (nella sua recensione in «Il pensiero politico», 19,2 (1986) pp. 267-68), e che al libro si Ź voluto rimandare giusto a proposito del «realismo politico di Tolomeo da Lucca e altri teorici del Medioevo» (V. I. Comparato, Vent'anni di storia del pensiero politico in Italia, in «Il pensiero politico», 20,1 (1987) p. 29 nota n. 107). Tento comunque una difesa.
Per Tolomeo Dolcini riprende e fa sua una delle «riserve» di Quaglioni:

... il principatus perpetuus non Ź il 'governo costituzionalmente stabile', ma il governo 'a vita', contrapposto al principatus ad tempus; e cioŹ la signoria perpetua contrapposta alle forme usuali del reggimento comunale, come la podesteria: lungi dal voler affermare che un governo stabile puė aversi solo nelle forme di una tirannide, Tolomeo sostiene che in una regione disposta per natura al reggimento comunale, ad tempus, nessuno puė avere un principatus perpetuus senza con ciė farsi tiranno.

Ho l'impressione di essere stato a mia volta leggermente frainteso, o forse non mi sono espresso con la necessaria chiarezza. Procediamo passo dietro passo; accogliamo innanzi tutto l'invito di Dolcini e rileggiamo il brano di Tolomeo:

Quaedam autem provinciae sunt servilis naturae: et tales gubernari debent principatu despotico, includendo in despotico etiam regale. Qui autem virilis animi et in audacia cordis, et in confidentia suae intelligentiae sunt, tales regi non possunt nisi principatu politico, communi nomine extendendo ipsum ad aristocraticum. Tale autem dominium maxime in Italia viget: unde minus subicibiles fuerunt semper propter dictam causam. Quod si velis trahere ad despoticum principatum, hoc esse non potest nisi domini tyrannizent: unde partes insulares eiusdem, quae semper habuerunt reges et principes, ut Sicilia, Sardinia et Corsica, semper habuerunt tyrannos. In partibus autem Liguriae, Emiliae et Flaminiae, quae hodie Lombardia vocatur, nullus principatum habere potest perpetuum, nisi per viam tyrannicam, duce Venetiarum excepto, qui tamen temperatum habet regimen.

La mia miopia, o forse Ź gią irrimediabile cecitą, continua. Le considerazioni di Dolcini sono asseverative, non dimostrative. Dolcini dice che Tolomeo fa solo ipotesi per la tirannia. La cosa mi sorprende. Tolomeo parla sempre con estrema concretezza, e non si dimentichi che Ź cronista corposo. Poco prima ha fatto il caso della Francia, in cui le cittą hanno un regime politico, ma legato per un compromesso ed una limitazione reciproca a quello regale; non si puė non pensare a Filippo il Bello ed alla sua politica "cittadina", che fa largo uso delle concessioni di franchigia. Il riferimento all'Italia non Ź solo in IV,viii, che ha il passo in questione, ma gią in IV,i, dove si dice che, come avveniva nella Roma repubblicana, e ancor prima al tempo dei giudici di Israele, il regime di uno solo era comunque "politico", poichŹ nel popolo, sia pure per la via mediata di un consiglio dei "migliori", risiedeva la fonte del potere, e aggiunge:«sicut in civitatibus Italiae etiam modo†contingit»; e piĚ sotto ancora si ripete che il regime politico «in partibus Italiae maxime videmus». Per Aristotele il regime di uno solo o era regno o era tirannide, a seconda che fosse retto o deviato; il passo in avanti di Tolomeo Ź notevole. Ancora nel brano critico si ripete che «talem autem dominium maxime in Italia viget». La situazione dell'Italia Ź nettamente distinta: al sud si ha puro regime regale; al nord «in partibus autem Liguriae, Emiliae et Flaminiae, quae hodie Lombardia vocatur...» non si puė che avere regime politico:«tales regi non possunt nisi principato politico». Ma significherebbe fare un grosso torto all'intelligenza di Tolomeo dire che qui, improvvisamente, Tolomeo parla in astrattto, fa un exemplum fictum, o parla per rimpianto di un tempo che fu, e significherebbe anche fare un grosso torto al testo che usa sempre il presente. Nelle regioni di cui parla (e nota - significativo! - che non fa neppure il caso della Toscana, e quale esempio migliore di regime repubblicano avrebbe potuto trovare di quello di Firenze, tanto refrattaria ad ogni esperimento signorile?) chi governa infatti? Visconti, Bonacolsi, Carraresi, Cangrande, Estensi, da Camino, gli innumeri signori di Romagna e dell'Appennino. Che cosa resta? Venezia, che tuttavia Ź compresa nella rassegna di Tolomeo, ed ha regime regale "temperato", Genova, che rapidamente e largamente si sta adattando al modello veneziano, il Gran Conte Amedeo di Savoia e ben poco altro, tanto poco che non posso proprio credere che Tolomeo vi si riferisse dicendo «maxime». PoichŹ Dolcini Ź maggiormente convinto di quanto scrivo su Riccobaldo, ricordo di nuovo che anche nell'identificazione della eccezione Riccobaldo e Tolomeo concordano: Venezia Ź per Riccobaldo l'unica che viva «more Romanorum priscorum», per Tolomeo la sola che «temperatum habet regimen»; dovunque altrove Ź tirannide. In "Lombardia" maxime†le cittą sono governate da signori. Eppure questo - piaccia o no - Ź per Tolomeo regime politico. Un regime regale Ź nella Lombardia impensabile; ma se li vuoi governare dispoticamente non puoi scegliere che la via tirannica. Per cui la sola alternativa Ź tra signore e tiranno; «ma signoria significa tirannide», sono parole di Dolcini che ripeto nel libro. E allora?
Forse Dolcini voleva dire che per Tolomeo l'Italia settentrionale
dovrebbe essere governata dalla maggioranza dei cittadini; di fatto non Ź cosď. E ciė Ź giustificato dalla natura degli abitanti, dalla storia passata e dagli adattamenti presenti. Se Ź ovvio che quello che scrivo delle idee di Tolomeo non si trova in quei termini nella sua opera, Ź ugualmente ovvio che proprio questa Ź la ragione del libro. Il tentativo Ź di rendere esplicito quello che nelle fonti Ź implicito; ma avevo avvertito pre­murosamente che il rischio Ź giusto di trascorrere in glosse non autoriz­zate dai testi. Ma Dolcini fa di piĚ, sembra mi accusi di inventare. Sarebbe come dire che chi ha usato di «trinitą» e «persona» a proposito della divinitą cristiana ha inventato, perchŹ quelle parole non sono nella Bibbia; mentre invece non ha fatto che uno sforzo «per esporre con parole piĚ chiare ciė che Ź detto nella Scrittura in modo oscuro, ma per esprimere fedelmente la stessa veritą» (A. Milano, La Trinitą dei teologi e dei filosofi. L'intelligenza della persona in Dio, in Aa.Vv., Persona e personalismi, a cura di A. Pavan e A. Milano, Napoli, Ed. Dehoniane 1987, p. 77). Insomma Dolcini mi dą del teologo... La turbolenza cittadina, contro la quale credo parli Tolomeo, Ź ampiamente testimoniata nei suoi Annales.
Tiranno non Ź comunque sempre "male", come il libro si sforza di mostrare. Per fare qui una piccola, ma eloquentissima, aggiunta al libro, ricordo che Gerardo da Camino Ź detto da Riccobaldo «tirannus equissimus et civilis ac tolerabilis satis»; e a proposito del riscatto di Guido Scarpetta scrive il ferrarese che i Forlivesi «sponte ac libenter solverunt, quia utrique parti equissimus tirannus fuerat». Il fatto della signoria/tirannide non Ź "bene" o "male", Ź nelle cose. Io stesso ho ripetuto che Tolomeo Ź di simpatie repubblicane, ma era esattamente questo che mi premeva rilevare. Non i tratti moralistici, il realismo. Anche Bonvesin da la Riva impreca contro i tiranni, ma allude agli estrinseci Torriani, non agli intrinseci Visconti! O forse la responsabilitą di questa idea Ź di Giovanni Orlandi, e non di Bonvesin?
Per quanto riguarda il
principatus perpetuus, ammetto tranquillamente che significhi con larga probabilitą «principato a vita», tanto piĚ che il parallelo, eccettuativo, Ź fatto con il doge veneziano, che Ź appunto una magistratura a vita; la cosa non mi pare avere molta importanza. Ma non mi convince l'osservazione che qui si contrappone un regime "a tempo" ad uno "a vita". Tolomeo ha rimandato piĚ sopra - per illustrare un medesimo caso (il regime di uno solo, che pure Ź regime politico)! - ai consoli della Roma repubblicana ed ai giudici d'Israele, e se i primi avevano una carica limitata i secondi la esercitavano a vita! La contrapposizione non Ź certo questa, e comunque nel testo Ź introvabile: dove si parla di podestą e di consoli comunali?. La via non Ź obbligata. Perpetuus conosce il comparativo perpetuio †ed il superlativo perpetuissimus, che avrei qualche difficoltą a tradurre «a maggior vita» o «a vitissima», senza contare che si trova nei geografi perpetui iugi e nei cronisti perpetue munitiones, che tradurre «monti a vita» e «rifonimenti a vita» mi sembra azzardato. Concludo: il senso quasi sicuro in quel caso Ź proprio «a vita»; tuttavia il passo mi sembra talmente diretto ad inquadrare la situazione presente, talmente coinvolto, e preoccupato di indicare la via per una stabilitą costituzionale, nei giorni in cui l'alternarsi delle persone (non della forma istituzionale!) Ź piuttosto frequente, che mi pare meglio intendere principato continuo, stabile, senza molto pretendere fino all'estrema continuitą e stabilitą.
Veniamo a Dante. Anche qui Dolcini vede nella mia interpretazione «forzature evidenti» (pp. 433-34):

Una recente lettura della Monarchia contiene una sorprendente tesi: Dante avrebbe considerato come necessaria la tirannia! La forzatura Ź evidente. Dante, che ha Cola come compagno, non dice mai che «le politiche oblique, e tra esse evidentemente anche la tirannide, possono mutare di segno, se si stabilisce un ordine superiore che l'inglobi: la retta monarchia «raddrizza» anche la tirannia. E ciė naturalmente senza un cambiamento delle persone». Con queste parole il pensiero di Dante Ź frainteso. Dante (e trent'anni dopo Cola) dice che sotto l'autoritą dell'imperatore in luogo dei tiranni governano per il bene comune i sovrani legittimi. La tirannide non Ź legittimata dall'alto; Ź semplicemente dissolta e sostituita.

E la nota relativa (37):

Cosď Zanella, p. 65, nota 9, senza riflettere che Dante (I, 12, pp. 159-160) parla di reges, aristocratici e populi libertatis zelatores e intende che quando domina l'imperatore non possono esistere tirannidi, oligarchie e democrazie. In rapporto a Mon. I, 6, p. 146, ove Dante scrive, dopo esser ricorso all'esempio della domus e del vicus, che anche in una cittą «unum oportet esse regimen et hoc non solum in recta politia, sed etiam in obliqua...», Zanella crede di aver trovato una affermazione della necessitą della signoria o tirannide (p. 64, nota 8). E invece quel luogo dantesco ha valore soltanto come esempio negativo ma tale da confermare il principio che Ź sempre migliore il governo di uno solo».

Leggermente diversa la «riserva» di Quaglioni:

... nulla a che vedere con la 'necessitą' della tirannide; si tratta invece della 'preferibilitą' della tirannide di un singolo a quella di molti, che Ź luogo comune a tutta la trattatistica tardo-medioevale, fino a Bodin...

Di nuovo una lieve inesattezza nella citazione del mio testo: non «politiche oblique», ma «politie oblique», e soprattutto la mia frase Ź troncata a mezzo, mentre prosegue:«perchŹ ciė che subisce mutamento Ź la loro "qualitą" politica». Potrebbe bastare l'ammissione di Dolcini che in definitiva il principio da confermare sia «che Ź sempre migliore il governo di uno solo»; ma invece questo non mi pare sufficiente. Ora, «se il latino Ź latino» come dice Dolcini ripetendo Vinay, non vedo proprio come si possa intendere diversamente che anche in cittą «unum oportet esse regimen»; la necessitą Ź necessitą, non c'entra il bene o il male, tanto Ź vero che, giusto per parare una obiezione del genere, immediatamente Dante dice:«et hoc non solum in recta politia, sed etiam in obliqua». Dolcini e Quaglioni sembrano intendere «oportet» come «Ź meglio, Ź preferibile, Ź opportuno», il «fa d'uopo» del Nardi. Non credo assolutamente lecito non intendere «Ź necessario». In primissimo luogo perchŹ il senso va visto strettamente nel contesto; la necessitą che in una famiglia uno solo sia il capo Ź talmente ovvia, per Dante e per i suoi lettori, antichi e moderni, che non Ź affatto bisogno di avvertire che ciė deve essere anche nel caso che il capo famiglia non sia "buono"; cosď per il villaggio e le altre comunitą. Il fatto che Dante senta il bisogno di fare esplicitamente quell'avvertimento - «... non solum in recta politia ... - dimostra che la ferrea consequenzialitą impostata non si interrompe certo nel caso della cittą. In secondo luogo, ancora Dante nel caso della cittą, sente il bisogno di giustificare quell'affermazione cosď ostica ai suoi lettori antichi e moderni: «quod si aliter fiat, non solum finis vite civilis amictitur, sed etiam civitas desinit esse quod erat», la stessa cittą sarebbe un non-senso. Se non fosse cosď la cittą cessa di essere tale; affermazione piĚ limpida e contrario non si potrebbe trovare. In questo punto Dante usa «oportet», ma la stessa, identica espressione - «unum oportet» - ha usato prima per il capo famiglia, per il capo di villaggio, e usa dopo per il regno ed infine per la monarchia universale. E Nardi traduce rispettivamente «bisogna», «Ź necessario», «fa d'uopo», «Ź necessario», «occorre». Il senso Ź unico, oltre la «variatio» del traduttore: sarebbe veramente del tutto singolare che tutto quel che dice Dante in Monarchia I,V,5-10 vada bene per la famiglia, per il villaggio, il regno e la monarchia, e non per la cittą!
Capitani ha dimostrato che per Dante il governo comunale - quel†governo comunale che aveva sotto gli occhi - non rispondeva piĚ al mutato, ed ancora mutevole quadro sociale, non trovava piĚ oggettivo riscontro in una classe dirigente ben diversa da quella del tempo di Cacciaguida. Il punto allora Ź stabilire - ri-stabilire! - la funzionalizzazione del governo, non la sua bontą intrinseca, o "simpatetica". Che la retta monarchia «raddrizzi» la tirannide, Ź detto nella stessa traduzione del Nardi, che non disturba Dolcini, e non vedo neppure la possibilitą di una diversa traduzione, vale a dire interpretazione:

Ma soltanto sotto la signoria del Monarca il genere umano appartiene a se stesso e non ad altri; poichŹ solo allora son raddrizzati i governi obliqui - cioŹ le democrazie, le oligarchie e le tirannidi -, che costringono in servitĚ il genere umano...

«La tirannide non Ź legittimata dall'alto; Ź semplicemente dissolta e sotituita», dice Dolcini. Forse si potrebbe dire che Dolcini dimentica di spiegare che la responsabilitą di questa idea Ź sua e non di Dante, o meglio deriva dall'«amputare» di Cola. «Tunc enim solum politie diriguntur oblique» non val certo «sono sostituite» o «sono dissolte»; significa piĚ chiaramente e semplicemente «hanno una funzionalitą diversa», perchŹ, come Dante spiega subito dopo, allora «non i cittadini son per i consoli, né il popolo Ź per il re, ma al contrario i consoli son per i cittadini, e il re Ź per il popolo». Il mutamento Ź politico, non materiale.
La "lettura" di Dolcini Ź lambiccata; la mia - paradossalmente - naturale. Lo storico del 2875 che leggesse Panorama n. 1195, datato 12 marzo 1989, a p. 51, non avrebbe molta difficoltą di comprensione:

Non potendo mettere da parte Agnes, il problema adesso Ź di «raddrizzarlo», come teorizza con i suoi amici il forlaniano Bartolo Ciccardini. Cosď, mentre diventa sempre piĚ evidente l'ipotesi di un congelamento del vertice della Rai almeno fino alla fatidica «scadenza naturale», nell'autunno prossimo, in silenzio ha cominciato a prendere corpo il progetto di «forlanizzazione»: ipotecare sempre di piĚ i movimenti del direttore generale, che ha in mano le leve strategiche del potere aziendale; tenere sotto tiro il Tg 1 e l'informazione radiofonica del Gr2, facendo capire che i direttori delle due testate sono in sella ma debbono cambiare registro politico...

Forse il nostro storico del futuro potrebbe scoprirvi una eco del luogo dantesco... In ogni caso sarebbe piĚ fortunato di noi: non gli sarebbe in alcun modo possibile interpretare «raddrizzarlo» come: «sostituirlo».
Se poi la conferma deve essere trovata anche altrove, ripeto che conferma, anche «nella stessa biografia del poeta», si trova tranquillamente, a patto che la si voglia trovare, come il libro si sforza di fare. Comunque non mi sono affatto nascosto «la mancanza di assoluta coerenza e consequenzialitą» del pensiero politico dantesco in merito (p. 132), ma ripeto qui che «non Ź la coerenza ultima, né la possibilitą concreta di attuazione del modello che fornisce Dante, a respirare modernitą: Ź la riflessione sul singolo fenomeno» (p. 133). Non pretendevo di piĚ; come si dice in Convivio IV,xxi,10, se tutte le virtĚ «s'accordassero sovra la produzione d'un'anima ne la loro ottima disposizione,... tanto discenderebbe in quella della deitade, che quasi sarebbe un altro Dio incarnato».
Un'ultima osservazione; Quaglioni dubita che

... sia cosď sicuro che a quel momento storico e ai suoi testimoni possa essere assegnata, per cosď dire, una primogenitura nell'apertura di un 'nuovo corso' nella considerazione dei fenomeni politici...

e rimanda indietro a Tommaso prima, e poi ad Egidio Romano, che gią fornirono nel solco dell'aristotelismo gli «strumenti per la classificazione e la valutazione dei fenomeni politici e delle forme di potere». Certamente. Quello che a me Ź parso sconvolgentemente nuovo Ź che questi «testimoni» abbiano articolato le proprie riflessioni oltre quello strumentario - e i cronisti sono in ogni caso fuori di questo solco... -, sui dati della storia presente, e con una luciditą quasi impensabile. Tanto che difficilmente ce ne possiamo convincere.