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Eretici e societł

Eresia colta e popolare
La storia dell'eresia nel Medioevo Ć tutt'altro che lineare. Dopo le grandi contese trinitarie e cristologiche che affaticarono non poco la cristianitł fra IV e VIII secolo, per un lungo periodo, grosso modo dalla metł dell'VIII alla metł del XII secolo, l'eresia praticamente scomparve dall'Europa cristiana. Ci furono sô qua e lł episodi definiti "ereticali", ma si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi, di vere e proprie "stranezze", generate per lo piŁ dal desiderio di uniformarsi all'insegnamento di monaci e di eremiti, tanto piŁ credibili ed influenti sulla societł dei laici quanto piŁ distaccati dal mondo, e quindi legittimamente "eccentrici".
La nuova ventata ereticale che infuriś tra XII e XIV secolo si distinse nettamente da quella dei primi secoli del Cristianesimo. Intanto per localizzazione geografica: mentre le controversie trinitarie e cristologiche agitarono soprattutto i fedeli dell'Asia Minore, dell'Africa settentrionale e della Siria, l'ambiente dunque eminentemente bizantino, con riflessi solo secondari, seppure in qualche caso rilevanti, in Occidente, i nuovi eretici sono attivi eminentemente nella Francia centro/meridionale e nell'Italia centro/settentrionale.
Secondariamente, se i dibattiti dei primi secoli trovavano un terreno fecondo in societł fortemente acculturate, tanto che si diceva che perfino nelle piazze si discutesse normalmente di teologia, le eresie europee del basso Medioevo sono peculiari di non-dotti. Non si tratta di esperti di retorica, o di logica. Berengario di Tours, che non credeva nella realtł della transustanziazione, Ć un isolato. Per lo piŁ tra Due e Trecento noi incontriamo tanti anonimi o quasi Giuliano e Maria accusati di eresia. Gli eretici basso medievali non hanno libri, nÚ scuole, nÚ maestri diversi dai genitori o da qualche predicatore di passaggio.
Una terza distinzione di non poco conto Ć rappresentata dalla presa sulla societł. Mentre le dispute teologiche dei primi tempi interessavano quasi esclusivamente i vescovi, le eresie bassomedievali si trovano diffuse all'opposto tra i laici di media condizione. Anche per quel che riguarda il numero, i nuovi eretici sono sicuramente molti di piŁ degli antichi. Per queste ragioni anche l'impero e i comuni, oltre naturalmente le autoritł religiose, furono obbligati ad interessarsi del fenomeno, non tanto per sincera fede religiosa, quanto piuttosto per ciś che di destabilizzante gli eretici potevano significare.

Periodizzazione
Sarł necessaria un'altra avvertenza preliminare. I grandi movimenti ereticali del basso medioevo sono noti col nome di Catarismo, Valdismo, movimento apostolico o dolciniano. Mentre i catari nacquero, si svilupparono e morirono tra la metł del secolo XII ed il primo quarto del XIV, i Valdesi nacquero sul finire del XII e, com'Ć noto, sopravvivono oggi; i dolciniani, infine, ebbero una vita molto piŁ modesta, occupando pochi decenni a cavallo del 1300. Molto si Ć discusso in passato circa l'origine dei catari, se si dovesse intenderli come eretici frutto di un fenomeno di importazione, dall'Oriente, od invece se si dovesse considerarli di origine endogena all'Europa cristiana. Oggi normalmente si Ć d'accordo nel ritenere il catarismo fenomeno tipico dell'Europa occidentale, con una forte matrice cristiana, ma con indubbie influenze orientali.

Catarismo e Valdismo
Ma vediamo ora, seppure succintamente, i temi dottrinari, e cominciamo da quelli tipici dei catari. Al fondo sta una piuttosto netta distinzione fra due sfere di influenza del dio buono e del dio malo. Tutto ciś che Ć spirituale, per dirla con una immagine usata dagli stessi eretici, tutto ciś che sta dal cielo in su, pertiene al dio buono. Tutto ciś che Ć carnale, e tende alla riproduzione della carnalitł, dal cielo in giŁ, pertiene al dio malo. L'umanitł deve liberarsi dall'influenza del dio cattivo per raggiungere la pienezza della felicitł nella comunione con il dio buono. Rifiutano dunque i catari il consumo dei cibi carnei e delle uova, rifiutano il coito, la gerarchia cattolica, negano la resurrezione dei corpi, negano validitł ai sacramenti, alle preghiere per i defunti, non credono nella maternitł di Maria nÚ nella passione di Cristo; odiano la croce e gli edifici ecclesiastici.
Il rifiuto della gerarchia cattolica genera una nuova gerarchia. I fedeli si dividono in credenti e perfetti, a seconda che abbiano o no ricevuto il consolamento, una specie di battesimo, o piuttosto una cerimonia di iniziazione impartita mediante l'imposizione delle mani di tutti i presenti, gił perfetti. PiŁ in alto stanno i diaconi, collaboratori degli alti gradi. Al culmine di ogni circoscrizione sta un vescovo, coadiuvato da un figlio maggiore, destinato a succedergli, ed un figlio minore. Le diocesi catare sono sette o otto, alcune piŁ rigoriste, altre piŁ moderate, con distinzioni piuttosto modeste tra le diverse credenze. Il complesso dei catari contava circa 4000 fedeli in Italia settentrionale, nella prima metł del Duecento.
O almeno questa Ć la situazione che si ricava dai trattatisti cattolici antiereticali, e dai verbali dei processi per eresia che ci sono pervenuti, visto che, in veritł, noi non abbiamo alcuna testimonianza di parte ereticale. Quanto questa rappresentazione del mondo ereticale si adegui al vero Ć piuttosto discutibile, ma ne riparleremo piŁ oltre.
Per quel che concerne Valdo, l'iniziatore del movimento che da lui prese il nome, tutto si originś da una sua personale crisi religiosa, del resto non infrequente nel periodo, basti pensare a quella per tanti versi analoga di Francesco d'Assisi. Come Francesco Valdo Ć un ricco mercante che ad un certo punto sente tutta l'insufficienza della sua esistenza, e decide di mutare radicalmente vita. Vende ciś che ha e ne distribuisce il ricavato ai poveri, non tenendo in alcun conto, fra l'altro, le rimostranze della moglie che si vede ridotta in povertł. Abbagliato da un racconto agiografico sentito sulla piazza, va da uno che sa leggere e scrivere e si fa tradurre in volgare qualche brano, non sappiamo neppure bene quale, della sacra scrittura, e si mette a predicare in pubblico. A differenza di Francesco Valdo insiste nella predicazione anche quando glielo proibiscono prima il vescovo locale, poi addirittura gli esperti nominati dalla corte papale. La mancata obbedienza fa di lui un eretico, lui che aveva iniziato a predicare proprio con l'idea, che sarł la stessa di san Domenico, di convincere gli eretici dei loro errori. Ancora in vita Valdo, che non volle mai sentir parlare di una scissione dalla chiesa cattolica, constatava che i suoi seguaci erano fortemente divisi tra loro, e che una gran parte di loro era per una rottura definitiva con la gerarchia ortodossa. Ma di per sÚ non c'Ć assolutamente nulla in origine nella predicazione di Valdo, che suoni dottrinalmente eretico. E difficile Ć dire quanto di eretico ci sia nella predicazione dei valdesi dopo la sua morte, se si esclude la decisa volontł di predicare in pubblico anche se non autorizzati, tanto poi i valdesi si confusero con i catari.
Ancora piŁ difficile enucleare i principi dottrinari dei dolciniani, che praticamente si esauriscono nella volontł del capo, Dolcino appunto, di non sottostare alle ingiunzioni delle gerarchie ecclesiastiche.

L'inquisizione
Gli eretici vennero avvertiti, non subito, come un pericolo. Nei primi anni furono i vescovi a farsi carico di ricercare gli eretici, cercare di convincerli, eventualmente punirli. Ma la percezione del pericolo crebbe a tal punto che si pensś ad un organismo dedicato: nacque cosô tra 1231 e 33 l'inquisizione monastico-papale, che sostituô del tutto quella vescovile. Gli inquisitori, di solito due per ogni circoscrizione ereticale, dovevano render conto esclusivamente al papa, ed erano quindi assolutamente liberi di muoversi nelle diocesi, svincolati com'erano dalla giurisdizione vescovile. Il nuovo officio della fede venne affidato ai nuovi ordini mendicanti, francescani e domenicani, che davano maggiori garanzie, per cultura, per fedeltł al papato, perchÚ potevano contare sui gił numerosi conventi del loro ordine come basi di appoggio, e sull'aiuto dei loro confratelli.
La famiglia inquisitoriale, composta da almeno un notaio, e da diversi servi, si muoveva incessantemente alla ricerca degli eretici, ovunque anche un accenno generico poteva far pensare che vi fosse qualche cosa di eterodosso. Non sempre la ricerca aveva esito positivo, anzi.... Una volta sentito il sospetto, e una volta convinto dell'eresia, l'inquisitore comminava la pena relativa. In qualche caso, raro, molto raro, il rogo, nella stragrande maggioranza dei casi una multa, il cui ricavato, prevedevano chiaramente le costituzioni pontificie, doveva esser diviso in tre parti: una per le necessitł dell'inquisitore e della sua famiglia, una per la corte papale, una per il comune che avesse fornito aiuto all'inquisitore, per custodire i prigionieri (il Medioevo non ha conosciuto il carcere come istituzione permanente), per il vitto degli inquisiti, eventualmente le cavalcature, o la legna per il rogo.

Armanno Pungilupo
Ma chiediamoci ora, per venire al punto, nell'ordine: in che cosa consiste effettivamente il pericolo rappresentato degli eretici nella societł del tempo? Come fu avvertito e in che misura? Qual'Ć il senso proprio dell'eresia?
Cominciamo col riassumere una vicenda che, per quanto eccezionale, risulta largamente emblematica. Il 16 dicembre 1269 muore a Ferrara un certo Armanno, detto Pungilupo. La persona era conosciutissima in cittł, e la notizia si sparge in un lampo: una gran folla si raduna presso la sua casa. La salma viene portata in cattedrale e diventa immediatamente oggetto di culto, non solo da parte dei ferraresi: molti vengono a rendergli omaggio da diverse cittł del Veneto ed anche da Bergamo. Subito cominciano i miracoli. Il 20 dicembre una certa Nova Ć sanata da un tumore all'occhio; il 21 Gisla Ć guarita di un braccio anchilosato dalla nascita e Marchesina, zoppa, Ć completamente sanata; il giorno di Natale Tomasina da una fistola; il 28 Adelasia riacquista la vista; il 29 Marinello Ć miracolato dalla gotta; il 4 gennaio Angelo dalla gotta; il 5 Daniela zoppa e Giovanna paralizzata; il 18 Benvenuto da un'ulcerazione; e altri da altri mali, fino al 17 maggio. Si costruisce una cappella ed il corpo di Pungilupo viene riposto in un lussuoso antico sarcofago che si diceva provenire da Ravenna in cui aveva riposato l'imperatore Teodosio. Gli ex-voto si fanno numerosissimi.
A questo punto si muove l'inquisitore. Interrogate diverse persone scopre che Pungilupo era stato inquisito per eresia nel 1254, aveva abiurato i suoi errori, ma poi evidentemente era tornato all'eresia, perchÚ aveva frequentato molti eretici noti, da Rimini a Verona, ed anzi a Verona aveva ricevuto il consolamento. Frate Aldobrandino inquisitore ingiunge di esumare il corpo di Armanno e di gettarlo fuori della chiesa. Il capitolo della cattedrale non obbedisce e l'inquisitore scomunica i canonici ed interdice la cattedrale. I sacerdoti del capitolo reagiscono preparando una deposizione di vari sacerdoti ferraresi che attestano l'ortodossia di Armanno e si appellano a papa Gregorio X, che affida la questione al cardinale Giovanni, futuro Nicolś III. La protesta del capitolo ottiene un primo, parziale successo: Giovanni scrive a frate Aldobrandino inquisitore di sospendere la scomunica.
L'inquisitore non si dł per vinto ed intensifica le sue indagini, e raccoglie numerose altre testimonianze sull'eresia di Pungilupo. Nel 1276 muore papa Gregorio, e la questione passa nelle mani di papa Nicolś III, che comunque lascia irrisolta la cosa. Nel 1284 frate Florio, succeduto ad Aldobrandino riprende con energia e puntiglio ad indagare, ed alla fine del 1285 ripropone il dossier Pungilupo ad Onorio IV. Rispondono i canonici della cattedrale facendo riscrivere il 4 ottobre 1286 le deposizioni dei miracolati del 1269 e 1270 e quella dei sacerdoti ferraresi del 1272. La morte di papa Onorio nel 1287 aggiorna la discussione del caso. Frate Florio continua a darsi da fare, e raccoglie nuove testimonianze a sfavore. Con Bonifacio VIII la questione viene affrontata con maggiore sollecitudine. Agli inizi del 1300 il pontefice ingiunge ai canonici di presentarsi alla curia romana. Il 6 aprile Bonfamilio, procuratore del capitolo chiede udienza, ma non Ć ammesso alla presenza del papa. Fa allora redigere una protesta scritta e lascia a Roma un suo procuratore con un memoriale. L'esame della questione Ć affidato al cardinale Giovanni di San Nicola. Il 13 gennaio 1301 invia una lettera a frate Guido inquisitore perchÚ si consigli con il vescovo di Bologna ed altri esperti di diritto ecclesiastico e civile. Il 22 marzo l'inquisitore emana la sentenza di condanna, ed il 23 ingiunge l'obbedienza della medesima al podestł ferrarese. Di notte si procede alla riesumazione dei resti di Pungilupo, alla loro cremazione e dispersione delle ceneri nel Po. Il popolo che apprende la cosa il mattino seguente tumultua, ma ormai la faccenda Ú definitivamente chiusa.
Questa lunghissima vicenda, trent'anni!, Ć estremamente significativa. L'eresia di Armanno appare alle prime indagini estremamente labile. Accuse generiche, quando non risibili, permettono niente piŁ di un sospetto. Ma Ć il battage sui miracoli del sant'uomo ad imporre all'inquisitore una attenzione particolare. I canonici ferraresi che esibiscono la santitł di Armanno tentano di appropriarsi della tutela sul comune sentimento e manifestazione religiosa, che invece Ć monopolio, sotto il profilo dell'ortodossia, dell'inquisitore, e ne mettono in discussione la stessa legittimazione. Addirittura i buoni sacerdoti ferraresi propongono col Pungilupo un modello di vita cristiana indipendente dalla sua collocazione gerarchica: Pungilupo non Ć sacerdote, nÚ monaco, nÚ riveste alcuna importanza nell'amministrazione cittadina. Un modello di vita cristiana tutto fondato sull'esercizio delle buone opere, sull'assistenza a malati e carcerati, e su di una lettura semplice ed ingenua del sacro testo che tenta di coglierne solo lo spirito piŁ immediato ed emozionale. E proprio in base a questi paradigmi piuttosto che rifiutare alcuni dogmi si dimostra sospettoso nei confronti di certi principi di difficile comprensione, quale quello della transustanziazione. ed Ć un modello che si diffonde in maniera impressionante: i miracolati provengono di lontano, dalla Romagna, dall'Istria, da Brescello, da Bergamo. L'inquisitore a questo non Ć preparato. Sa che l'eretico si comporta come gli dicono che si comporta i manuali per gli inquisitori: appartiene ad una precisa setta ereticale, sostiene certi errori dottrinali. Cosô la sua preoccupazione Ć quella di esemplificare il manuale: trova i principi dottrinali, non importa se esigui ed alquanto confusi, trova testimoni dell'appartenenza di Pungilupo ad una setta, ma a caricare la dose mostra l'eretico in contatto o addirittura credente di altre sette, che pure i trattatisti dicevano in feroce contrasto reciproco, ma di nuovo importa poco. Quel che interessa non Ć esibire un modello di coerenza, ma un modello di eretico, che per essere tale deve essere incoerente, e deve contrapporsi alla chiesa. Allora l'accusa piŁ ricorrente sarł quella di parlar male degli uomini di chiesa. L'esemplificazione del manuale Ć perfetta, l'eresia di Pungilupo incontrovertibile. I canonici ferraresi non si rendono conto della vera entitł della partita. Forse, come diceva qual terribile pettegolo che era frate Salimbene da Parma, volevano semplicemente approfittare dei proventi della fama di santitł di Armanno. La questione Ć ben altra: quell'uomo parlava di boni homines
e di bona opera e di boni christiani, non credeva nella bontł dell'ordinamento gerarchico della chiesa, anzi soprattutto i frati mendicanti lo trovano astioso nei loro confronti. Il clero locale si mostra disposto ad ammettere una pluralitł di manifestazioni di religiositł e di pietł, come dimostra il suo favore per le organizzazioni di penitenti e per il culto spontaneo di santi laici. L'inquisitore invece non ammette alternative, perchÚ l'intero sistema non lo prevede. Quella che egli vede messa in forse, in definitiva, Ć in realtł l'autoritł stessa del magistero, e questa riafferma. Il pericolo ereticale Ć il pericolo che si incrini la razionalizzazione del potere decisionale ecclesiastico. Di qui l'invenzione del processo come strumento terribile e rassicurante ad un tempo. Siamo quindi ad un livello ben diverso dai semplici contrasti fra clero locale e ordini mendicanti, un livello piŁ alto, cosô come ben diversamente vanno intesi i moti popolari contro le decisioni degli inquisitori, che non sono solo segni di insofferenza emozionale per la prepotenza altrui, ma, consciamente o no non importa, la registrazione della non ammissibilitł di comportamenti alternativi.
In un sistema totalizzante il ribelle, l'eretico, non ha spazio. L'inquisitore sostiene che Pungilupo Ć eretico; il clero locale che Ć un santo. Per circa trent'anni la questione rimane impregiudicata, fino a che l'inquisitore raccoglie materiale sufficiente per la condanna. Il caso di Pungilupo Ć evidentemente singolare, ma non assolutamente anomalo: di condanne a largo spazio di tempo ne conosciamo moltissime, senza contare le frequentissime sentenze post mortem. Ora io non credo affatto ad una reazione di tutta una societł all'eresia, come vorrebbero alcuni miei colleghi, perchÚ allora vicende come questa risulterebbero del tutto incomprensibili. Sicuro perś Ć che l'eresia
venga presentata come elemento di disgregazione del vivere civile. L'eresia Ć una vita irrazionale, al di fuori del normale ordinamento sociale, e della gerarchia sociale e religiosa a un tempo. Siamo di fronte ad un episodio della marcia metodica ed inarrestabile dei due ordini mendicanti titolari dell'inquisizione, domenicani e francescani, verso l'affermazione di una volontł decisamente egemonica nel mondo cittadino italiano, e perchÚ tale non necessariamente esclusiva, ma necessariamente tesa ad inglobare qualsiasi forma di attivitł umana in una "ratio" etico-sociale "prevista". L'ordine, domenicano o francescano che sia, forse piŁ il secondo del primo, si pone sempre piŁ come catalizzatore non solo della storia salvifica, ma soprattutto e quotidianamente della storia dei rapporti sociali cittadini, come momento di mediazione istituzionale tra forme del potere e loro modo di manifestazione.

Chiesa, imperatori, comuni di fronte all'eresia
Se ora ci spostiamo ad un ambito piŁ generale possiamo enunciare alcuni punti fermi.
1. Il quadro degli eretici che si ricava dai trattatisti e dai manuali inquisitoriali non Ć affatto credibile. Invece che ad eresie organicamente strutturate, coerenti, come non troviamo nei trattati inquisitoriali, noi siamo di fronte ad un mondo pervaso da un "malessere ereticale", un mondo alla cui base ci sono istanze pauperistiche, aspirazione ad un rinnovamento integrale della Chiesa, desiderio da parte dei laici ad una maggiore partecipazione alla vita spirituale in qualitł di attori e soggetti; un malessere determinato dalle incongruitł della realtł in cui i singoli operano; un disagio in cui motivi religiosi e politici e istanze sociali si incrociano. L'eretico Ć colui che non riesce a tenere il ritmo di rapida trasformazione di quei tempi, e che risolve questa sua incapacitł in scelta spirituale esistenziale. L'esperienza religiosa degli eretici si muoveva parallela al fluire della vita degli uomini, quando non estranea alla dinamica delle relazioni istituzionalizzate tra individui, gruppi ed enti. Ciś fu all'inizio un elemento di forza; alla lunga si trasformś in motivo di debolezza: l'estraneitł rispetto al divenire storico divenne un gravissimo limite.
2. Gli uomini di chiesa preposti a combattere l'eresia hanno tuttavia l'assoluto bisogno di vedere il fatto ereticale in termini istituzionali. L'eresia Ć un mostro dalle cento facce - alcune delle quali sono anche il turpiloquio, la sodomia, l'usura e l'appartenenza alla razza ebraica - che solo nella razionalitł di un trattato puś acquistare un aspetto credibile, ma soprattutto "conoscibile". Bernard Gui, il terribile inquisitore de "Il nome della rosa", Ć tutto teso a codificare ciś che a noi sempre piŁ sembra difficilmente codificabile.
Il fatto Ć che negli atti dei processi per eresia che ci sono pervenuti sono molti i passi da cui risulta che gli inquisiti non si rendono affatto conto di essere eretici, non hanno mai sentito parlare delle sette che li si accusa di ingrossare, partecipano attivamente agli atti di culto della chiesa cattolica, celebrano i santi, chiedono indulgenze, si confessano, fanno atti di penitenza, di caritł e di devozione, tutto quello, vale a dire che i trattati dicono essere rifiutato e combattuto dagli eretici. Altro che di fronte ad una antichiesa quasi tutto ci porta a concludere che quelli che ci vengono presentati come eretici credono fermamente di essere cristiani.
Gerardo Segarelli Ć uno zotico e ignorante, ma moltissimi a Parma credettero in lui. La ragione del successo non Ć nella dottrina, perchÚ nella sua predicazione non c'Ć nulla di nuovo, ma perchÚ, come dice un teste ăera un buon uomo e diceva belle parole╚, che non si sanno ripetere, e non per reticenza: la stima per l'eretico deriva dalla loro credibilitł, Ć un buon uomo, per cui altrettanto buona deve essere la dottrina che predicano, qualunque essa sia.
3. La morte del catarismo Ć dovuta alla completa aleatorietł istituzionale. Il ruolo dell'inquisizione, piŁ che efficace nella repressione (che repressione Ć, se per lo piŁ si condannano eretici defunti?), lo Ć nel togliere ogni spazio a qualsiasi pratica di pietł religiosa, che Ć regolamentata e monopolizzata dalle confraternite parainquisitoriali. Su questo piano, e non certo su quello dottrinale, dove non c'era da impegnarsi a fondo, stante il modesto patrimonio dottrinale del catarismo, l'istituzione ecclesiastica ha il sopravvento, per la sua capacitł di "prevedere" ogni comportamento in merito.
4. Se poniamo attenzione alla storia del vario atteggiarsi della legislazione comunale in tema di eresia si vede chiaramente come essa non apparve come un pericolo fino al terzo decennio del secolo XIII. I comuni dimostrano piŁ consapevoli affermazioni d'autonoma competenza che uno spirito disciplinato alle direttive pontificie. La svolta Ć segnata dagli statuti di Brescia del 1230, che furono il modello per quelli successivi di Padova, Verona, Vicenza, Treviso, Bologna, Ferrara. L'eresia, perseguita come crimine di lesa maestł richiede l'intervento del podestł. Ma fu solo dal 1252 che la persecuzione sistematica delle sette venne eretta ad elemento essenziale dell'edificio sociale in ogni cittł. Giusto dalla seconda metł del secolo si infittiscono i nomi degli eretici. ma Ć anche il momento in cui l'ordinamento cittadino si va nettamente trasformando, ed ecco le cittł, guelfe o ghibelline che fossero, alla ricerca del compromesso che facesse salva la loro autonomia nello stesso momento che si attuava il delicato passaggio dagli ordinamenti repubblicani alle prime espressioni del centralismo signorile. Un buon numero di statuti, ancora nella seconda metł del Duecento e nei primi anni del Trecento non contiene norme contro l'eresia: Chianciano (1287), Pistoia (1284 e 1296), Firenze (1293), Bassano (1259 e 1295), Modena (1306-07), Cremona (1339), e sono numerosissimi gli episodi di intolleranza popolare dell'azione inquisitoriale a Rimini, faenza, Parma, Bologna. Con difficoltł a Como nel 1255 ed a Ferrara nel 1268 gli statuti recepiscono le norme antiereticali; Genova si rifiuta di farlo nel 1256; a Mantova i magistrati intralciano l'operato degli inquisitori; Firenze insiste nel rifiuto; Padova a malincuore obbedisce; Verona inserisce nel 1270 alcune norme antiereticali, ma altre sono ignorate. Del resto la promulgazione della normativa antiereticale non significa automaticamente una presenza eterodossa.
Insomma gli eretici sono nella legislazione comunale un pericolo assolutamente generico: una generica previsione normativa riferiva al podestł la punizione di eretici, sodomiti, girovaghi, saltimbanchi, meretrici, adulteri ed alchimisti.
L'eretico, per definizione, sfugge all'autoritł, o meglio, sfugge alla prevedibilitł. Sia che propongano la trasparenza delle opere di caritł vicendevole in opposizione alle astruserie dottrinali, sia che stabiliscano incontri, contatti, scambi di idee ed esperienze al di fuori degli ambienti e strutture normalmente intese a quello scopo, sia che prospettino visioni dell'aldilł non ortodosse, sia che si dedichino a rituali difformi, gli eretici non si propongono come contestatori dell'ordine cittadino, mai. Il loro essere - meglio il loro fare - "diverso" Ć in contrasto esclusivamente con il monopolio delle manifestazioni religiose, soprattutto con quello rivendicato dai Mendicanti. Se il Comune avanza pretese di giurisdizione in merito Ć perchÚ la Chiesa lo costringe a farlo.
5. Questi uomini che fanno penitenza, partecipano della vita del prossimo, raccolgono offerte per i bisognosi e visitano i prigionieri, affidano il proprio vissuto religioso alla pratica, stimano i buoni uomini e sono stimati come buoni, rispondono alla prepotente esigenza, individuale e di gruppo, di essere cristiani. La loro Ć una sfida sul piano della qualitł della testimonianza cristiana in vista della salvezza personale; non giudicano, testimoniano il Cristo; non pretendono coerenze, cercano di essere degni della salvezza. PerchÚ non Ć il confronto tra eretici ed ortodossi il terreno proprio su cui misurare il grado della propria adesione alla vita cristiana: il confronto avviene solamente davanti allo specchio, ed Ć solo proporzionale al grado del proprio impegno. Proprio in questo sta la loro carica eversiva, nel loro non essere omologati.

Conclusione
Temi di una sconcertante modernitł. Pensiamo all'eresia di don Primo Mazzolari, di don Zeno Saltini, di don Lorenzo Milani, eresie di dover ăfare╚ per ăessere╚. Pensiamo allo sconvolgente proliferare del volontariato laico dei nostri giorni, segno evidente di una necessitł di ăfare╚ nell'assenza di una societł solidale, che non ha sostengo istituzionale, non ha guide dottrinarie, che non ha alcun posto nel catechismo, ma che Ć cosô prepotente bisogno esistenziale.