Filippo da Pistoia, vescovo di Ferrara, arcivescovo di Ravenna.

Della famiglia di appartenenza - destituita ormai di ogni fondamento la sua parentela con i ferraresi Fontana, data in passato come scontata - non è stato possibile finora documentare nulla, nonostante sia stata fatta un'ipotesi a proposito dei pistoiesi Vergiolesi. Per quanto nessuno degli storici locali fino all'età moderna si ricordi delle sue origini, è certo infatti che nacque a Pistoia, dove del resto conservò per tutta la vita una casa, nell'ultimo decennio del XII secolo, ed a Pistoia morì il 18 settembre 1270.
Le prime notizie circa la sua giovinezza ci sono narrate da Salimbene, che ne godette le confidenze per diversi anni a Ferrara, Ravenna ed Argenta: dopo un primo fallito tentativo di apprendistato di negromanzia a Toledo, era passato a studiare filosofia e teologia a Parigi, con buoni risultati. Al successivo ritorno in Italia, con un breve soggiorno a Tolosa, Salimbene lo presenta subito a Ferrara, ma resta da collocare con precisione un periodo in cui lo si trova canonico della cattedrale nella natia Pistoia.
Familiare, sempre a detta di Salimbene, del vescovo di Ferrara, Garsendino, gli succedette nel 1239. Almeno in quell'anno tale lo dicono i cronisti il 20 dicembre, quando a Bologna giura con i collegati contro le forze imperiali, anche se per la verità solo dal 1240 risulta documentato come eletto al vescovato di Ferrara, per la precisione il 26 novembre, quando affida il castello di Argenta ad Azzo VII d'Este. Il guelfo ed amico dei francescani F., uomo di curia invece che pastore, ancora a detta di Salimbene de Adam, è designato da Roma a coprire l'episcopio di Ferrara, per recuperare una città che con Salinguerra Torelli si era mostrata recentemente in più occasioni ostile alla Santa Sede. Ma la venuta di F. ebbe nella città un effetto destabilizzante: da quel momento infatti il vescovo, il comune, il ceto dirigente ferrarese non furono più un tutt'uno, come per lo più era stato precedentemente, perché F. divenne il punto di solido riferimento di tutti gli oppositori dell'imperatore, in generale, e di Ezzelino in particolare, laici ed ecclesiastici, soprattutto i Minori ed i Predicatori.
A partire dal 1239, dopo che nella primavera Federico II era stato sottoposto a scomunica e dopo che nel giugno l'Estense con altri era stato bandito dall'impero, tocca ad F. il raccordo delle forze padane nelle lotta contro gli imperiali, nella comunione di interesssi che si è venuta creando fra Venezia, Azzo VII d'Este, il legato papale Gregorio di Montelongo e l'eletto di Ferrara. Le operazioni militari iniziano in quello che apparve il punto più debole dello schieramento di Federico-Ezzelino, lungo il Po, del resto da tempo uno dei primi obiettivi di Venezia. Il vescovo prese nel gennaio Bergantino, da lungo tempo della chiesa vescovile, poi il castello di Bondeno, già del monastero di Nonantola; fallì invece l'impresa di fronte al castello di Ostiglia, pur potendo sfruttare congiurati interni, più tardi (26 agosto) scoperti e giustiziati. Le rive del fiume fino a Mantova furono saldamente nelle mani dei collegati. Dal febbraio al giugno l'esercito è all'assedio di Ferrara. Centrale fu il ruolo di F. nel concretizzare nel 1240 la spedizione congiunta contro la città del legato pontificio Gregorio da Montelongo, i Veneziani, gli esuli ferraresi raccolti intorno agli Estensi, e gruppi di armati guelfi provenienti da Bologna, Mantova, Milano ed altrove. Ai primi di giugno del 1240 entrano in Ferrara le truppe vincitrici. I beni vescovili concessi in passato ai Torelli ed ai Ramberti furono da F. revocati e trasferiti agli Estensi, che li passarono ai propri sostenitori. Continua F. nell'opera di coordinamento di tutti gli sforzi contro gli imperiali: il 21 maggio 1240 per mandato di Gregorio IX cede al vescovo di Cervia i proventi di S. Pietro di Massa Nuova, come ricompensa del favore prestato contro Federico II ed in risarcimento dei danni patiti per quella ragione. Ma risulta attivo anche nella sua qualità di vescovo: il 1 agosto 1242 conferma la decima di S. Maria in Vado ed il quartese per il duomo: nel 1243 cede l'ospedale di S. Giuliano di Rotolo, da lungo tempo dipendente dalla diocesi, al monastero di S. Bartolo, prevedendo la contribuzione di due libbre di cera annuali, perché i monaci preghino per lui, e per i vescovi che lo hanno preceduto e che lo seguiranno; nello stesso anno (prima del 25 giugno) consente all'erezione da parte dei Minori di una loro chiesa nel terreno loro donato dal comune.
Ma la sua vocazione più vera è quella del diplomatico in scala internazionale: probabilmente è a Lione quando nel luglio 1245 il concilio scomunica di nuovo Federico II e scioglie i sudditi dalla fedeltà. Quello stesso mese F. è in Germania come fiduciario di Innocenzo IV, a cercare di sostituire a Federico il langravio di Turingia, Enrico di Raspe. Enrico accoglie fiducioso F., ma manifesta una certa titubanza, per motivi finanziari, ad accettare la candidatura; alla fine comunque F. riesce nell'intento di convincerlo. Per quanto alla elezione del nuovo re di Germania, avvenuta il 22 maggio 1246, fossero stati presenti ben pochi nobili del regno, Innocenzo IV si congratula immediatamente con F., esorta i vescovi tedeschi a fornire tutto l'aiuto della Chiesa, ed il 5 luglio lo nomina ufficialmente legato. Forte del nuovo titolo F. estende la scomunica che già gravava sull'imperatore a tutti i suoi sostenitori ecclesiastici. Il 18 gennaio 1247 è con il nuovo re dei Romani all'assedio di Ulma. Ma qui Enrico si ammala, e deve abbandonare l'impresa, quindi muore il 17 febbraio. F. improvvisamente si trova solo, senza sostenitori. Salimbene racconta come riuscisse a fuggire, ben poco dignitosamente, solo travestendosi da frate minore. Sostituito da altro legato nel marzo, rientra a Ferrara, dove lo si trova documentato nell'estate.
Per un momento pare che la sua azione di pastore, dopo lo smacco di Germania, si avvii ad una più quieta routine: il 30 agosto il papa gli affida la giurisdizione sul monastero di S. Bartolo, a poca distanza dalla città (di qui un fraintendimento successivo sulle sue origini); il 15 aprile 1248 mette nelle mani del cappellano di S. Alessio, forse il giurista Giovanni da Bondeno, la soluzione di una questione tra capitolo e monastero di S. Silvestro a proposito di quartesi. Ma non dimentica certo di essere uno dei più fidati agenti locali della politica papale: il 25 settembre 1247 il suo vicario autorizza il mansionario del duomo a cancellare la scomunica, interdetto e sospensione cadute sulla badessa del monastero femminile cittadino di S. Silvestro, per essersi rifiutata di fornire le cavalcature ai nunzi del legato Ottaviano degli Ubaldini.
Il suo nome (e la sua ambizione) viene ben tenuto presente, in omaggio alla sua affidabilità, dalla Santa Sede: il 20 ottobre 1249 risulta ancora eletto ferrarese, ma il 6 febbraio 1250 figura anche eletto vescovo di Firenze, che probabilmente amministrò standosene a Ferrara. Fino a che, all'inizio del 1250, si rende vacante la sede arcivescovile di Ravenna, a coprire la quale viene chiamato, direttamente dal pontefice, F.; le fonti locali lo danno già eletto ravennate il 5 aprile 1250, anche se ancora il 20 aprile Innocenzo IV lo invita come vescovo di Ferrara, insieme a quello di Bologna, a favorire il trasferimento dei minori di Forlì da fuori a dentro città. Ma la situazione in Romagna era tale che F. non riesce neppure ad entrare in Ravenna, impedito dai conti di Bagnacavallo, ed è costretto ad amministrare da Ferrara sia la sede ravennate come quella ferrarese - che rimane vacante fino al 17 agosto 1252. Il 12 marzo 1251 un consiglio dei fuorusciti ravennati e di altri guelfi gli consiglia di rivolgersi ai Bolognesi per averne l'aiuto, ma egli preferisce, contro il parere di tutti, quello di Azzo d'Este, al quale rinnova enfiteusi di grandi possessi della chiesa ravennate nel Ferrarese (concessioni ripetute poi dal medesimo F. ad Obizzo II nel 1264). Ma gli aiuti sperati non vennero. Il 24 ed il 29 settembre 1251 emette a Ferrara e ad Argenta intimazioni ai Ravennati di sottomettersi alla S. Sede; quindi, non avendo ottenuto obbedienza, scomunica i magistrati comunali e pone l'interdetto alla città, autorizzato a farlo dal pontefice medesimo il 25 gennaio 1252.
Intanto ha ricevuto da Innocenzo IV il 5 dicembre 1251 l'incarico di ristabilire la pace in Romagna, ma rigidamente nel territorio di sua giurisdizione arcivescovile. Sono anni di difficoltà per F., anche nella sede ferrarese: nel marzo 1252 deve intervenire, su sollecitazione papale, per risolvere una questione sorta tra capitolo ed alcuni suoi investiti; demanda la soluzione della causa ai priori di S. Giorgio e di S. Romano ed al rettore di S. Alessio, tutti prelati cittadini. Ma il cancelliere aveva usato - ovviamente per distrazione - nella citazione il sigillo di vescovo di Ravenna, non di Ferrara, ed il capitolo ne respinse la legittimità. Samaritani vi vede un segno dell'ostilità del capitolo per il vescovo eletto, per il suo legame con i Fontana, in quegli anni ostili al capitolo. Il 3 aprile 1252 il papa lo esonera dalla legazione in Lombardia, di cui non sappiamo se lo avesse già effettivamente investito o se avesse solo manifestato l'intenzione di farlo, promettendogli comunque di riaffidargli quell'incarico quando il cardinale Ottaviano delgi Ubaldini vi avesse esaurito il suo compito. Nel 1252 lo si vede come arbitro in una causa tra il vescovo di Montefeltro e Taddeo, conte di Montefeltro ed Urbino. Il 1 marzo 1253 finalmente entra in Ravenna, e ne diventa addirittura podestà, come ci è documentato il 6 luglio. Diviene immediatamente il protagonista principale delle vicende di Romagna: il 28 aprile convoca un concilio provinciale; il 30 luglio il doge nomina un procuratore presso F., incaricato dal papa a dirimere la questione pendente tra Venezia e Tommaso da Fogliano a proposito delle saline di Cervia; il 4 settembre il papa gli ordina di far pace tra il vescovo di Forlimpopoli, Guido e Nicolò da Calboli ed i conti di Castrocaro. Nel giro di due anni raggiunge la grande pacificazione in Romagna, fortemente auspicata, ma fino ad allora vanamente perseguita, dal papato. Data l'ampiezza della provincia ecclesiastica e l'inconsistenza delle forze disponibili, F. aveva agito per gradi: prima ottenendo un accordo tra Rimini ed il Montefeltro, poi, a Ravenna, riuscendo a far tregua tra la città ed i signori di Bagnacavallo. Infine la ratifica della pace ormai generale in Romagna - eccetuata Faenza - nel 1253 sancì la buona riuscita dell'impresa; ma la pace risultò ben presto effimera.
Comunque F. dovette di nuovo assentarsi da Ravenna, tra il novembre 1254 ed i primi di dicembre del 1255, perché chiamato dal papa a far parte della missione in Puglia contro Manfredi. Poi il 20 dicembre Alessandro IV nomina F. legato in Lombardia e nella Marca Trevigiana per la crociata contro Ezzelino da Romano. Nel marzo successivo è a Venezia a predicare l'impresa. Ben presto si stringe intorno al legato un folto esercito. I nobili veneziani Marco Quirini e Marco Badoer sono nominati da lui rispettivamente podestà dei fuorusciti padovani e capitano generale dell'esercito. Nel maggio F. predica la crociata a Ferrara. Nel corso delle successive operazioni militari F. fu attivissimo, dice Rolandino da Padova, nel confortare i collegati. Il 19 giugno l'esercito, dopo aver preso diversi castelli del contado, e da ultimo Piove di Sacco, marcia su Padova. Il giorno dopo, martedì, l'assalto finale. F. è presente ad incitare in prima linea. Il saccheggio che seguì alla presa della città fu tremendo, e F. non volle o non poté impedirlo, e neppure moderarlo. Il 21 giugno il legato libera la città dalla scomunica, e celebra pubbliche funzioni di ringraziamento. L'impresa - commenta sempre Rolandino da Padova - dette grande fama ad F., che pure già godeva di buona considerazione pubblica. Il recupero di città e castelli - che si diedero a gara spontaneamente e fiduciosamente nelle mani del legato - si moltiplicò rapidamente. Durante la residenza presso Santa Giustina a Padova riceve nuovi aiuti militari, da Venezia, Chioggia, Bologna, da schiere guidate dal formidabile animatore Giovanni da Schio, perfino da Verona e Vicenza, ancora nelle mani di Ezzelino. Verso Vicenza marciano quindi i crociati il 30 luglio. Presa la città, il legato nomina Azzo VII d'Este capo generale dell'esercito. Ma voci di un imminente arrivo di Ezzelino seminano il panico: i Bolognesi abbandonano l'impresa e se ne tornano a casa; altri li imitano, e F. ed Azzo si ritirano a Padova. Il legato ordina diverse opere di fortificazione della città, ed attende. Si dedica intanto a sanare qualche situazione in campo eminentemente ecclesiastico: la sede - vacante da tempo - di Padova viene occupata per volere di F. da Giovanni Forzatè, e viene eletto anche il nuovo abate di Santa Giustina. Giunge Ezzelino e provoca i Padovani per farli uscire a battaglia; il legato vigila e si spinge fin negli avamposti. Riceve l'aiuto di forze fresche dal patriarca di Aquileia, da Venezia, da Ferrara e Mantova. Ancora azioni sporadiche di Ezzelino il 30 agosto, ma il legato ordina di contenersi entro la linea di difesa. Senza aver ottenuto nulla Ezzelino si ritira a Vicenza. Nel gennaio 1257 F. giunge a Mantova con parte dell'esercito. Di qui vuole recuperare alla chiesa Brescia, e dopo un incoraggiante contatto per tramite di un domenicano, si reca personalmente in quella città con un ristretto numero di accompagnatori, correndo grave pericolo. Rimase nella città qualche giorno, ottenendo un pieno successo. Non dimentica i suoi compiti di vescovo di Ferrara e di Ravenna: il 31 aprile 1257 F., come eletto di Ravenna e legato della Santa Sede, cede per mezzo del suo vicario al vescovo di Comacchio la chiesa di S. Maria in Donanis a Ravenna; è del 1257 un contrasto tra il vescovo di Rimini e l'arcivescovo a causa di mancate contribuzioni per una impresa diretta al recupero del regno di Sicilia. Altro contrasto nello stesso anno con Tommaso da Fogliano, allora podestà di Bertinoro, il cui esito segnò da allora in poi il deciso decadere del prestigio del conte di Romagna. Tuttavia urge la lotta contro i da Romano: dopo il riavvicinamento pubblico di Alberico al fratello, avvenuto a Castelfranco l'8 maggio 1257, F. - presto imitato da Alessandro IV - scomunica anche Alberico. All'inizio del 1258 i ghibellini bresciani meditano di ritornare dalla parte di Ezzelino; i guelfi ne informano F. ed Azzo d'Este a Padova, che il 27 aprile reagiscono: attaccano ed occupano Brescia. In maggio F. si reca a Milano per rinsaldare la compagine della Chiesa contro Ezzelino. Ma il tentativo di eliminare le discordie fra le parti fallisce, nonostante che nella sua opera di mediazione F. fosse stato affiancato anche dall'abate di Chiaravalle, e nonostante fossero stati esiliati entrambi i capi delle due parti, Martino della Torre e Guglielmo da Soresina. Preoccupanti notizie vengono anche dalla Romagna: il 30 maggio scomunica i magistrati comunali di Forlì ed dà l'interdetto alla città, che non ha voluto riparare i danni della guerra civile. F. deve poi rapidamente lasciare Milano per Brescia, dove è necessario fronteggiare i fuorusciti ghibellini sostenuti da Uberto Pelavicino e da Buoso da Dovara, che già avevano chiesto anche l'aiuto diretto di Ezzelino. Il da Romano alla fine di agosto raggiunge l'esercito degli amici. F., uscito da Brescia contro il Pelavicino, quando sa dell'arrivo di Ezzelino, rimane incerto sul da farsi; quindi decide di attendere l'arrivo di Azzo d'Este a Gàmbara. All'improvviso giungono le truppe nemiche, e la sconfitta - il 30 agosto - è totale. Il 1 settembre Ezzelino ed i suoi recuperano Brescia, dopo aver distrutto l'esercito crociato e catturato F. Ezzelino tratta urbanamente il prigioniero, intrattenendolo perfino cordialmente a pranzo più volte durante la quaresima del 1259. 1l 16 settembre 1259 Ezzelino cade nelle mani dei suoi nemici, ed il 27 muore per le ferite riportate in battaglia. Brescia cade nelle mani del Pelavicino, che non vuole liberare F., nonostante le insistenze del pontefice. Ma l'ex legato riesce a fuggire rocambolescamente, e si rifugia prima a Mantova, ed infine a Ravenna.
F. era stato assente da Ravenna dal 20 dicembre 1255 fino al settembre/ottobre 1259 (suo vicario figura tra maggio 1257 e luglio 1259 il vescovo di Pistoia Guidaloste Vergiolesi); solo al ritorno dall'avventurosa spedizione contro Ezzelino l'eletto stabilendosi a Ravenna, diverrà ufficialmente e di pieno diritto arcivescovo. La consacrazione però non venne effettuata prima del 1260; dal 19 giungo 1260 lo si trova alternativamente ricordato come electus e come archiepiscopus, titolo ultimo che va prevalendo sino a sostituire il primo totalmente dal 1264. Il 7 maggio 1259 è nella pieve di S. Vito, in diocesi di Comacchio, a concedere alcuni beni a privati. Nella primavera del 1260 giungono a Ferrara i flagellanti, e con loro, in abito penitenziale, i fuorusciti ghibellini, forse con un certo favore di F., sempre dalla parte dei Fontana, e quindi non sempre dalla parte degli Estensi, favore che forse a sua volta scoraggiò Azzo VII fortemente incline ad opporsi al movimento. Il 14 aprile 1260 l'eletto F. conferma il priore delle chiese di Cella Volana e di S. Alberto, forse in quel momento avverse al vescovo comacchiese. Il 10 febbraio 1261, da Argenta, nomina due procuratori per protestare di fronte al doge per i danni che la chiesa ravennate subiva in seguito alla costruzione del castello di Marcamò ed al blocco della via del Primaro. Il 28 marzo 1261 si apre il concilio provinciale presieduto da F., sollecitato dalla necessità di coordinamento dei vescovi contro le usurpazioni di comuni e feudatari; in questa occasione, insieme al vescovo di Parma Obizzo Sanvitale, a detta di Salimbene, esprime particolare favore ai Minori. Forse durante il suo arcivescovato si fece forte il legame tra il metropolita ed i suoi vescovi, insieme a processi di esenzione più accentuati delle diocesi da Ravenna. Nei suoi atti pubblici, a partire dal 1262 si fanno frequenti le raccomandazioni per la sua anima, che testimoniano un aggravamento del suo stato di salute. Nel 1262 il legato in Romagna lo invita a costringere il comune di Ravenna a fornire aiuti per il riacquisto della Marca Anconitana, ed ancora richiesta di aiuti congiuntamente il legato e F. fanno lo stesso anno a chierici e laici di Ravenna e Rimini, mentre già Guglielmo abate di S. Apollinare Nuovo dice di aver versato un notevole contributo di denaro all'arcivescovo F. per obbedire all'ingiunzione venuta dal cardinale legato Simeone, che provvedeva alle necessità militari nella Marca.
Il 16 febbraio 1264 dà il suo assenso, insieme ad altri eminenti guelfi circonvicini, all'elezione di Obizzo II d'Este a signore di Ferrara, pur avendo personalmente preferito con altri, a detta di Riccobaldo, Aldighiero Fontana. Al momento dell'elezione sono a Ferrara, accanto all'arcivescovo, rilevanti capi guelfi dell'Italia padana, tuti meticolosamente registrati dall'estensore del documento ufficiale. Il 2 ottobre 1264 muore Urbano IV; Salimbene è il primo a portare la notizia all'arcivescovo, che risiede ad Argenta: F. gioisce e manifesta grandi aspettative per la tiara. Forse con il suo favore si verifica l'assoggettamento del comune comacchiese a quello ravennate. Il 1 maggio 1265 con il consenso del suo capitolo compie un atto di favore nei confronti delle clarisse di Ravenna. Il 13 maggio 1266 in S. Apollinare Nuovo è presente al rinvenimento delle ossa di S. Savino ed alla loro traslazione. L'11 novembre 1266 assegna a Cella Volana la riforma di S. Lorenzo di Cesarea, monastero benedettino nelle vicinanze di Ravenna.
In questo periodo, l'attività legatizia di F. ebbe una ripresa: l'8 luglio 1267 gli fu nuovamente affidata dal papa la legazione apostolica nel patriarcato di Grado ed Aquileia, nelle città di Ragusa, Ravenna, Milano e Genova e relative diocesi e provincie ecclesiastiche in Lombardia, Romagna e nella Marca di Treviso. Tale incarico gli venne confermato sino almeno al 15 maggio 1268. Il 16 agosto Clemente IV lo ringrazia per l'opera svolta nella questione riguardante Corradino. Il 21 ottobre Corradino giunge a Verona e F., da Mantova, scomunicò lui, il Pelavicino e tutti gli imperiali, le città di Verona e Pavia. Il 30 luglio 1268 Clemente IV, dando per già avvenuta la morte di F., riserva alla Santa Sede l'elezione del successore. Le sue condizioni di salute avevano dunque alimentato la voce della sua scomparsa. Il 6 dicembre 1269 ad Argenta, dove ormai risiede abitualmente, nomina un suo procuratore per tutte le questioni temporali. L'11 gennaio 1270, sempre ad Argenta, mette nelle mani del vescovo eletto di Imola Sinibaldo la questione relativa alla nomina del priore di Cella Volana. Nel febbraio la sua richiesta di esssere esonerato dall'ufficio di legato viene accolta. Il 19 aprile convoca un concilio provinciale nella sagrestia di S. Vitale a Ravenna per colpire coloro che avevano danneggiato i beni del vescovo di Cesena, ed anche per fronteggiare il pericolo tartaro. Il 28 aprile nel concilio provinciale, assente F., presiede il vescovo di Comacchio. Il 2 agosto nel palazzo arcivescovile a Ravenna dichiara con atto pubblico di non aver mai fatto alcunché in danno della chiesa ravennate. Dopo poco, gravemente infermo, si mette in viaggio per Pistoia. Il 1 settembre è ad Imola, dove si ferma per un solo giorno, alloggiando presso i Minori, e ritrovandovi Salimbene. La portantina del malato prosegue per Bologna, dove arriva il 3 settembre. Prende alloggio a Sant'Isaia. Qui cede la giurisdizione di Argenta ad Obizzo d'Este, in cambio di una certa somma da versare a due suoi nipoti (in realtà: figli). Giunge a Pistoia nella prima metà di settembre. Si confessa e si prepara alla fine con l'assistenza di frate Tommaso da Pavia, che conosceva da tempo, allora provinciale dei Minori in Toscana. Muore il 18, ed è sepolto nella chiesa dei Minori.
Ebbe almeno quattro figli: Filippo e Francesco, che comunque pubblicamente vengono sempre detti "nipoti", che si arricchirono all'ombra dello "zio"; un Nicola, giudice del podestà bolognese, che Salimbene dice figlio del vescovo F., morì il 7 aprile 1275 in uno scontro davanti a Faenza; frate Salimbene ricorda anche una figlia innominata. Fu uomo dedito all'azione più che alla cura delle anime, e più all'azione bellica che a quella diplomatica, visto che mostrava una carattere del tutto alieno dalla conciliazione. Energico ed ambizioso, si circondava di una familia di circa 40 armati. Era un gran bevitore di vino, mai annacquato, ed amava circondarsi di musici e di cantanti di storielle. Al suo seguito si portò anche gran numero di persone della sua terra d'origine.
Certamente non figura di primissimo piano, oltre l'impresa contro Ezzelino, soprattutto come guida spirituale, F. non fu però personaggio insignificante del Duecento. Il primo giudizio sulla figura e l'opera complessiva di F. si deve al Canz, che mise in rilievo le sue doti di diplomatico al tempo della legazione in Germania, ma in seguito il Morgante ne ha messo in luce anche l'eccessiva rigidità, l'incapacità ad accedere a compromessi; mancanze di indole che unite ad una serie di circostanze sfortunate sarebbero all'origine dell'insuccesso della legazione in terra tedesca. Dal primo biografo venne anche l'apprezzamento, come arcivescovo, per la sua capacità di difesa della Romagna dalle volontà di espansione di Bologna dalla parte di occidente e di Venezia da quella di nord-est, ma certo più come uomo della diplomazia pontificia che non come presule ravennate: in definitiva infatti F., elevato alla sede metropolitica per nomina papale dagli incarichi "minori" di vescovo ferrarese e fiorentino, in armonia con le sue attese di carriera, non difese le autonomie locali, ma le posizioni locali della Curia romana, entro un disegno generale di solida riconquista alla Santa Sede della regione, nel declino della potenza sveva, disegno che, già prima della chiamata di F., si era esperimentato con una riserva speciale riguardo alla nomina degli arcivescovi - che si ripeterà anche al momento della successione di F. Anche nelle fonti si trovano sottolineate le sue virtù ora di diplomatico, ora di comandante militare, mai la sua sollecitudine per le necessità delle chiese via via a lui affidate. Se pure va tenuta in notevole considerazione la forte e continua ambizione di F. nel corso della sua carriera, tanto da mirare alla cattedra papale, e se è indiscutibile la lotta continua che al particolarismo romagnolo F. condusse con energia, come l'ostilità dimostratagli in più occasioni dal clero locale, che giunse ad accusarlo di aver scialacquato i beni della chiesa ravennate, e se è naturale che il tempo e le tante energie dedicate ad incarichi che lo portavano lontano dalla sede gli impedissero di tener fede agli obblighi di pastore e di assolvere pienamente le funzioni metropolitiche, così da suggerire un ruolo di puro rappresentante saltuariamente presente di un potere politico più ampio ma lontano, quel giudizio va in parte ridimensionato, od arricchito, suggerisce Vasina e conferma indirettamente Samaritani. D'altra parte è chiaro come F. fosse strettamente legato ai disegni papali oltre la sua stessa volontà: dopo l'elezione alla sede ravennate la consegna del pallio fu ritardata in maniera anomala, probabilmente perchè il papa lo riservava per altri incarichi. Più che i destini della chiesa ravennate, infatti, ad Innocenzo IV premeva la soluzione della questione ezzeliniana. Eppure la presenza di F. in Romagna nel 1253 coincise con il raggiungimento della pace; la sua assenza con il moltiplicarsi dei disordini: né i suoi vicari erano stati in grado di sostituirlo efficacemente, né il suo ritorno poté ripristinare la situazione. Ma almeno, quando la sua residenza fu più distesa, F. mostrò una sollecitudine almeno organizzativa e di direzione del clero e degli enti laici veramente apprezzabile. Già il Chiappelli aveva messo in rilievo gli stretti legami che con personaggi della sua patria sempre F. strinse e tenne vivi, ad indicare come ragioni più pragmatiche lo guidassero giusto nelle questioni locali: la sua curia brulicava di pistoiesi, e mercanti pistoiesi furono da lui se non introdotti certo favoriti nel Ravennate. In particolare tra 1261 e 1267 F. si prodigò - pur con scarsa consapevolezza, osservava il Morgante - per la riorganizzazione di diversi aspetti ecclesiastici, con particolare attenzione ai Mendicanti, per la pacificazione delle fazioni. Particolarmente continua ed accesa fu la sua difesa dei diritti temporali dell'arcivescovato in contrasto con Bertinoro negli anni 1250-51 ed ancora nel 1257-58, nella Marca d'Ancona nel 1250, nel territorio di Cesena nel 1253, in quello riminese nel 1257, a Pesaro nel 1256-57. Ma fu soprattutto attivo nel reclutamento degli ufficiali di curia, nella ristrutturazione del fisco e del catasto arcivescovili. I provvedimenti presi nei concili provinciali furono resi operanti, e stretti furono i rapporti con i vescovi suffraganei, con i monasteri dell'arcidiocesi, con il capitolo della cattedrale, perfino con gli enti più periferici e minori, a garantire di un'attenzione costante e meticolosa.

Fonti inedite

Archivio arcivescovile di Ravenna, carta 11, pergg. 1053, 1398, 1853, 2274, 2285, 2288, 2627, 2801, 3077, 3189, 3939, 4225, 4358, 5726, 5787-88, 5791, 5803, 5810, 5818, 5824-25, 5843, 5846, 5849, 5852, 5863, 5867, 6010, 6064, 6140, 6192, 6231-32, 6460, 8192, 8550, 8591, 9314, 9364, 9647, 9835, 10179, 12007, 12076, 12511; Archivio Capitolare di Ravenna, capsa I nn. X-XII, capsa III n. IV, capsa IV nn. X-XI; Archivio di stato di Ravenna, carte 1063D, 1116D, 1519F, 1555F; G. Baruffaldi Biblioteca degli scrittori ferraresi, MDCCXI, I, ms. Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara, Cl. I n. 594, c. 39r.; P. P. P. Ginanni Tabularii Metropolitanae Ravennatis index aphabeticus verborum et rerum III (6), ms. presso Archivio arcivescovile di Ravenna, Philippus, pp. 156-83; V. Carrari Della Istoria di Romagna, ms. Biblioteca comunale di Forlì, II, 89-91, pp. 360-61.

Fonti edite

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Bibliografia

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Repertori

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